Poi un mattino accade…

Ci sono cose che amiamo particolarmente.  Oggetti che utilizziamo ogni giorno, per esempio. Come la tazza della colazione: la stringiamo fra le mani, mentre sorseggiamo il caffelatte o il tè, ed è anche lei, con il  suo colore, con la sua forma, con la sua consistenza,  con il tepore che tralascia e che  ci accarezza le dita,  che ci aiuta ad affrontare la nuova giornata.  Proprio quella tazza lì, non un’altra. Non quella che ci ha regalato un’amica a Natale, che si capisce, a guardarla,  che viene da uno di quei negozi prestigiosi  del centro, dove ti fan pagare anche l’aria. che respiri. Proprio quella tazza lì, che abbiamo trovato in un anonimo negozio di periferia, e appena l’abbiamo vista è stato subito amore.
Poi, un mattino accade che, per nostra disattenzione, ci cade di mano. Oppure qualcuno ci urta il braccio, e non è colpa nostra (o forse sì, magari, quel qualcuno, lo abbiamo innervosito, e il movimento brusco ne è stata la conseguenza).  Ma il risultato è lo stesso: la nostra amata tazza ci sfugge dalle mani e si trasforma in desolanti cocci, che giacciono, miserelli, sul pavimento.
Li raccogliamo, quei cocci, maledicendoci per la nostra sbadataggine. Poi pensiamo che… sì, non sono  tanti, che potremmo tentare, con pazienza, di rimetterli insieme, esistono delle colle adesive fantastiche in commercio, pensiamo.
E così facciamo. Seguiamo tutte le istruzioni scritte sul tubetto della colla. Aspettiamo il tempo indicato e… voilà! La nostra tazza sembra quasi non portare alcun segno del suo incidente.
Sembra. Ma le crepe l’attraversano,  non ci dà più sicurezza tenerla fra le mani, ci sembra diverso perfino il sapore del caffelatte, o del tè.  E molto probabilmente, dopo alcune mattine, la sostituiremo con il regalo di Natale.  O forse no, forse ce la terremo, la nostra tazza. Ma non sarà mai più come prima.

Perché ho scritto questa storiella un po’ insulsa? Perché la tazza rotta, secondo me, e sono anni che lo penso, è una metafora: dei sentimenti, delle relazioni, siano esse d’amore o d’amicizia. Più i sentimenti sono intensi, più la ripercussione di una crisi, di un tradimento, di una grave incomprensione, sarà rovinosa.  Potremo rabberciare, ricucire, incollare, ma, come per la tazza, le crepe si vedranno sempre.
E, come per la tazza, i sentimenti, le relazioni, siano esse d’amore o d’amicizia, non saranno mai più come prima.

La canzone che ho scelto a conclusione del mio post, nulla c’entra con il suo contenuto. Non è neppure particolarmente bella. Ma mi piace il video, perché è pieno di colori. E in queste grigie giornate è proprio di colori che ho bisogno.

(Immagine iniziale prelevata da questo sito).

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12 risposte a Poi un mattino accade…

  1. annamaria ha detto:

    Cara Milvia, questa è la dimostrazione che quando si ha la capacità di comunicare, come te, si scrive qualcosa di bello sempre. Il racconto di una tazza che va in frantumi ben si collega alle storie della vita, storie che poi si rincollano, come per i cocci, ma storie che hanno perso la lucentezza e l’integrità passata. Le giornate sono grigie non soltanto per le condizioni atmosferiche, ma per tutto il grigiore che emanano gli avvenimenti che le attraversano.
    E’ un piacere leggerti!
    un bacio
    annamaria

    • Milvia ha detto:

      Cara Annamaria, è da qualche anno che ho in mente questa immagine, Sarà anche perché mi affeziono agli oggetti: quelli di nessun valore monetario sono molto spesso, per me, più preziosi di quelli costosi (é anche vero che di costoso non posseggo molto…)
      La vita, poi, mi ha portato a infrangere sentimenti, che, nonostante la buona volontà, si sono ricomposti solo provvisoriamente, Ecco perché è nato questo parallelismo, che non si riferisce in particolare a episodi attuali.
      Mi fa piacere che ti faccia… piacere leggermi!
      Un abbraccio e grazie.

  2. pieramariachessa ha detto:

    Milvia cara, intanto voglio dirti che il tuo nuovo blog mi piace molto (ma anche l’altro mi piaceva), è bello, luminoso, e poi…è il tuo, ha un’impronta ben precisa, inconfondibile.
    Riguardo al post non credo proprio che sia una storiella “un po’ insulsa”, ha una sua profondità e spiega molto bene quello che intendi dire.
    Le giornate grigie poi sembrano accentuare una certa malinconia, per questo il video che hai proposto è davvero azzeccato, si ha proprio bisogno di un po’ di colore e anche di una bella melodia!
    Ciao.
    Piera

  3. Milvia ha detto:

    Piera cara, grazie! Domani Splinder sparirà per sempre, e, se ci penso, mi prende un po’ di malinconia. Attraverso Splinder ho conosciuto te e tanti amici cari. Ma devo dire che qui su WP mi trovo bene, come aspetto e duttilità è forse migliore di Splinder. Non so se abbia la mia impronta… Molto mi hanno aiutato Alex e un amico, quindi tanto devo a loro.
    Le giornate invernali e il freddo mi danno sempre un po’ di tristezza, ma devo dire che il periodo che sto attraversando non è poi tanto male (se non penso allo sfacelo che ci circonda…).
    Ti abbraccio, Piera. Grazie di tutto.

  4. Luca Rinaldoni ha detto:

    Come mi era già capitato un’altra volta con te, e penso che questo dimostri una sincera affezione per il tuo blog, anche qui mi capita di trovare una sottile linea di collegamento fra post diversi: la celebrazione dolceamara di un trasloco si collega qualche giorno dopo con delle considerazioni sulla precarietà, crescente, ingravescente, implacabile, con la quale è arduo rassegnarsi a convivere.

    La società futura sarà sicuramente segnata da una precarietà cronicizzata della quale già oggi sentiamo le prime avvisaglie: una società in cui sarà normale cambiare lavoro e casa senza soluzione di continuità, anzi in cui casa e lavoro non saranno più un diritto per nessuno ma solo una eventualità da costruire.

    Come vedi mi permetto di andare oltre le tue parole e cercare di far emergere un implicito che mi sembra di cogliere:

    Precarietà ci punta un dito sulla schiena,
    il suo ricordo ci addolora,
    la sua presenza ci spaventa
    (Claudio Lolli, se te la vuoi leggere e sentire tutta vai su http://www.youtube.com/watch?v=RxuvpNvulxY).

    Quante tazze ci siamo visti cadere di mano o rubare proditoriamente nella nostra romantica ricerca di appartenenza e stabilità, che spesso ci sembra anacronistica e condivisa da ben pochi altri in questi tempi inutilmente veloci, inutilmente affollati, inutilmente rumorosi?

    • milvia ha detto:

      Verso i cambiamenti, caro Luca, ho un atteggiamento che potrei definire schizofrenico: mi stimolano, mi incuriosiscono, tanto da averne fame, ma, al tempo stesso, mi mettono malinconia per quel che non è più. A volte mi è capitato perfino di vivere momenti di… nostalgia preventiva. Come nella canzone di Tenco, Lontano lontano (vedi, cito anch’io canzoni…). Forse vorrei sapermi muovere nel tempo, andare avanti e indietro fra il vecchio e il nuovo.
      Altra cosa è la precarietà, che uccide ogni sogno, e ti fa camminare su un filo teso sul nulla. Quella sì, che mi spaventa, come dice il nostro caro Claudio Lolli nella bellissima canzone che mi hai segnalato (in quanti lo ricordano ancora, Claudio Lolli?… ). Mi spaventa sia nei rapporti amorosi, sia nella quotidianità. Eppure, ormai, siamo tutti precari, e sul filo teso dobbiamo ancora imparare a camminare.
      La tua sincera affezione al mio blog, mi riscalda, mentre la neve, fregandosene giustamente dei disagi che porta, continua a cadere. La ricambio, l’affezione, e anche se non sempre commento, sempre ti leggo.
      Buon pomeriggio, Luca!

  5. Silvana ha detto:

    Mi piace molto il tratto d’unione tra gli oggetti ed i sentimenti.
    La tazza si può utilizzare per altri scopi, es. un portamatite, ed i sentimenti altrettanto possono trasformarsi in qualcosa d’altro.
    Non avranno più lo stesso aspetto, non daranno più lo stesso sapore, ma possono sempre dare qualche soddisfazione.
    Un abbraccio

  6. milvia ha detto:

    Saggia Silvana… Hai ragione, una tazza può diventare altro, possiamo anche riempirla di terra e far crescere una piantina. Così come un marito, o un amante può trasformarsi in amico (mi è capitato..). Per l’amicizia credo sia diverso, però. Un amico che si trasforma in semplice conoscente è cosa molto triste…
    O.T.: ma secondo te quando smette di nevicare?
    Ricambio l’abbraccio.

    • Silvana ha detto:

      Non ne ho la più pallida idea, qui da me 30 cm di neve e non accenna a smettere.
      Quello che mi preoccupa è il ghiaccio che comincerà a formarsi da stasera.

  7. milvia ha detto:

    Anche da me, stessa situazione…
    Ciao!

  8. falconieredelbosco ha detto:

    mi piace molto questo post e la metafora, ma per me è diverso. Voglio dire che non mi sono mai affezionato ad una particolare tazza per la colazione , anche perché questo momento di pasto quotidiano per me è sempre stato un passaggio velocissimo. Quando ero bambino non avevo fame, quando andavo a scuola c’erano gli amici o il pullman che scalpitavano alla porta, durante la naja la saltavo sempre perché faceva schifo, nei sette anni di fonderia facevo colazione talmente teso per le responsabilità sul lavoro che non so cosa ci fosse in quelle scodelle e nei trent’anni di fornaio praticamente la colazione la faccio in piedi facendo attenzione che il pane non bruci. Mi sono reso conto però di una cosa, l’importante è stato per me avere dentro qualcosa che mi sostenesse, che mi desse forza di andare avanti per tutta la giornata, quindi non il contenitore ma il contenuto, perciò non l’amico ma l’amicizia. Con questo non voglio dire che n tengo agli amici ma che per me è molto più importante la forza dell’amicizia. A cosa serve un amico anche di lunga data se non ti offre il suo tempo se non ti rende migliore la vita se non ti sta accanto? una meravigliosa scodella o un collage di cocci ben saldati più o meno sono la stessa cosa se non contiene una buona colazione.

    P.S. mi piace la risposta che dai a Luca che ti ha passato una song di Claudio Lolli e tu gli parli della tua nostalgia preventiva e della canzone Lontano lontano di Tenco. Pensa che mi sono appena svegliato dal sonnellino di recupero pomeridiano son venuto qui per scrivere un post di risposta a “canzoni sospese” dove una cara amica mi ha indicato la sua canzone : Lontano lontano. Avevo già tutto n mente ma ora ci devo ripensare , passerò ad un ‘altra canzone di un altro amico da commentare e aspetto anche la tua canzone sospesa se me vuoi lasciare devi scriverlo sotto il post :canzoni sospese dove puoi ascoltare una bellissima canzone di Leslie Duncan. Un caro saluto da Falconier

  9. milvia ha detto:

    Forse perché per me è invece la colazione il pasto più importante della giornata (anche se frugale: caffelatte senza zucchero e due biscotti), mi è venuto l’accostamento tazza/relazioni. Se il contenuto è essenziale, lo è anche il contenitore… Ma è perché io sono un po’strana, come dicevo a un’amica pochi giorni fa, mi diletto a pensare che anche gli oggetti abbiano un cuore. So che non è vero, naturalmente, non rabbrividire, caro Fausto… Non per questo sono possessiva nei loro confronti; anzi è capitato più volte che regalassi un oggetto a cui ero particolarmente affezionata a un amico o amica che mostrava di apprezzarlo. Interessante, comunque, la distinzione che fai fra i due vocaboli, amicizia e amico. Non li avevo mai pensati così, una contenitore dell’altro…
    Per la canzone, poi, Lontano lontano mi ricorda un momento ben preciso della mia giovinezza. Ricordo il momento, il luogo e, risentendola, provo ancora quella nostalgia… preventiva che provai allora. Ero con il mio primo ragazzo, o fidanzato come si preferiva dire allora, in un bar del centro. E il jukebox iniziò a suonare la canzone di Tenco. La cosa strana è che pensai che quelle parole, “E lontano lontano nel mondo in un sorriso sulle labbra di un altro, ecc”. sarebbe stato lui a pronunciarle, un giorno. Insomma, provai una nostalgia preventiva per interposta persona… Ma l’ho detto che sono un po’ strana, io. In effetti, però, un anno più tardi lo lasciai, e lui non ne fu molto contento.
    Verrò a leggere il tuo post sulle canzoni sospese…
    Un’ultima cosa: visto che hai nominato Luca, ti consiglio di seguire il suo blog. È proprio una persona in gamba, il mio corregionale.
    Un abbraccio, caro Fausto!

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