Marlane: la fabbrica dei veleni e del silenzio imposto

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Ieri sera la puntata di Crash, un programma di Rai Educational, che va in onda a tarda notte su Rai Tre, ha trattato un dramma di cui non sapevo nulla, anche perché i media  se ne sono occupati solo marginalmente. Venire a conoscenza, a mano a mano che  la trasmissione proseguiva, delle nefandezze, dei veri e propri atti criminali che si sono perpetrati  per decenni nella fabbrica tessile Marlane di Praia a Mare, mi ha fatto salire una rabbia e un’indignazione che, una volta a letto, mi ha impedito per ore di prendere sonno.
Marlane: fabbrica dei veleni, viene ora chiamata. Fabbrica dei silenzi imposti attraverso il ricatto, io aggiungo. Per decenni gli operai sono stati costretti a lavorare in ambienti mefitici, dove i vapori causati dalla tinteggiatura dei tessuti invadevano tutti i locali, essendo state abbattute tutte le pareti divisorie, e venivano respirati dai lavoratori che erano sprovvisti di ogni tipo di protezione: nessuna mascherina, niente guanti per proteggere la pelle delle mani, le vasche che contenevano i prodotti chimici usati erano prive di copertura, nessun avvertimento sulla pericolosità delle sostanze … Una situazione da terzo mondo, una fabbrica di morte, insomma. Che, infatti, di morti e di ammalati,  negli anni (cinquanta, attualmente, gli ammalati di patologie tumorali e questo numero potrebbero ancora crescere), la Marlane-Marzotto, prima della sua dismissione, ne ha prodotti parecchi. Ottanta morti accertati, dicono gli atti del processo.  Morti di cancro ai polmoni, al cervello, alla trachea, al fegato, ai reni,  morti di leucemia. Uccisi anche dal silenzio imposto, a loro  e ai loro famigliari. Perché, a chi tentava di parlare, a chi chiedeva il perché di quelle morti, i capi, i capetti, i kapò di quel lager dicevano: se non ti va bene, quella è la porta, se non ti va bene, se parli in giro, se denunci, verrai licenziato e i tuoi figli non troveranno lavoro non solo nella nostra fabbrica, ma in nessuna altra fabbrica. E intanto loro, i lavoratori, si soffiavano il naso e sporcavano di nero i fazzoletti, sputavano e lo sputo usciva nero, e i polmoni, e la gola, e lo stomaco si corrodevano, e i reni smettevano di funzionare. E anche le forze si corrodevano. E poi, i lavoratori,  morivano.

C’è una palazzina, a Praia a Mare, che la gente chiama “la palazzina delle vedove”: su sei appartamenti, la morte è entrata in cinque. Su sei famiglie, la morte, ha portato via cinque capofamiglia.
Ma la cosa più schifosa è che  capi e capetti,  quando un operaio era ormai in fin di vita, lo andavano a trovare in ospedale e facevano pressioni, praticamente lo obbligavano con minacce (  non riceverai la pensione, gli dicevano.   Ripetevano:   i tuoi figli non troveranno lavoro) lo obbligavano, dicevo, a firmare la lettera di licenziamento o di pre-pensionamento. Sollevavano il morente, appoggiavano il foglio sul letto, gli prendevano la mano, gli mettevano una penna fra le dita, appoggiavano la mano sul foglio, gliela tenevano e lui, il moribondo, impaurito, stremato, confuso, firmava. È soprattutto questa immagine, raccontata da vedove e figli delle vittime, che mi ha impedito di prendere sonno, questa notte.
Ma non basta: vittima della fabbrica dei veleni è stata anche tutta la zona  su cui sorgeva lo stabilimento e quella adiacente, mare compreso, probabilmente.  Testimonianze terribili, anche queste.  Il signor Vittorio Cicero dice: le acque della tintoria andavano in mare e i fanghi venivano seppelliti nel terreno che stava dietro i capannoni. Facevano scavare grandi buche e i coloranti ce li facevano buttare dentro. L’ordine partiva da Lomonaco.  Da Lomonaco, che è stato responsabile del reparto tintoria dal 1973 al 1988 (e ora è sindaco di Praia a Mare!!!).
Nessuna protezione, risponde l’operaio alla domanda del giornalista. Alla fine ci davano da bere mezzo litro di latte, che poi ho scoperto che faceva più male che bene.
Una drammatica testimonianza la porta anche un altro operaio. addetto alla macchina lisciatrice, Franco De Palma : la testimonianza di De Palma è  contenuta in un documentario-inchiesta girato dalla giornalista Giulia Zanfino ed acquisito agli atti nel processo. Ma De Palma non potrà recarsi in tribunale: è deceduto poco dopo l’inchiesta giornalistica, infatti.
Mi ha commosso profondamente, ieri sera,vedere il suo viso segnato dalla sofferenza, le mani e le braccia macchiate dagli acidi, ascoltare le parole che uscivano stanche dalle sue labbra, ma che pesano come piombo.  Sta su una carrozzella, De Palma, nel documentario.
Già nel ‘70”, dice “si lavorava nel fumo e nella nebbia causate dalle caldaie della tintoria non si vedeva a un metro di distanza”.  E anche lui parla di quei rifiuti nascosti, sepolti, sversati dove non si doveva, di nascosto, ad avvelenare la terra e il mare.  “I sindacati…”, dice “i sindacati protestavano, ma in realtà non facevano niente”.  Accusa, questa, che è venuta fuori da diverse testimonianze.

Quest’anno, finalmente, si è arrivati al processo. La Provincia di Cosenza, lo Slai Cobas, Associazioni ambientaliste  e 107 persone fra operai malati e parenti degli operai deceduti, si sono costituiti parte civile.  E nello staff dei difensori, guarda un po’, un nome noto: l’avvocato Niccolò Ghedini!
 La prima udienza era stata fissata per il 19 aprile 2011. Ma già dal primo giorno c’è stato un rinvio. E ora, in otto mesi, i rinvii sono già stati quattro. E gli avvocati di parte civile dichiarano che è alto il rischio prescrizione.
Il 15 giugno 2001, l’onorevole Antonio Boccuzzi, ex operaio della Thyssenkrupp e iscritto nelle liste del PD,  ha chiesto al Governo “di vigilare e usare ogni strumento in suo possesso per permettere un percorso virtuoso a quello che è considerato il più importante processo in materia lavoristica di tutto il meridione d’Italia.”.

L'altro ieri, 16 novembre 2011, è nato un nuovo Governo. E, io, come semplice cittadina, voglio rivolgere a questo Governo appena nato lo stesso invito: lo rivolgo con passione, con indignazione, con dolore, lo rivolgo perché le persone non sono carne da macello, perché le fabbriche non possono essere lager. Perché, chi ha causato quelle morti, deve pagare.  Deve pagare tanto. Deve pagare adesso.

 Questa nota è soprattutto il risultato di appunti che ho preso ieri sera, mentre  andava in onda Crash. Spero di essere stata abbastanza precisa e di non aver commesso errori.
Termino con brani prelevati da siti Internet, che possono aiutare ad avere un quadro più ampio della sconvolgente vicenda.  

Le morti sarebbero dovute a sostanze tossiche contenute nei coloranti dei tessuti. Poichè qualcuno ha avuto la geniale idea di abbattere le pareti divisorie dello stabilimento, i vapori tossici erano inalati da tutti.
Una domanda provocatoria. E se gli uomini di Praia mare avessero continuato a fare i pescatori, i pastori o gli agricoltori?
Avrebbero forse fatto una vita più povera, ma oggi sarebbero ancora qui a godersi figli e nipoti.
Da una veloce ricerca d'archivio sui tre principali quotidiani, si vede che nè il Corriere, nè la Stampa, nè Repubblica hanno mai parlato dei veleni e dei morti della Marlane a Praia a Mare.
Se Repubblica ne parla oggi  è perchè la procura di Paola ha concluso le indagini e «ha ipotizzato i reati di omicidio colposo dei dipendenti, la cui morte è stata attribuita alle condizioni di lavoro, e inquinamento ambientale.»
Come spesso accade, in Italia le cose si muovono e cambiano solo quando arriva l'azione legale. Il feedback del sistema funziona. Come dicono i 99 posse: Grazie, soprattutto da chi non c'è più.
(2) Naturalmente sul sito della Marzotto
(questo)
 non c'è più alcun riferimento allo stabilimento di Praia a Mare, perchè la MArlane ha ora sede solo vicino a Biella… (da  ecoalfabeta, 30 settembre 2009)

Imputati eccellenti a cominciare dal comandante in capo Pietro Marzotto,passando per i capetti quali Benincasa, Cristallino,Comegna,De Jaegher,Favrin e finire all’attuale sindaco di Praia a Mare Carlo Lomonaco. Questi capetti, pari a kapò , sono quelli che hanno reso la fabbrica della Marlane da luogo felice di lavoro a campo di concentramento. Pezzi da novanta che evidentemente si sentono impuniti per il loro potere economico che gestiscono, quali piccoli Berlusconi. Favrin è vicepresidente vicario della Confindustria del Veneto; Storer è stato dirigente di marchi importanti quali la Benetton, la Nordica, la Quacker-Chiari&Forti; De Jaegher è consigliere della Euretex e del marchio Hugo Boss,Zucchi e ItalJolly; Bosetti consigliere delegato e vicepresidente della Lanerossi ; Pietro Marzotto che ancora gestisce fabbriche ed operai con un organico al 31.12.2009 di 2885 operai dei quali 1306 in Italia,857 nella repubblica Ceca, 354 in Lituania, 94 in Romania, 264 in Tunisia, 10 in altri paesi.
Nessuno parlava del perché si moriva, su molti referti medici veniva scritto, morto da infarto. Spesso ai funerali partecipavano anche quei capetti oggi imputati. Si mettevano in prima fila, per farsi notare da tutti, e per mandare messaggi chiari alle famiglie, ai superstiti, agli altri operai, che il giorno dopo sarebbero tornati alle stesse macchine, negli spazi vuoti lasciati dai loro compagni di lavoro. (da:
 SciroccoRosso, 22 ottobre 2011)

Dopo una battaglia legale durata mesi, fra richieste di trasferimento e udienze rinviate a causa dell’assenza di Niccolò Ghedini (fra gli avvocati della difesa), il giudice per le udienze preliminari Salvatore Carpino ha rinviato a giudizio i 13 indagati dell’inchiesta sulla “fabbrica della morte” della cittadina in provincia di Cosenza. Tutti ex responsabili dello stabilimento o dirigenti della Marzotto, proprietaria della Marlane dalla fine degli anni’80, Silvano Storer, Jean De Jaegher, Lorenzo Bosetti, Vincenzo Benincasa, Salvatore Cristallino, Ivo Comegna, Carlo Lomonaco, Giuseppe Ferrari, Lamberto Priori, Ernesto Fugazzola, Antonio Favrin, Attilio Rausse e Pietro Marzotto dovranno ora rispondere a vario titolo, nel corso del processo che si aprirà il 19 aprile 2011, delle accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose o disastro ambientale, per la morte di oltre quaranta lavoratori, per le patologie tumorali che hanno colpito almeno altri sessanta ex dipendenti dello stabilimento e per i danni causati dall’interramento illegale di tonnellate di rifiuti industriali. (da Il fatto quotidiano 15 novembre 2010)

Marlane Marzotto: processo rinviato al 30 dicembre – Ennesima occasione mancata per far luce sul caso della Marlane Marzotto, la fabbrica tessile del cosentino oggetto di una vicenda giudiziaria a causa dei decessi e delle patologie tumorali che hanno colpito oltre cento dei suoi operai – Nel silenzio dei media, il processo è stato nuovamente rinviato
L’ultima udienza, quella dello scorso 28 ottobre, è stata bloccata per vizi di notifica, in particolare per firme irregolari sugli avvisi di ricevimento, e rinviata al prossimo 30 dicembre, a un giorno dai festeggiamenti per il Capodanno. Una scelta emblematica secondo lo Slai Cobas – il sindacato che negli anni ha supportato gli ex operai nel silenzio generale -, una data che sembra già voler svuotare ogni aspettativa e anticipare che non vi saranno novità significative.
Non per questo viene meno la determinazione dei lavoratori e delle loro famiglie, delle associazioni ambientaliste del territorio, di Francesco Cirillo, il giornalista che ha ricostruito la storia della Marlane in un libro-inchiesta (Marlane: la fabbrica dei veleni, Coessenza, 2011). In un comunicato commentano così la decisione: “Noi ci saremo lo stesso. Con le nostra lenzuola bianche, simbolo degli ammalati di tumore, dove è scritta tutta la nostra rabbia per questo processo che non vuole celebrarsi”. (da
Il cambiamento, 2 novembre 2011
)

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6 risposte a Marlane: la fabbrica dei veleni e del silenzio imposto

  1. utente anonimo ha detto:

    Ma quante Marlane ci sono ancora in Italia? Ne sono certo, ce ne sono a  centinaia e, di tanto in tanto, se ne scopre una con gli stessi danni agli uomini e alla natura, come tu hai potuto vedere e ascoltare, inorridita e impotente, cara Milvia.
    Gavino

  2. cristinabove ha detto:

    sono indignatissima!
    questo articolo, scritto con tanta chiarezza, merita di essere divulgato il più possibile.
    ciao
    cri

  3. anonimo ha detto:

    Il lavoro dovrebbe essere non solo un diritto, ma la base fondante della Repubblica Italiana, giudicando da come si apre la nostra vilipesa quando non ridicolizzata Costituzione. In questo caso, come purtroppo in tantissimi altri (e, si badi bene, non solo nel profondo Sud) il lavoro è un grazioso privilegio che i potenti offrono ai povericristi, che devono pagarlo con rischi intollerabili di infortuni e malattie, oltre a non doversi aspettare alcuna forma di tutela sindacale.

    Nel profondo Sud, semplicemente, le cose avvengono in modo ancora più spudorato ed esplicito, perchè il concetto fondante è che quando arriva una opportunità seppur delirante di "sviluppo industriale" va presa a scatola chiusa e senza ulteriori chiarimenti.

    Una nazione pensata a Torino ed appaltata a Roma sembra ancora considerare la sua propaggine meridionale come una fastidiosa riserva indiana dalla quale una volta si traeva la spina dorsale della manodopera, adesso il Nord ricco ed industrioso  si rivolge più volentieri ad extracomunitari che piuttosto che tornare indietro accettano condizioni lavorative e retributive scandalose (a proposito degli Italiani che non vogliono più fare certi lavori…).

    La mia non è un'analisi, direi che la tua è abbondante e circostanziata e non c'è nulla da aggiungere nè da togliere, è solo un grido di rabbia; ogni tanto riesco ancora ad indignarmi anche se ogni volta è un po' più difficile e dura un po' di meno.

  4. Soriana ha detto:

    Gavino: immagino che ce ne siano amcora molte, Gavino… Tanto ci si indigna, si fanno processi, e poi tutto ricomincia, anzi, non si è mai fermato.
    Grazie per la tua presenza costante.

    Milvia

  5. Soriana ha detto:

    Cri: cara Cri, ho cercato di essere chiara, sì. E avrei anche sperato che questo post ricevesse più visite e testimonianze. Non per mia vanità, ma perché anch’io credo che questa bruttissima storia meriti di essere conosciuta da più persone possibili. Ma apprrezzo tanto che siate stati tu, Gavino e Luca, a lasciare un commento.
    Un abbraccio, cara Cri.

    Milvia

  6. Soriana ha detto:

    Luca: io devo ancora raggiungere il distacco dalle cose del mondo, che potrebbe anche chiamarsi saggezza, che mi impedirebbe di indignarmi. Anche se mi rendo conto di quanto la mia indignazione non dia frutti, ma sia solo uno sterile alberello che non potrà servire neppure per accendere un bel falò. Sono contenta (ma contenta sembra un termine inappropriato e anche ridicolo, in questoi contesto, anzi lo è senz’altro) che questa orribile, e non unica, purtroppo, vicenda, ti abbia suscitato un moto di indignazione. Tutto vero, quello che scrivi. Oggi, probabilmente, la fabbrica di Praia a Mare sarebbe piena di extracomunitari… Oggi, quasi certamente, ci sono altri luoghi di lavoro simili alla Marlane in cui i povericristi che vengono da lontano si stanno ammalando.  Ricordo un’inchiesta di Fabrizio Gatti che fu pubblicata anni fa sull’Espresso, e che mi sconvolse, come mi ha sconvolto la trasmissione dell’altra sera. Non erano operai rinchiusi in una fabbrica, gli schiavi, ma erano raccoglitori di pomodori. Trattati in maniera così disumana, da ricordare i raccoglitori di cotone nel sud degli Stati Uniti, prima dell’abolizione della schiavitù.  Qualcosa sarà cambiato, dopo quell’inchiesta? Mah, non credo proprio. Ciao, Luca.
    E grazie.
    Milvia

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