Il solito clima melmoso

Mi capita, ogni tanto, per curiosità o nostalgia, di andare a rileggere i miei vecchi post. L’impressione che ne traggo è che il passare degli anni, nel nostro paese, non abbia prodotto nessun cambiamento (tralasciando la crisi economica che ci ha travolto, che ha determinato senza dubbio un peggioramento nella vita di molti di noi).  È cambiato, è vero,  il nome della compagnia  che dirige il  teatrino chiamato Italia: da qualche mese, infatti, si chiama Compagnia delle Banche. Hanno vestiti eleganti, questi impresari, non portano né bandane nè canottiere,  ma lo spettacolo che viene messo in scena  è sempre lo stesso:  un testo composto dalle solite battute mediocri,  che la maggioranza degli spettatori continua comunque  ad applaudire, per piaggeria, per ignoranza, per stanchezza, forse.  Applaudono, gli spettatori seduti in platea,  nonostante i fischi sempre più intensi che provengono dal loggione. E non rimane che attendere se sarà il fragore degli applausi o il suono lacerante dei fischi a far crollare il teatro fatiscente.
Il post che ho riletto questa mattina lo scrissi nel febbraio 2010 e ho pensato di riproporvelo.  Ero appena rientrata dalla Tailandia, e il clima che avevo trovato nel patrio suol era questo:

Neanche 24 ore che sono rientrata… e già  mi trovo affogata in questo melmoso clima del nostro bel Paese. E non parlo del clima atmosferico. Non parlo dei cumuli di neve che si addossano ai bordi dei marciapiedi del mio quartiere. E non mi riferisco al fatto che ho dovuto abbandonare i miei vestitini leggeri per infagottarmi con maglioni, gonne pesanti, cappotto e sciarpa.
Il clima cui mi riferisco non è legato alle stagioni, ma agli avvenimenti.  E non mi riferisco neppure al treno (Alta velocità, biglietto non certo economico, vettura senza riscaldamento) che è arrivato a Bologna, da Roma, con circa un’ora di ritardo, ritardo  accumulato a causa di varie soste in gallerie o in aperta campagna. E tralascio pure di esternare il mio disappunto per l’errore commesso dal dipendente di Trenitalia che, a Fiumicino,  mi ha venduto un biglietto per un treno Roma-Bologna  che, al momento dell’emissione del titolo di viaggio, era già partito. Per cui, carica di bagagli peggio di un mulo, mi sono trascinata per la stazione Termini, fino a quando ho trovato una capotreno molto gentile e disponibile che mi ha risolto il problema: altri mi avevano detto che era colpa mia, che dovevo controllare subito, e che, quindi, dovevo rifare il biglietto (a mie spese, naturalmente). Beh, sono in Italia, cosa posso pretendere, mi sono detta. Mica sono ancora in Tailandia, o a Dubai, dove tutto era andato perfettamente, dove gli aerei che ho preso erano in perfetto orario ecc.ecc.

Quando scrivo melmoso clima mi riferiscono al fatto che un individuo, che qualcuno in Italia ha senza dubbio votato, visto che è deputato della Lega Nord, considera hard certe pagine del Diario di Anna Frank.  Dice, l’individuo, che quel passo in cui Anna descrive in modo minuzioso le proprie parti intime è così esplicito  che la lettura suscita  turbamento ai bambini delle elementari. E così ha fatto una bella interpellanza parlamentare. Ma io mi chiedo: ma si ascoltano, quando parlano, questi tizi? Turbamento per la descrizione delle parti intime? Il Diario di Anna Frank DEVE suscitare turbamento in bambini e adulti. DEVE suscitare sdegno. DEVE tenere viva la memoria e DEVE portare conoscenza a chi non sa nulla del periodo in cui Anna è vissuta e morta. È quello che Anna racconta che DEVE scandalizzare, il travaglio suo e della sua famiglia e di tutte le vittime della Shoah. E ai bambini DEVE essere letto. Che si vergogni, quell’ individuo, di cui non scrivo neppure il nome.

E poi… l’Innominabile. Che è arrivato a dire che la guerra contro Gaza dello scorso anno fu una giusta reazione di Israele ai missili di Hamas: questa non un’idiozia, ma una vera e propria oscenità. Nella cosiddetta operazione Piombo Fuso sono morti 1400 civili palestinesi (e 300 erano bambini). A causa dei missili di Hamas in diversi anni ci sono stati  dieci morti (come ha ricordato il giornalista Gigi Riva questa mattina in Prima Pagina)  o diciannove (come ho letto in Internet). Non giustifico quelle morti, ma credo che l’assoluta sproporzione sia evidente. E poi il discorso sarebbe molto molto lungo. E, come si può evincere dalla prima parte del post, non sono certo antisemita.

Una cosa che mi ha indignato ancora maggiormente è stato leggere che il più famoso scrittore israeliano, Abraham Yehoshua, è rimasto profondamente commosso dalle parole dell’Innominabile, e che  lo ammira. In realtà questa notizia l’ho letta solo sul Carlino (prima, al bar, mentre mi prendevo un caffé) e non ne ho trovato riscontro da nessuna altra parte. Se è vera… beh, non ho parole… 
Poi, il suddetto Innominabile ha cercato di correggere il tiro a Betlemme, alla presenza di Abu Mazen, quando a una precisa domanda dei giornalisti ha fatto un parallelismo fra le vittime di Gaza e le vittime della Shoah.  Ha detto bene una signora ottantenne che questa mattina ha telefonato a Prima Pagina: ha detto che forse, a quello lì, gli ci vorrebbe uno psichiatra…
Ah, sempre a Prima Pagina, un ascoltatore per parlare di colui che ci sta rovinando la vita, l’ha chiamato, pure lui, l’Innominabile…

Ecco cosa intendo per clima melmoso. Per non dire clima di… insomma un’altra parola che comincia anche lei per m e che vi lascio indovinare.
Ma perché sono rientrata? Stavo tanto bene, là…

Va beh…  Meno male che c’è
Franco Battiato

Qui si trova l’immagine iniziale


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6 risposte a Il solito clima melmoso

  1. maria ha detto:

    Buon Giorno e Buona Domenica,
    beh ho iniziato a scrivere e non so cosa dire…tienilo a mente questo vecchio post e riprendilo in mano tra un anno…spero di no naturalmente…ma credo che andrà bene anche per allora…anche dell’olocausto tutti sapevano, e di tante altre carneficine, tutti o più o meno sanno quello che succede a Gaza e tutti lo ignorano…fra un pò di anni faremo una giornata alla memoria dei palestinesi e saremo a posto…
    ciaoo bella
    maria

  2. Milvia ha detto:

    Non solo questo post di febbraio 2010 dimostra che nulla, alla fine è cambiato, Maria cara. Infatti penso che ogni tanto ne riproporrò qualcuno. Anche per ripassare cose che ci siamo dimenticati.
    Già… Fra qualche anno faremo la giornata della memoria sui Palestinesi. E faremo il bucato alla coscienza…
    Buona domenica anche a te, cara.

  3. Adriano Maini ha detto:

    Ma non so proprio quale parte del mondo sia, non dico un’isola felice, ma almeno un lembo di terra dove le persone giuste non debbano rodersi il fegato di continuo.

    • Milvia ha detto:

      Non lo conosco neppure io, Adriano, quel lembo di terra. Forse non esiste, o forse, chissà, c’è qualche villaggio sperduto in cui, seppur inconsapevolmente, gli abitanti adottano le regole della decrescita felice. Certo è che, in questo lembo di terra a forma di stivale in cui siamo stati destinati a vivere, i nostri fegati sono rosi e corrosi. Siamo tutti, più o meno dei… corrosi epatici.

  4. Luca ha detto:

    Mi sono quasi intenerito ad immaginarti in quella specie di Gardaland de noantri che è ormai diventata la Stazione Termini alla ricerca di indicazioni attendibili ed aiuti efficienti, di cui Roma è avarissima dispensatrice.

    Nei miei frequenti impatti con Roma (l’ultimo ancora freschissimo) mi salva una eredità culturale in cui la Città Eterna è personaggio di rilievo, così da mettermi in condizione di fare e dire sempre le cose giuste, di trovare il ristorante di Trastevere dove non ti ammanniscono costosissime bufale precotte, di aggirarmi a Roma da romano in una integrazione ecologica con quella straordinaria e complicatissima città (a New York, al confronto, dopo mezz’ora hai capito tutto).

    Ma, a parte questo, trovo una somma intuizione quella del clima “melmoso”.

    Una stanchezza e un logorio che si prestano a metafore climatiche. il procedere arrancando in tempi sempre più affollati e rumorosi vogliosi di spazio e di silenzio (sì… domani!!!).

    Le paludose sabbie mobili del terzo millennio che ti afferrano le caviglie, ti mordono i polpacci, quasi a dirti “Ma dove vai? Ma perchè ti agiti? Ma cosa cerchi?”.

    E anche quando trovi riparo fuori da quella palude, ti ritrovi sporco come un maiale ed intriso di mefitici aromi postmoderni.

  5. Milvia ha detto:

    Sai, Luca, fin da piccola, quando in un film vedevo le immagini di una palude con le sabbie mobili ne ero terrorizzata. Forse, se ben ci penso, trovarmi anche solo accanto a delle sabbie mobili è la cosa in assoluto che mi terrorizzerebbe maggiormente, più che trovarmi coinvolta in una rapina, o a bordo di un aereo che sta precipitando. Forse è per questo motivo che ho utilizzato il termine “melmoso”.
    Per quanto riguarda la tua conoscenza approfondita della Capitale (non so se più basata sull’esperienza o sull’istinto di viaggiatore), magari ti chiederò qualche consiglio. Anche se a Roma ci abita una delle mie più care amiche, Maria, e, in genere, per girellare per la città, mi affido a lei completamente, con esiti molto positivi.

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