Vite diverse, diverse vite

Armatevi di pazienza, amici cari. Perché quel che segue è un racconto molto lungo. Avevo anche pensato di suddividerlo in più post, ma poi mi sono detta che niente impedisce a voi di leggerlo in più riprese e che forse è più comodo averlo, come dire… in un’unica soluzione. 
Non è un racconto nuovo: fa parte della mia prima raccolta di racconti (mi piace dire “prima”, perché fra non molto ne uscirà una seconda)  Donne, ricette, ritorni e abbandoni, ma in questi giorni l’ho sottoposto a un pesante restyling, tagliuzzando, sostituendo, scucendo. È stata divertente, questa operazione: chissà se anche i chirurghi plastici si divertono a modificare il corpo dei loro pazienti?…
Beh, bando alle chiacchiere. Ecco il racconto:

Vite diverse, diverse vite

 Guardò giù nella strada. Una vecchia Panda procedeva lenta, come se il conducente stesse cercando di localizzare un particolare numero civico. Due ragazzi, fermi sul marciapiedi, tentavano di accendersi le sigarette, ostacolati dal vento che si era alzato improvviso. Un gatto attraversò la strada, velocissimo.
Sotto il lampione che disegnava una stanca macchia di luce sull’asfalto, un uomo se ne stava ingobbito dal freddo, la testa coperta da un bizzarro cappuccio a strisce colorate. Indossava un cappotto sdrucito cui mancava una manica.
Poveraccio, pensò Carlo, ce n’è tanta di gente come lui, in giro. Poveracci…
In un appartamento al primo piano del palazzo di fronte si accese una luce. Nella stanza illuminata una ragazza dai lunghi capelli rossi iniziò a spogliarsi, fino a rimanere in un’aderente calzamaglia nera. Poi iniziò a ballare.
Io ballo da sola, gli venne in mente. Continuò a tenere lo sguardo sulla ragazza, affascinato dalla leggerezza dei suoi movimenti, dall’armonia che il suo corpo esprimeva attraverso i lenti volteggi, l’alzarsi delle braccia, la carezza dei capelli sul viso, quando reclinava la testa.
«Che c’è, che guardi?».
Michela era entrata silenziosamente nel soggiorno e aveva cinto con un braccio le spalle del marito.
«Guarda lì, in quella stanza… Guarda che eleganza di gesti ha quella ragazza. Incantevole, non trovi?»
«Umh umh», fece Michela, «proprio graziosa. Ma adesso accosta le persiane e smettila di fare il guardone». E gli diede un’affettuosa bottarella sulla testa. A fatica lui distolse lo sguardo. Poi aprì la finestra e, sporgendosi per accostare gli scuri, vide ancora l’uomo dal cappuccio colorato. Si era spostato e ora, semiriparato dal portone del loro palazzo, stava guardando in alto, verso quella finestra del primo piano, dove la ragazza continuava tranquillamente a danzare.
Carlo accese il televisore e Michela gli si accoccolò accanto sul divano. Sul tavolo basso davanti a loro un pacchetto aperto di caramelle, un fermaglio per i capelli, un calzino rosso: Cristina lascia sempre tutto in giro, benedetta ragazzina, pensò Carlo sorridendo. Si sentì pervadere da una intensa sensazione di benessere. Fra poco avrebbe compiuto quarantasei anni, e poteva dirsi soddisfatto della sua vita. La sagoma dell’uomo col cappuccio gli si parò un attimo davanti agli occhi. Avrei potuto essere io, pensò. Rivide le grevi ombre del dormitorio dell’orfanotrofio, gli sembrò di sentire gli odori stantii delle suore, di rivivere, per un attimo, le ore passate a piangere lacrime di rabbia e impotenza, per la convinzione che per lui, figlio non riconosciuto, niente sarebbe cambiato. Invece, quando da poco aveva compiuto  dieci anni, c’era stato il miracolo: era stato scelto. Proprio lui, fra tutti i suoi compagni, lui così schivo e solitario. E arrabbiato, e triste. Una donna piccolina dal sorriso dolce e un uomo imponente, dal viso duro, ma dalla voce rassicurante, erano diventati all’improvviso i suoi genitori, dandogli finalmente quel calore che gli era mancato fin dalla nascita.
E ora si trovava in quell’appartamento accogliente, con una moglie che amava e che lo amava, con una figlia un po’ pasticciona, ma splendida. E con il suo lavoro di investigatore che amava quasi quanto la sua famiglia. Forse c’era ancora qualche angolo di buio, dentro di lui. Ma tutto sta andando per il meglio, pensò.

L’uomo dal cappuccio colorato si alzò faticosamente dal marciapiede dove era rimasto seduto per quasi tutto quel mattino di fine inverno e iniziò a seguire la ragazza. I capelli rossi oggi erano liberi, non costretti, come altre volte, da elastici, o sciarpe, o berrettini. Liberi, si perdevano in lunghi riccioli sul blu del giaccone. Proprio come li portava Agnese, si disse l’uomo. Proprio come i capelli di Oriana.
Agnese, Agnese… Come gli succedeva spesso  il suo  pensiero scivolò fuori dalla realtà.
Continuava a seguire la ragazza, il suo andare armonioso che ormai conosceva così bene, ma con la mente si era spostato in un altro luogo, nell’altra vita.
Nell’altra vita lui era stato un architetto. Aveva avuto una moglie e una figlia. Viveva in una bella casa, con delle grandi vetrate che rubavano la luce al cielo. Per anni era stato un uomo così felice che, a ricordarli ora, quegli anni, gli sanguinava il cuore. Quando era nata Agnese gli era sembrato di esplodere dalla gioia. Tutta la sua esistenza aveva iniziato a ruotare intorno a lei. Si era preso un anno sabbatico, aveva appoggiato i suoi clienti ad altri studi. Non voleva perdersi neppure un minuto di quel miracolo che stava vivendo. «La mia rossa», le sussurrava premendole delicatamente le labbra sulla testolina fulva, «rossellina, rossella». La cullava per ore, si inventava ninne-nanne, le scattava foto ogni minuto. Oriana, la moglie lo prendeva in giro, lo chiamava, sorridendo, mammo. A volte gli sembrava anche gelosa, ma lui non poteva farci niente. Agnese gli aveva rubato il cuore.
Poi gli anni erano passati e la bambina era diventata grande.
Poi Oriana aveva conosciuto un uomo. E li aveva abbandonati, senza lasciare indirizzo.
E tutto era precipitato.
Una sera i carabinieri avevano suonato alla porta, e gli avevano portato su un’Agnese che puzzava di vomito, un tremito nel corpo, le pupille dilatate che rendevano pozze scure l’azzurro degli occhi.
«Per stavolta gliela abbiamo riportata, perché sappiamo che lei è una brava persona, architetto», gli avevano detto i carabinieri, «ma le stia dietro, altrimenti questa finisce male».
Avevano salutato e se ne erano andati. Lui si era sentito come un uomo che cade in mare e vede la nave allontanarsi, e non c’è costa, intorno. Disorientato, impotente, impaurito. Aveva cominciato a urlarle addosso, a riempirla di insulti. Le si era avvicinato e le aveva sbattuto una mano sulla faccia, con forza. Era uscito del sangue, dal naso della figlia, che le aveva tinto le labbra. Mentre lui abbassava lentamente il braccio, Agnese lo aveva guardato negli occhi, senza emettere alcun suono. Ma aveva parlato il suo sguardo, e lui si era sentito schiacciare dall’odio che abitava quello sguardo, come se l’odio fosse una scarpa e lui uno scarafaggio. Aveva allungato una mano per sfiorarla. La figlia era arretrata, senza distogliere gli occhi. Poi si era girata e si era chiusa in camera.
Era uscito sul balcone. Giù in basso, si stendeva  il tappeto luminoso della città.  Gli era sembrato lontano e ignoto, come se lui fosse un extraterreste che stesse guardando un mondo sconosciuto a bordo di una navicella spaziale. Si era sentito veramente solo per la prima volta in vita sua.
«È tutta colpa tua, Oriana!» aveva gridato verso il cielo. «Neanche una cagna lascia i suoi figli!» E l’odio verso la moglie aveva iniziato a scorrergli nelle vene, e aveva scacciato il dolore per l’abbandono e la possibilità di chiedere a se stesso dove avesse sbagliato.
Il giorno dopo aveva raccontato tutto a un suo amico medico, che aveva poi convinto Agnese a entrare in comunità. Ma non era servito a niente. Lei fuggiva, poi rientrava in comunità, e fuggiva ancora e si rifugiava a casa, e così via, senza che vi fosse un segno di cambiamento.
Il suo studio di architetto andò a puttane, mentre lui cercava di starle vicino. Di nuovo, come diciotto anni prima, i suoi ritmi cercarono  di adeguarsi a quelli di Agnese. Ma lei non lo voleva più.
La ragazza continuava a camminare sul viale, senza fretta, come se non avesse una meta. L’uomo dal cappuccio colorato continuava a seguirla. A volte, per lui, la ragazza era Agnese, a volte era Oriana. A volte lui l’amava. A volte l’odiava.

 Nei giorni in cui l’elegante uomo dai capelli argentati aveva dato inizio al suo gioco, lei indossava un giaccone di panno blu, con la cintura chiusa intorno ai fianchi stretti, da ragazzo, che contrastavano con il seno pieno. A volte gli incontri erano casuali. Proprio in quei momenti in cui lui non se la sentiva incollata dentro, e il sangue gli scorreva libero, e il respiro  era normale. Si imbatteva in lei mentre attraversava una piazza, a un angolo di strada, all’uscita di un negozio. Allora era come se una nube coprisse il sole, come se calasse una fitta nebbia che ovattava tutto, e i suoi pensieri, fino a quel momento posati tranquilli come passeri su linee elettriche, si lanciavano in un volo vorticoso e cieco, e un turbinio di foglie scricchiolanti sembrava  pungergli  il viso.
La prima volta che l’aveva incontrata, lei stava attraversando il parco. Un piccolo parco, in verità, poche panchine un po’ arrugginite, sacchetti di plastica abbandonati, che svolazzavano contro grigi tronchi di alberi nudi.
Lei.
Il bavero rialzato contro il vento che sibilava a tratti. La testa fiera, protetta da una sciarpa azzurrocielo di cui lui aveva percepito con la mente la morbidezza. I jeans infilati negli stivali dal tacco alto, la borsa di cuoio chiaro che le oscillava contro i fianchi, seguendo il ritmo del suo camminare. Il giaccone blu che le accarezzava le natiche arrestandosi appena sotto l’inizio delle lunghe gambe.
L’uomo  era dietro di lei, e aveva rallentato il passo per non superarla,  gli occhi incollati al suo corpo, come per prenderla, per possederla con lo sguardo. Le mani avevano cominciato a tremargli e se le era cacciate in tasca, turbato, mentre il tremore si propagava dentro di lui, nel  luogo più profondo della sua mente. Spaventato, si era costretto a fermarsi. Aveva fissato ancora per un attimo la ragazza. Poi aveva girato le spalle e aveva attraversato il viale pieno di traffico.
Ma quel giorno, proprio il giorno in cui iniziava l’estate, l’incontro non era stato casuale.
Aveva aspettato di vederla uscire di casa rincantucciato su una sedia all’interno del bar di fronte, il volto nascosto dietro a un quotidiano ormai sgualcito.
«Niente lavoro, oggi?», gli aveva chiesto il barista.
«Oggi riposo», aveva laconicamente risposto.
Quando l’aveva vista uscire dal portone aveva lasciato il bar.
Lei portava una gonna lunga, che le accarezzava leggera le caviglie sottili. Una corta maglietta lasciava scoperta una striscia di pelle intorno alla vita. L’uomo lasciò andare la sua mente fino ad arrivare a sfiorare con i polpastrelli quella zona nuda, indugiando sulla setosità della carne, percependone il tepore, mentre sentiva l’eccitazione salire e salire troppo in fretta.
All’inizio non era stato così stravolgente. O per lo meno aveva saputo mantenere il controllo sulla sua mente. Ma poi, a ogni nuovo incontro, a ogni nuovo pedinamento, i pensieri intorno a lei erano diventati  più densi, e le barriere fra realtà e fantasia  meno insormontabili. E così quel giorno, seguendola, aveva cominciato a denudarla. Cadeva a terra la maglietta, il reggiseno, mentre lei continuava a camminare, un camminare simile a una danza, lasciando dietro a sè quei pezzi di tessuto. Cadde a terra la gonna, e la pelle della ragazza era così luminosa che lui aveva dovuto socchiudere gli occhi. Con le sole scarpe addosso, dai tacchi altissimi e sottili, la ragazza camminava davanti a lui, l’andatura fluida, un’eleganza noncurante mentre avanzava fra la gente.
L’uomo dai capelli argentati aveva cominciato ad accarezzala, per conoscere la geografia di quel corpo, a premersela addosso, le natiche di lei contro il suo sesso.
Nella sua mente.
Poi qualcuno lo aveva urtato, e lui si era riscosso da quei pensieri. Si ritrovò sudato, il respiro affannato, lo sguardo confuso. Era entrato in un bar e nel bagno aveva dato sollievo al suo corpo eccitato. Alla fine, guardandosi allo specchio, si era ripromesso che non sarebbe più successo, che non l’avrebbe più pedinata, mai più.
Ma il mai più era stato  cancellato dagli incontri successivi.
«Lei è il pifferaio», si diceva ogni volta, «il pifferaio di Hamelin. E io, io chi sono? Un topo? Un bambino? Annegherò nel fiume, o verrò inghiottito dalla montagna?»

Carlo chiuse la porta e tutti e tre, lui, Michela e Cristina entrarono in ascensore. Si andava al ristorante, a festeggiare.
Un processo si era concluso con l’assoluzione piena dell’imputato, accusato ingiustamente di frode nei confronti di un’azienda, grazie al suo meticoloso lavoro di investigazione. Aveva sfacchinato per metà inverno e tutta la primavera, su quel caso, e ora poteva ritenersi veramente soddisfatto.
Avevano prenotato in un ristorante vicino al fiume. Decisero di andare a piedi, attraversando il piccolo parco vicino a casa.
«Qui i cancelli non li chiudono mai, neanche di notte», disse Carlo. «È diventato un luogo poco sicuro, questo. È il posto in città dove si fanno più scippi, quando è buio, e ci sono stati anche tre casi di violenza sessuale, il delitto più abbietto che possa esistere. Purtroppo la criminalità sta aumentando, e bisogna stare molto attenti. Cristina, dico anche a te, stai attenta, evita di attraversare il parco, di sera!»
«Sì, papà», rispose meccanicamente Cristina, con la noncuranza dell’adolescenza.
Tutto intorno i tigli spandevano il loro profumo. Carlo odiava i tigli. Il loro odore gli ricordava l’infanzia. Nel giardino dell’istituto ce ne erano quattro, di tigli, che davano ombra alle panchine di pietra. Si rivide ragazzino triste, seduto in solitudine su una di quelle panchine, le mani abbandonate in grembo, vuote. Ripensandoci, gli sembrava di sentire ancora quella fame che gli veniva dal profondo, un desiderio inesprimibile di cose calde, luminose, eleganti, lontanissime dallo squallore dei muri dell’orfanotrofio e da tutta la misera realtà che lo aveva circondato da bambino.
Negli ultimi tempi il pensiero retrocedeva spesso a quel periodo. Forse a causa dell’apparizione di quell’uomo, quel barbone con il cappuccio colorato? Lo aveva incontrato più volte, dopo quella sera d’inverno, e, stupito, aveva notato che, anche se ormai era arrivata l’estate, lui indossava lo stesso cappotto, lo stesso cappuccio di lana. Ancora una volta si sentì fortunato. Accadeva, però, che qualche notte si svegliasse all’improvviso, con la sensazione che il buio della stanza lo risucchiasse. Toccandosi le guance le sentiva bagnate di lacrime. Si avvicinava allora alla moglie e affondava  il viso nell’incavo della sua spalla. E il mondo ricominciava a girare.
Il terrazzo del ristorante si affacciava sul fiume, e le fiaccole antivento sulla balaustra riflettevano oro sull’acqua scura. I tavoli erano apparecchiati elegantemente, gli altoparlanti diffondevano a basso volume l’Estate di Vivaldi.
Stavano per ordinare, quando lui, posando il menù, disse:
«Guarda, Michela, quella è la ragazza del palazzo di fronte!».
«Quale ragazza? ».
«Ma dai, quella che ballava da sola! Non ti ricordi, quest’inverno?…»
«Ah, sì, ricordo, ricordo anche che ti era  piaciuto, stare lì a guardarla…»
«Papà», intervenne Cristina, «sei diventato rosso!».
«Non è possibile, lo giuro davanti a tutta la corte!» scherzò lui.
La minigonna aderente, i sandali dorati dal tacco alto, una ragazza, accompagnata da un giovane uomo con dei bermuda color corda, stava attraversando il terrazzo, per andare a occupare un tavolo d’angolo. I folti capelli rossi erano raccolti in una semplice coda di cavallo.
«Però, è carina, la tua ragazza, papà!».
«Non è la mia ragazza. Però sì, è carina. Forse».

L’uomo dal cappuccio colorato prese dalla tasca del cappotto la bottiglia. Vuota.
Dio, pensò, sono lo stereotipo dell’ubriacone. Sembro finto, tanto gli assomiglio.
Il caldo lo soffocava, ma non sapeva dove mettere il cappotto. A volte se lo toglieva e lo appoggiava sul braccio, ma poi si stancava, e tornava a indossarlo. E il cappuccio se lo teneva sempre in testa, lo considerava un portafortuna. Quale fortuna, poi?
Erano giorni che non vedeva la ragazza. Forse era andata in vacanza.
Pensò che il caldo era comunque preferibile al gelo dell’inverno. La notte era difficile addormentarsi, quando faceva freddo. Alla fine, fra cartoni, giornali, qualche straccio trovato in giro, vicino ai cassonetti, riusciva a farsi un riparo. Poi arrivava il sonno. A metà notte, in ogni stagione,  e quasi tutte le notti, si svegliava urlando. Riviveva l’impatto tremendo, il clangore delle lamiere, l’odore del sangue, il pallore del volto di Agnese, la strana inclinazione del suo collo, le luci azzurre che rimbalzavano sul muro della galleria.
Quella sera lei se ne va, chiudendo piano la porta dell’appartamento per non farsi sentire. Sono dieci giorni che lui la tiene rinchiusa. Falliti i ricoveri in comunità, fallite tutte le terapie, ha deciso di doverci riuscire da solo, a togliere alla figlia l’ossessione della droga. Ma ormai si sente come il topolino che ha deciso di scalare la montagna. Per potersi concedere un po’ di sonno è costretto a legare Agnese al letto, dopo averle somministrato un sonnifero. Ma non riesce comunque a riposare. Si ritrova sempre più spesso con la testa appoggiata sulle braccia intorpidite incrociate sul tavolo, un bicchiere e una bottiglia vicino. Anche quella sera. Prima gli urli, le parole senza ritorno, da parte di tutti e due. Poi la quiete. Si risveglia al rumore del portone di sotto, che sbatte chiudendosi. Non occorre che si guardi intorno. Sente che la figlia non è in casa: si è dimenticato di legarla. Si precipita giù per le scale: Agnese è fuori, sul marciapiede, smarrita. Lo guarda, e ha gli occhi di un animale braccato, occhi di  odio e paura. Lui le si avvicina e lei gli sputa in viso. Il padre abbranca con un braccio quel corpo magro, prende le chiavi dell’auto dalla tasca della giacca,  ficca la figlia sul sedile del passeggero, richiude lo sportello, sale, mette in moto. Non ha una meta. Vuole solo sfuggire a quell’incubo. Le luci delle case sfilano di fianco a loro a velocità pazzesca. Poi l’imbocco della galleria. E il sottile strato di ghiaccio sull’asfalto.
Quando l’avevano seppellita, lui era in ospedale, il desiderio di morire inchiodato addosso. «Coraggio, la vita continua», gli avevano detto i medici. Ma loro non avevano capito che la sua vita se ne era andata tanto tempo prima.
Le spese del processo che aveva subito per l’incidente gli avevano mangiano quel po’ che gli era rimasto. L’orrore che provava per quanto era successo gli aveva mangiato la vecchia identità. Così era diventato quello che adesso era. E aveva cominciato a coltivare con tenacia solo due sentimenti: l’amore per Agnese, l’odio per Oriana.
In alcune notti era la moglie a fargli visita. Vedeva con chiarezza le piccole lentiggini che disegnavano costellazioni sulla pelle lattea dei seni, sentiva il solletichio dei suoi capelli sul suo petto, mentre lei lo sovrastava durante l’atto d’amore. Si svegliava con la bocca arida, una sensazione di vuoto che lo opprimeva, la frustrazione del desiderio insoddisfatto che gli agghiacciava le vene. Da una delle tasche del cappotto toglieva allora un cartoncino rettangolare, e alla luce dell’accendino guardava il volto di Oriana che lo fissava da una vecchia fotografia. Ed era l’odio ad agghiacciargli le vene.
Allora non è partita: eccola lì, un vestitino bianco, cortissimo, i capelli sciolti sulle spalle. L’uomo dal cappuccio colorato se ne riempie lo sguardo e inizia a seguirla. Per la strada non c’è molta gente, anche se ormai, nella sera incipiente, l’afa si è arresa a una lieve brezza che proviene dalle colline. Non c’è neppure quell’uomo che, ne è certo, da un po’ di mesi si è messo anche lui a seguire la ragazza. Un uomo dai capelli bianchi, quasi argentei. Non gli piace per niente quell’individuo, non capisce le sue intenzioni. Ogni volta che lo vede ne è turbato, lo getta in uno stato di apprensione, quell’uomo. La ragazza appartiene solo a lui. Solo lui deve esserne il protettore. O il nemico.
Ma questa  sera, mentre le ombre cominciano ad accarezzare la città, di quell’uomo non c’è traccia.
I capelli della ragazza ondeggiano piano sulle spalle, mossi da quel vento lieve che si è alzato.
Entrando nel parco, lei si ferma subito vicino alla fontanella. China la testa per avvicinarsi allo zampillo, si scosta i capelli e beve.
Oriana, pensa l’uomo con il cappuccio colorato, anche Oriana si scostava i capelli in quel modo. Quella volta, in montagna, l’affanno della salita, la sorgente, e lei che si ferma a bere.
Frammenti di ricordi.
Poi la cortina rossa dell’odio.

Lui le è talmente vicino che riesce  a sentire il suo profumo leggermente speziato, che si miscela all’odore dei tigli del piccolo parco. Gli sembra anche di avvertirne il respiro, lieve, come il respiro del sonno. L’abitino bianco spicca nell’oscurità della notte, appena diluita dalla luminescenza lunare, mentre lei continua a camminare sicura, come se non avesse nessuna paura al mondo. Uno scricchiolio, e la ragazza si volta e si ritrova il viso dell’uomo a pochi centimetri dal suo. Grida, un piccolo urlo subito soffocato dalle mani di lui.
L’uomo la  trascina dietro una panchina, senza mai staccare la mano dalla sua bocca. La getta a terra, le si mette sopra, una mano ancora premuta sulle sue labbra, l’altra che slaccia freneticamente i pantaloni. Affonda dentro di lei, e luci gli esplodono dentro, e un rombo gli riempie le orecchie, e si sente scagliato in alto, e poi precipitare e ancora ancora ancora, fino a quando tutto è finito. Gli occhi della ragazza sono colmi di terrore e di odio. Lui pensa che  deve spegnerli. Le appoggia una mano sul collo e comincia a premere, sempre più forte, sempre più forte. E tutto diventa immobile.  Gli occhi, il respiro. Anche l’aria, anche i profumi.
Si alza in piedi. Si sistema i pantaloni. Barcollando, si dirige verso l’uscita del parco.
Quando si è alzato qualcosa gli è caduto da una tasca, un cartoncino rettangolare che è finito sul corpo della ragazza. Ma lui non se ne accorge.

Si è tolto il cappotto e glielo ha posato delicatamente addosso, anche sul viso, per proteggere quell’espressione di immobile orrore che lei ha negli occhi, e che la luce della luna rende ancora più spettrale. Poi l’ha sollevata e l’ha presa fra le braccia. «Agnese, piccola, rossella, rossellina…», le sussurra, cullandola.
Non saprebbe dire esattamente da quanto tempo si trova lì. Da tanto, pensa. Ormai il nero della notte si sta stemperando nei colori dell’alba.
Cade qualcosa dal corpo della ragazza. L’uomo dal cappuccio colorato lo raccoglie, lo guarda alla prima pallida luce del giovane sole. Posa a terra, con delicatezza, il corpo esamine, poi, alzandosi con fatica,  si allontana.

Dalle finestre aperte dell’appartamento la luce del primo mattino si posa sui mobili che arredano le stanze, sugli oggetti sparsi intorno, sui sogni dei dormienti.
Un suono sempre più fastidioso si fa spazio nel sonno di Michela.
«Carlo, suonano alla porta… Ma che ore sono? Carlo, svegliati!»
Ma lui si limita a mugugnare qualcosa, e continua a dormire.
Michela si alza, si infila una vestaglietta e, ancora stordita dal brusco risveglio, va alla porta di ingresso.
«Chi è? »,  chiede ansiosa.
«Carabinieri. Ci apra».
Impaurita e stupita Michela toglie la sicurezza dalla porta e apre.
«Cosa è successo?» chiede con voce  stridula.
«Cerchiamo Carlo Vandelli. Abita qui?»  domanda uno dei due uomini in divisa.
«Sì, è mio marito!».
«Lo può riconoscere in questa carta di identità?».  E  gliela mostra.
Poi aggiunge:
«È stata ritrovata accanto al cadavere di una ragazza, signora. Ci faccia entrare, ora».
La fotografia è di qualche anno prima. Carlo aveva ancora i capelli biondi, allora,  non argentati come ha ora.

L’uomo dal cappuccio colorato se ne sta seduto al sole, su una panchina del parco.
Non è stato facile prendere la decisione di presentarsi alla caserma dei carabinieri. La gente come lui ha paura di ogni rappresentante delle forze dell’ordine. Ma ha riconosciuto l’uomo dalla fotografia, e la paura è stata superata. Doveva pagare, quello schifoso, per il suo delitto.
Ieri sera, quando all’immagine della ragazza che stava bevendo, si è sovrapposta quella della moglie, si è strappato di lì, spaventato dall’impeto d’odio che stava provando. Lo faceva sempre: quando lei diveniva Oriana, lui prendeva e se ne andava via.
E quando, più tardi,  è tornato nel parco per dormire, l’ha trovata a terra, senza più vita.
Chiara, si chiamava la ragazza, gli hanno detto i carabinieri.La chiamerà Chiara, quando penserà a lei.

Tracy Chapman – Behind The Wall

L’immagine iniziale proviene da: Pianeta donna.


 

 

 
 

 


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18 risposte a Vite diverse, diverse vite

  1. mirella ha detto:

    Che hai un vero talento per la scrittura, già lo sapevo. Dovresti scrivere di più.
    Mirella

    • Milvia ha detto:

      Cara Mirella, l’affetto che provi per me forse ti fa vedere un talento in cui io non credo molto… E non è modestia, la mia, ma consapevolezza. Ma ti ringrazio, anche per l’incitamento.

  2. nicolewriter ha detto:

    Davvero bello.. complimenti!

  3. nerdina ha detto:

    Accidenti, sono rimasta col fiato sospeso per tutto il racconto! Bello, forte e intenso. Ho sentito il profumo dei tigli mentre leggevo.

    • Anonimo ha detto:

      Scusa Milvia, sto scrivendo tramite “replica” perchè non mi faceva scrivere sulla sezione commenti…per dirti che è molto bello questo racconto a partire da quel titolo così singolare e maliziosamente letterario. Una bella scrittura con frasi di particolare bellezza, un intreccio insolito e una dose di suspence che tiene il lettore all’erta…
      brava amica mia
      maria
      maria

      • Milvia ha detto:

        Maria cara, vale per te la risposta che ho dato a Mirella… Non nego che mi facciano piacere i vostri apprezzamenti, ma ho sempre meno fiducia nelle mie capacità. Come sai leggo moltissimo, e se paragono le mie pagine alle pagine che leggo… beh, chiedo a me stessa: ma tu che scrivi a fare?

    • Milvia ha detto:

      Nerdina, grazie anche a te. Mi piace che tu sia riuscita a sentire il profumo dei tigli in queste gelide giornate di neve implacabile.

  4. lucrin@libero.it ha detto:

    Se ci sono due immagini di tutta la letteratura italiana che mi sono impresse in mente, sono l’uomo della novella pirandelliana “Il lume dell’altra casa” che attraverso piccoli barlumi e spiragli immagina, quasi allucina, la vita dei suoi dirimpettai per il resto completamente riconosciuti; e il ben più celebre caso del giovane figlio di papà che spia non visto la vita umile e un po’ animalesca (nel senso buono della parola, che tu sicuramente conosci ed apprezzi) della figlia del cocchiere, invidiando in lei una felicità che nasce dall’inconsapevolezza.

    Le vite si intrecciano, si incastrano nel loro aleatorio procedere. E a volte non si può fare a meno di rifugiarsi nella vita degli altri perchè solo su quella possiamo ancora costruire sogni e fantasie, la nostra ha bruciato ogni spazio a queste esercitazioni.

    Poi c’è l’artista che ogni tanto sa spiccare il volo con le sue sempre giovani e spericolate ali, e registrare dall’alto squarci che il non-artista (spesso perchè non vuole e non perchè non sa esserlo) ignora o ridicolizza.

    Quando Leonardo era tutto un ribollire di spunti culturali, sociali, letterari, politici, satirici e psicogastrici, avevo osservato che l’attività dell’artista è un po’ un far scorrere il proprio inconscio sull’inconscio dei fruitori, e che un’opera d’arte di fatto vive una sua vita quasi organico-biologica sia durante la spesso lunga gestazione, sia quando viene data alla luce e interagisce col mondo.

    Adesso Leonardo è un deserto di pietra e sassi dove resto a fare la guardia come il sottotenente Drogo, e gli unici tartari che passano sono gli splogger. Ma il restarci ha una valenza epica che lo rende confortante.

    Più ancora del tuo talento artistico che scopro per intero solo oggi (ma perchè ultimamente sono un po’ disattento con tutti e con me stesso in primis) apprezzo ed ammiro il tuo sottile understatement.

    Chiunque altro, nelle tue condizioni, parlerebbe solo e soltanto della propria arte fino alla stucchevolezza. Svilendola e banalizzandola.

    • Milvia ha detto:

      Caro Luca, se il mio ben modesto racconto, per il suo contenuto, ti ha rimandato con il pensiero a così alti esempi letterari, non posso che esserne contenta.
      Rifugiarsi nelle vite degli altri, (e impossessarsene e ridisegnarle a proprio piacimento) potrebbe essere una definizione dell’attività dello scrittore: una sorta di furto non penalizzato, anche se in certi casi, quando il furto è maldestro, e la refurtiva si riduce a qualche vetraccio colorato al posto delle pietre preziose che il ladro pensava con ardita presunzione di sottrarre, dovrebbe contemplare l’ergastolo.
      Leonardo come la fortezza Bastiani… Mi sembra un paragone geniale, Luca, che comunque, venendo da te, non mi meraviglia. Come non mi stupisce, per quel po’ che ti conosco, che tu non te ne allontani. Mi dispiace soltanto che, con questa scelta, non siano in tanti ad avere la possibilità di incontrarti.
      Non riuscirei mai a parlare della mia arte, perché non credo che sia arte quella che mi guida la mano nella scrittura. È, forse, solo un modo come un altro per sopravvivere.
      Grazie, Luca. Come sempre ho apprezzato ogni tua parola. E, come sempre, considero la mia risposta inadeguata.

  5. annamaria ha detto:

    Una storia che mi ha incatenato sino alla fine, la scrittura scorrevole e d’effetto mi ha fatto entrare nella vicenda. Quante persone si riducono come l’uomo incappucciato, come l’architetto precipitato nel baratro del dolore.
    Sei bravissima: ciò che esce dalla tua penna è pregevole!
    un abbraccio
    annamaria

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Annamaria! Troppo generosa anche tu, indubbiamente.
      Ho scritto questa storia perché mi è capitato spesso di riflettere sugli uomini e le donne che incontro nelle stazioni, con i loro carrelli pieni di quelle che noi consideriamo cianfrusaglie e che per loro sono indispensabili strumenti di sopravvivenza; o che vedo dormire addossati ai muri, sotto i portici della mia città. Mi domando sempre, quando li incontro, cosa li abbia condotti a quella vita.
      Un abbraccio anche a te, Annamaria cara.

  6. cheneps ha detto:

    L’ho letto tutto d’un fiato o senza fiato, pensando sì ad una soluzione noir, ma soprattutto pensando che potrebbe diventare un romanzo.
    Bravissima

    franca

  7. Adriano Maini ha detto:

    Una grande e lucida conferma delle tue qualità narrative!

  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un po’ lungo, vero. Ma io sono un tipo paziente e ben armato di stampante, per cui mando in stampa e leggo con calma, dopo di che potrò meglio commentare.

  9. milvia ha detto:

    Giuseppe, sì, dimmi quel che ne pensi, senza remore: so che ne sei capace.
    Grazie e buona serata.

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