Scrivere al buio

Sono sei anni che abito in questo condominio. Eppure, di condomini, ne conosco pochi: abitando al primo piano, non prendo mai l’ascensore, ed evito così quegli incontri tête-à-tête che potrebbero favorire la conoscenza e i rapporti di buon vicinato (ma anche di cattivo vicinato, forse). Sono poi fortemente allergica alle riunioni condominiali (mi è bastata una volta, e ho detto:mai più). Per cui le mie conoscenze si contano sulle dita di una mano, o quasi: il giornalista, mio vicino di pianerottolo, simpatico e gentile; un ragazzo altrettanto simpatico e gentile la cui nazionalità ancora non ho identificato, ma va bene così, che siam tutti fratelli; una coppia molto cordiale, con cui ogni tanto scambio qualche frase del tipo “signori miei non ci sono più le stagioni di una volta”; una signora che incontro spesso, anche per la strada, e io la saluto sempre, perché è così che mi hanno insegnato da piccola, di salutare quando incontro qualcuno che conosco, e lei mi risponde anche, ma in un modo come se mi sputasse addosso, chissà perché. Comunque continuerò a salutarla.
E poi c’è Jesse.
Jesse è una bella signora ultraottantenne, dal viso liscio come quello di una ragazza, dalla bella figura alta e diritta.
Jesse è l’unica con cui parlo a lungo, ci scambiamo informazioni su libri e sugli spettacoli che fanno in città, ed è capitato anche di vederne assieme un paio. Ha un’intelligenza brillante, Jesse, l’età non ha certo causato danni alla sua mente.
Jesse, da molti anni, è non vedente. Jesse è una donna coraggiosa che non ha paura del buio.
Con appositi dispositivi tecnologici riesce a usare il computer, con quella benemerita istituzione che è il Libro parlato ,può continuare ad ascoltare le parole degli scrittori che ama. E poi lei stessa scrive. E ogni tanto, via mail, mi fa un regalo.
Il regalo che mi ha fatto l’altro giorno, è questo:

SCRIVERE AL BUIO
Sono qui davanti alla tastiera del computer e sto pensando al titolo di questo concorso di cui ho letto il bando sullo scanner.
É   strano: forse  per  la  prima  volta da  quando  ho perso  la vista,   trovo  difficoltà    a  scrivere, o, forse,  è  questo  titolo, “Scrivere al buio”, che mi blocca inesorabilmente.
Non so esattamente perché, ma quando c’è la parola buio mi fermo e non riesco ad andare avanti. Indipendentemente da quello che  provo io, credo che questa parola andrebbe bandita dal  lessico dei ciechi perché portatrice di un messaggio così negativo da creare imbarazzo, come parlare di corda in casa  dell’impiccato; poi voglio dire che il non vedere non comporta necessariamente essere completamente al buio perché molte malattie sono progressive ed esiste sempre una grande capacità di adattamento.
Come si  può parlare infatti di buio, quando chi è diventato cieco ha immagini vivissime già registrate nel suo cervello prima dell’evento, e chi è nato cieco si è formato delle immagini mentali di rappresentazione del mondo circostante?   Io, per esempio,  posso rappresentarmi con minore difficoltà la realtà, ora che non ho più la visione delle cose,  perché  quei piccoli segnali nebulosi e laterali che giungono alla mia mente non causano tanto disagio come quando ci si vede ancora un poco.
Ricordo di essermi trovata nella curiosa e imbarazzante situazione di cercare inutilmente l’accesso a un portico,   uscendo da una piazza, perché fino al giorno prima l’avevo visto, anche se confusamente. A nulla era valso che avessi  una  buona memoria di quel particolare punto del mio tragitto: in realtà quella immagine non era ancora una componente   importante della mappa stradale che da allora in avanti mi sarebbe servita.Tutto quello che ti manca ti  disorienta e  ti confonde;  quando hai toccato il fondo, invece, non  ti resta altro che organizzare diversamente il patrimonio che è il corredo  mentale sopito e accumulato, come l’artigiano che ha uno strumento solo e non desidera altro attrezzo, perché lo conosce bene e su quello ha forgiato  la sua capacità di artista.
La verità è questa: il cieco, nel suo sforzo di adattamento, rielabora e trasforma a modo suo il materiale registrato nel proprio cervello,  riposizionando le pedine sulla scacchiera e giocando così una nuova partita.
E questa è veramente un’arte, la meravigliosa capacità della nostra mente di ricostruire la realtà così come, da segni infinitesimi e apparentemente confusi,  si ottiene per reazione chimica il disegno intero versandovi sopra un liquido simpatico. Quello che non vedo con la  esattezza della vista, la mia mente lo riconosce per  grandi  linee e mi  può dare  la  possibilità di  crearmi una  sufficiente immagine della realtà che mi permette di  muovermi in questa e di viverla.  Credo, anzi, che la persona cieca, tutt’altro che inadatta al suo ambiente, lo viva con la naturalezza di chi ha appreso i  confini di una realtà, e metta in atto una strategia adeguata. Se così non fosse, non ci sarebbe  stata evoluzione nel mondo vivente, come pure, più semplicemente, non potremmo osservare la felice indipendenza nei giochi del bambino nato cieco che,  solo a contatto con  strumenti e sussidi non adatti a lui, sente improvvisamente i suoi limiti. Ma non vorrei divagare troppo. In effetti devo scrivere al buio e dovrei inventarmi una storia, ma, per quanto pensi, non ci riesco proprio con questa strana voce, che  la sintesi vocale, che accompagna le mie  sedute al computer, voce così invadente e pedante che sembra di essere a scuola. Eppure ho sentito un grande desiderio di scrivere quando mi sono  trovata davanti a   tutti i fogli diventati bianchi, per me che non potevo più legger un libro ma neppure rileggere ciò che potevo scrivere. Allora mi sono rivolta alla scrittura braille. Questa scrittura  è stata il mio strumento da artigiana e l’ho usato come fa colui che piega e lavora la materia anche con un solo attrezzo e mi sono abbandonata a questo  sistema preciso e semplificato.
Volete mettere a confronto le lettere dell’alfabeto così difficili da apprendere, quando si  è bambini, e la semplice linearità del braille?
La bellezza della “a” per esempio è unica e la sua semplicità la  rende preziosa. Un punto solo pulito e netto al posto della “a”  nell’usuale alfabeto con le sue gambine ridicole e che solo in seguito sapremo usare per unirla alle altre lettere. Una “a” che nello stampatello   presenta una  buffa protuberanza a sinistra e ha come copricapo una strana pettinatura con un  ricciolo sulla fronte ed uno sulla  nuca. E quanta differenza  nei diversi   caratteri a stampa che non assomigliano neppure lontanamente al corsivo!  Per non parlare ancora della lettera maiuscola stampata diversa dalla maiuscola in corsivo.
Le  altre lettere in braille non sono da meno, secondo le immagini che troneggiano nella mia mente, ora che ci  penso. Saltando la “b”, che è praticamente scontata, ci si imbatte nella dolcezza della “c”,  nella regolarità della “f” e  della  “d”, che si contrappongono come sorelle gemelle, così come si   fronteggiano nella loro elegante inclinazione la “e” e la ” i ” . Senza rimpianto lascio le lettere in  nero per  abbandonarmi    a questo sottile piacere di  scrivere cose che altri non possono leggere. Come se usassi un cifrario segreto e fossi ritornata adolescente, quando si tiene un diario e lo si mette sotto chiave perché non lo legga nessuno, soprattutto la mamma.
Questo singolare gioco a mosca cieca mi coinvolge e mi diverte e sento solo il regolare scandire dei tasti della dattilo mentre sono seduta al tavolo di granito  nel giardino al mare,  sotto l’ombrello protettivo dei pini.
Il sole va e viene, ne sento il calore alternato sulle braccia, l’aria è profumata di resina e di salmastro e il vento alto sulle cime degli alberi mi porta un vociare lontano di bimbi alla spiaggia. La dattilo batte e le mie dita si alternano veloci senza incertezze: davanti alla semplicità della solita “a” c’è la relativa complessità delle lettere con più punti,  ma sono ormai allenata e vado veloce  e sicura.
Dalla terrazza soprastante sento il mio vicino,  un vecchio come me, che sfoglia lentamente un giornale e sicuramente  sbircia per vedere cosa scrivo, e io provo un nascosto  piacere a immaginare la sua sorpresa nel vedere che il foglio viene fuori dalla macchina senza segni apprezzabili ad occhio nudo. Sicuramente sa che sono cieca, ma non osa dire nulla, né salutare come farebbe se ci vedessi
Ora tutto è silenzioso e immobile intorno a me e posso conpiena concentrazioneandarmene avanti e indietro dalla casa al giardino per fare le cose che una qualsiasi nonna fa al mare e cioè stendere i panni sullo stendino o ritirarli, apparecchiare la tavola per il pranzo, accendere il fuoco sotto la pentola della pasta. Ripongo velocemente la dattilo e i fogli e mia figlia, che rientra stanca e accaldata, mi chiede preoccupata: quanti fogli, ma cosa c’è scritto?
Il mio piccolo nipote entra scontroso in casa, va a fare la doccia borbottando e poi sale sul letto a castello e tira la tenda per isolarsi, arrabbiato per qualche diniego ricevuto dalla madre. Ha l’età delle ribellioni e si prepara per la conquista della sua faticosa individualità.
Io che sono ormai alla fine della mia vita, l’ho conservata malgrado tutto e questa misteriosa possibilità di essere sempre come dietro una tenda mi protegge e dietro  quello schermo scrivo con una segretezza assoluta e con tutte le lettere che si dipanano fuori dal mio cervello e si ricompongono visivamente  rievocando immagini vicine e lontane come se veramente le vedessi con gli occhi.
Così l’oscurità non esiste per me e credo che anche quando un velo ancora più fitto dovesse calare sui miei occhi coprendo questa luce bianca e nebbiosa, l’oscurità non ci sarebbe ugualmente perché potrei sempre vedere con le mie preziose immagini il mare al mattino, quando dalla massa luminosa e scintillante si staccano con un leggero sciabordio le piccole gelide onde trasparenti come vetro a lambirmi i piedi che affondano nella sabbia; oppure alla sera, quando la massa in movimento prende un colore verde scuro e, increspandosi in mille piccole onde spumeggianti che si rincorrono come cavallini bizzosi mi guida nella mia passeggiata con la sua sonora risacca, mentre  il sole si prepara a tramontare dietro le dune di sabbia.
La realtà è ancora intatta davanti a me e io, scrivendo la tolgo dalla immobilità del ricordo e la dipingo con la mia scrittura come un ispirato pittore. Potrebbe mai esserci immagine senza la parola pensata e scritta? E non è forse irrimediabilmente cieca la persona  che rimane senza scrivere perché rifiuta il braille, ritenendolo un segno di invalidità, anziché lo strumento della sua felice indipendenza mentale?

Jesse Rossi  (marzo 2001)

Mi piace anche un’altra cosa, di Jesse; come avrete notato scrive, più volte, la parola “cieco”.  E anche “vecchio”, scrive.  Non è… politicamente corretto, il linguaggio di Jesse. Sì, mi piace proprio.

Bjork – I’ve Seen It All

Immagine iniziale:
Il mestiere di scrivere 

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10 risposte a Scrivere al buio

  1. Luca ha detto:

    Non esiste nulla al mondo che sia univocamente e irreversibilmente positivo o negativo: qualunque esperienza, avvenimento, evenienza, personaggio reale o di fantasia può essere interpretato coerentemente all’interno di più di un contesto di riferimento. Tutto sta a decidere quale ed enunciarlo con la dovuta chiarezza.

    Io non credo in una provvidenza a priori perché non credo in un Dio trascendente.

    Ma credo in qualcosa che potrei provocatoriamente definire una “provvidenza a posteriori” che promana dalla parte divina, il piccolo Dio immanente che ogni uomo può creare se lo desidera (è un po’ come all’Ikea, il materiale grezzo è in dotazione ma non tutti hanno il manuale e chi ce l’ha magari non gli dà peso e non lo consulta.

    In termini meno mistici, è quella diuturna sempiterna disperata attribuzione di significato che l’uomo “gettato nella realtà” (secondo l’efficace formulazione sartriana) continua a fare anche quando dubita che sia del tutto inutile o quanto meno mai tale da raggiungere una verità stabile.

    Per chi ha dedicato 30 anni della sua vita ai “diversamente abili” (anche se negli ultimi 2-3 gli hanno fatto capire che non c’è bisogno di lui e del suo modo di lavorare, e se per favore può mettersi un po’ di fianco e non disturbare chi lavora sul serio) è una convinzione incrollabile che chiunque può imparare a stare in equilibrio, e perfino gioiosamente, con le proprie caratteristiche.

    Anche se sei “vecchio”, “cieco” e altre parole che suscitano una pelosa carità.

    Un abbraccio.

    • Milvia ha detto:

      Trovo fantastico quel paragone con il materiale acquistato all’Ikea…
      Assemblare tutti i moduli grandi e minuscoli e di variegati colori, dal più opaco al più luminoso, per costruire un piccolo Dio e porlo poi al centro della nostra stanza interiore mi sembra qualcosa che assomiglia alla libertà. Solo che a volte il manuale di istruzioni è scritto in una lingua che non conosciamo, oppure lo abbiamo buttato insieme all’imballaggio. E ci arrabattiamo, montiamo e smontiamo, non troviamo gli incastri giusti. E alla fine ci arrendiamo.
      Ricambio l’abbraccio, caro Luca. Con solidarietà, anche.

  2. adrianomaini ha detto:

    Questo non é un semplice post, bensì un dolente, ma significativo poema in prosa!

  3. margueritex ha detto:

    la descrizione dellla vita condominiale è perfetta.
    ciao Milvia!

  4. rossella ha detto:

    Mi si è riacceso un dolore che non avrei mai voluto rivivere. Le parole “cieco” e “vecchio” le identifico con la figura paterna. Ma anche il dolore serve, ci fa sentire vivi. Bellissimo post, sono troppo commossa per aggiungere altro

    • Milvia ha detto:

      Mi spiace, Rossella, che leggere il post ti abbia procurato dolore. Ma hai ragione: anche il dolore serve, anche perché ci fa apprezzare maggiormente i momenti di serenità che la vita, comunque, ci regala. Grazie anche a nome di Jesse: se il post è bello è merito della mia amica.
      Buona vita, Rossella!

  5. pieramariachessa ha detto:

    Che meraviglia, Milvia, questo post! Mi piace il tuo modo di presentare i “vicini di casa”, pochi tratti ma così incisivi, e mi piace lo splendido regalo che ti ha fatto la signora Jesse! Ma perché sono così poco numerose le persone come lei? Ho letto la sua lettera con emozione e ammirazione, colpita dal suo coraggio, dalla sua forza positiva. Quanti di noi avrebbero reagito così, non solo accettando le difficoltà ma cercando un impulso positivo proprio partendo dai limiti?
    Grazie per averci fatto conoscere Jesse, un esempio da avere sempre presente.
    Un abbraccio.
    Piera

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