L’Aquila non è più solo ferita: L’Aquila agonizza

L’Aquila ferita è il titolo di un mio vecchio post. Oggi penso che non sia più attuale.

Era mia intenzione, questa sera, scrivere di un libro che mi è piaciuto tanto, avevo già preparato anche qualche appunto, in effetti.
Poi, nella pagina Facebook dell’amica Daniela, ho trovato un link su un argomento che da tre anni mi sta molto a cuore e che ogni tanto riprendo.  E sempre l’ho ripreso con amarezza,  la stessa che mi sommerge ora, perché da quella notte del 6 aprile  2009, a L’Aquila, non è cambiato niente. E non  ne parliamo quasi più, sopraffatti come siamo da corruzioni, crisi, crimini, guerre più o meno vicine, Grandi e Medie opere inutili, riforme del lavoro ecc.ecc.ecc.
Ho pensato, allora, che la pubblicazione della mia impressione di lettura può aspettare qualche giorno.  E,  sperando di non infrangere una qualche regola di copyright, ecco la versione integrale dell’articolo di Tomaso Montanari pubblicato tre giorni fa su Saturno, l’inserto de Il fatto quotidiano.

Ornaghi, perché L’Aquila non viene ricostruita?
Uno spettro non si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor Lorenzo Ornaghi.
Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della ‘ricostruzione’, il vicecommissario Antonio Cicchetti (il gentiluomo di Sua Santità che – come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella – si è costruito, tra le macerie, un super-resort di lusso) è stato a lungo il direttore amministrativo di quell’Università Cattolica di cui Ornaghi è ancora il rettore, anche se temporaneamente in sonno.
Fosse andato all’Aquila, il ministro avrebbe capito in una frazione di secondo che tutte le ciance sui Leonardi perduti, sulle costituenti della cultura-che-fattura, sul ‘brand Italia’ e sulle sponsorizzazioni del Colosseo sono solo diversivi indecorosi, e che l’unico atto simbolico che in questo momento avrebbe un senso sarebbe trasferire la sede del Ministero all’Aquila, e mettersi a combattere in prima linea per la città martire del patrimonio storico e artistico della nazione italiana.
La situazione dell’Aquila supera, infatti, anche la più catastrofica immaginazione. Il centro storico è una città spettrale, dove nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata (e anzi molte sono state rubate), e dove le meravigliose e immense chiese monumentali (a cominciare dal Duomo) sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.

Piero Calamandrei ha scritto che «una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente»: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana».
Ma com’è possibile che quasi nessuno denunci più che a pochi chilometri da Roma si entra in un mondo parallelo, dove la Costituzione, la legge e la civiltà semplicemente non esistono? Il vicecommissario con delega ai Beni culturali, Luciano Marchetti, risponde che i conflitti di competenze, la litigiosità degli aquilani (sic) e la mancanza di fondi bloccano la ricostruzione. Ma lo dice con tono svagato, in un ineffabile misto di rassegnazione e cinismo burocratico: e si capisce subito che, di questo passo, tra trent’anni il centro dell’Aquila sarà ancora in queste condizioni. Ha dunque ragione da vendere Italia Nostra, che chiede le dimissioni del commissario (che ci sta a fare, se da tre anni non riesce a far nulla?), il ritorno alle competenze ordinarie delle soprintendenze (a cui Ornaghi dovrebbe fare massicce trasfusioni di personale e mezzi, se solo tutti i suoi predecessori non avessero ridotto il Mibac al lumicino), e l’avvio immediato dei lavori di ricostruzione. Mancano i soldi? Ornaghi dovrebbe battere allora il pugno sul tavolo del Consiglio dei Ministri: uno dei venti capoluoghi di regione italiani è in fin di vita, e non c’è più molto tempo se vogliamo salvarlo.
Ornaghi non è l’unico che dovrebbe andare all’Aquila. Dovrebbero farlo innanzitutto gli storici dell’arte delle università e delle soprintendenze italiane. Perché magari si renderebbero conto che continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella stanza accanto.
Ma è a tutti gli italiani che farebbe bene vedere l’Aquila. È terribilmente illuminante visitare nelle stesse ore un’intera città monumentale distrutta e abbandonata, e le ‘new town’ imposte da Berlusconi e Bertolaso, cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano in quel centro. Sono non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza negozi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi.

Ma l’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, rischia di rappresentarne anche il futuro: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.
Nell’Epopea aquilana del popolo delle carriole (Angelus Novus Edizioni 2011), Antonio Gasbarrini racconta che la notte del 6 aprile 2009 (più o meno all’ora in cui qualcuno, a Roma, sghignazzava pensando alla pioggia di cemento e denaro), sua figlia arrivò sconvolta, dal centro della città, e gli disse solo: «L’Aquila non c’è più». A tre anni esatti, è ancora così.
L’Aquila non c’è più: ma se possiamo continuare a dormire sapendo tutto questo, allora è l’Italia a non esserci più.

Tomaso Montanari
Saturno, 16 marzo 2012

 Giorni fa Monti è andato a L’Aquila, non lo sapevo neppure. Ha detto, leggo in Internet: “Non me l’aspettavo così.” Beh, bastava che desse un’occhiata in Rete, qualcosina avrebbe capito, io credo.  Ha detto, il bancario che sta guidando il destino del nostro paese, “C’è voglia di ricostruzione”. Già… E allora? Cosa farà, professor Monti? Rinuncia al Tav, e fa risorgere L’Aquila? Ecco, se lo facesse  guadagnerebbe molti, ma molti punti ai miei occhi, nonostante tutto. Ma so già che non sarà così. E arriverà anche il 6 aprile del 2013, e 2014  e 2015 e avanti avanti… e nulla sarà cambiato.

Simone Scimia: Terremoto, 6 aprile 2009.

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8 risposte a L’Aquila non è più solo ferita: L’Aquila agonizza

  1. Luca ha detto:

    Pensa solo che al momento della martellante campagna televisiva sulla consegna delle nuove case con tanto di champagne in frigorifero (una pacchianata immonda che neppure “l’amato leader” nordcoreano avrebbe osato) la popolarità di Berlusconi aveva toccato lo zenith, dal quale ovviamente non poteva che cominciare una lenta incessante discesa come in effetti fu.

    Berlusconi non ha sghignazzato al telefono con nessuno (peccato però che uno degli sghignazzatori pagasse le vacanze a un futuro malinconico sottosegretario della compagine di Mari & Monti http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_10/incontro-monti-malinconico_9dd4bea6-3b7d-11e1-9a5f-c5745a18f471.shtml ) ma ha cinicamente cavalcato il dramma aquilano (vedi anche la discutibile scelta di spostarvi un g-20 per il quale alla Maddalena si erano già spesi alcuni miliardi, e non di vecchie lire).

    I tecnocrati italiani (e qui passo la parola a Giorgio Gaber) probabilmente, in tutt’altre faccende
    affaccendati, dell’Aquila non sanno e/o non ricordano nulla. E, come dice De Andrè, chi non ha più memoria colpisce un po’ a casaccio.

    Lo sdegno, per così dire, tracima…

    • Milvia ha detto:

      Ascoltando le parole di Gaber (e di altri illuminati cantautori) mi vien da chiedere se fossero dotati di una sorta di preveggenza, oppure, molto più semplicemente, nonché dolorosamente, sia vero che … passano gli anni, passano i guai, ma la politica, e noi italiani, non cambiamo mai . Propendo per quest’ultima ipotesi, pur riscontrando un peggioramento così acuto, un tale degrado, che forse, anni fa, erano difficili immaginare. L’Aquila, gli sghignazzamenti notturni, le “casette” da Mulino Bianco, costruite nel nulla, in contrapposizione ad un centro storico in cui la Storia è stata azzerata, per lasciare posto alla storia di un Italietta meschina, sono l’emblema di un’epoca che non ci lasceremo mai alle spalle. Il tutto è stato raccontato molto bene da Sabina Guzzanti (che non è che mi piace sempre) nel suo http://www.draquila-ilfilm.it/.
      Con spirito masochista, l’ho visto ben due volte. Il mio stomaco non ne ha certo tratto beneficio.
      Buon fine settimana, caro Luca. E grazie ancora per esserci.

  2. ioviracconto ha detto:

    Questo paese è nato male. L’unità d’Italia suona più come una litania che una realtà. Dobbiamo sempre volgerci ai pochi uomini che riescono a fare una luce – fioca nelle tenebre del malaffare, dell’ignoranza, del pressapochismo, della criminalità diffusa a tutti i livelli delle istituzioni – su questa terra senza speranza.
    Forse fanno bene i giovani chese ne vanno altrove, dove scempi e crimini continuati, come quello dell’Aquila, non accadono.

    • Milvia ha detto:

      Hai proprio ragione… Il tanto strombazzato, lo scorso anno, anniversario dell’Unità d’Italia è stato, guarda un po’, un altro pretesto per occultare tangenti, bustarelle e altre delizie che ci fanno sempre più apparire come un paese del quarto mondo, non economicamente, intendo, ma come etica. Gli uomini “probi”, i “fari” sono senpre meno e la luce che emanano è sempre più fioca.
      Non sono giovane, ma se potessi me ne andrei anch’io, da questo Paese melmoso.Lo so che il Paese perfetto non esiste, ma di migliori del nostro, senza dubbio, non si fa fatica a trovarli.

      Grazie per il commento!

  3. margueritex ha detto:

    buon fine settimana mia amica piena di passione!

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