Pensieri oziosi di un’oziosa

Tratto di mare davanti ai Giardini di Poseidon (Spiaggia di Citara-Isola di Ischia)
Ma a voi, quello scoglio, non ricorda una balena? A me sì.

“Pigrezia, a vut dal bròd?”
“Se…”
“Venl a torl”
“A nin voi piò…” (*)
Risento ancora la voce di mia madre, che, bonariamente,  mi  recitava questo divertente e noto dialoghetto bolognese, ogni volta che la pigrizia mi impediva di fare qualcosa che desideravo.
Proprio come mi succede in questi giorni.
“Vuoi fare delle foto?” mi chiedo
“Oh, sì, mi piace fare le foto!”, mi rispondo.
“Allora tirati su da quella sdraio, tira fuori la macchina fotografica e vai!”, dico.
“Non le voglio più fare le foto…” sospiro mentre riprendo a dormicchiare.

“Non credi che sia ora di aggiornare il blog?” mi chiedo.
“Oh, certo… è proprio ora, mi piace aggiornare il blog!”, mi rispondo
“Allora smetti dormicchiare davanti alla Tv, e mettiti sveglia davanti al computer”
“Magari lo aggiorno domani…” dico, spegnendo la Tv, spegnendo la luce e spegnendo il cervello.
E così via…

Giorni pigri, questi. Di pieno rilassamento quasi catatonico. Beh, non esageriamo. In realtà seguo passo per passo  il programma che mi ha consegnato la dottoressa dei Giardini di Poseidon. Mi faccio, cioè, tutte le piscine, rispettando i tempi, come un orologio svizzero. 20 minuti di nuoto nell’olimpionica, poi tre giri nel… punitivo percorso chiamato “vasche giapponesi” (sassi appuntiti sotto i piedi nudi, mentre si passa da acqua caldissima ad acqua gelida), e poi le altre piscine con i vari bocchettoni dell’ idro-massaggio. Per arrivare, alla fine, alle due piscinette dette 40/15: un  minuto di galleggiamento-immersione in acqua termale a 40 gradi, e, subito dopo, oplà, ecco che ti fai accogliere dalle gelide acque che non superano i 15 gradi. Però devo dire che è bello…
E devo anche dire che, nella penultima piscina (36 gradi), non ci crederete, ma riesco quasi ad addormentarmi. Appoggio la nuca sul sottobordo della piscina, chiudo gli occhi e mi lascio galleggiare.  E me ne sto lì, senza pensieri, sostenuta dall’acqua, con il sole che… sta in fronte a me. È una sensazione bellissima, e il paragone con il periodo pre-natale e perfino troppo ovvio…

Il mio iter acquatico dura circa un’ora e mezza. E poi? Sonnecchio, sonnecchio ancora. Ma mi guardo anche intorno. E fin dal primo giorno del mio arrivo mi sono resa conto che la crisi si avverte anche qui, ai Giardini di Poseidon. Non tanto per il numero di visitatori: non ho termini di confronto, è la prima volta che vengo a Ischia nel mese di giugno, anziché in settembre, come mia abitudine. Ma per la riduzione drastica del personale. Molti meno bagnini, per esempio. Ho parlato con uno di loro, ha detto che tanti suoi colleghi sono in attesa di chiamata: se arriveranno turisti  la proprietà (tedesca)  farà assunzioni, se no… niente. A casa. Senza quell’impegno stagionale ( sei mesi di stipendio che verranno a mancare) come faranno, quei lavoratori?
E, a quanto pare, anche i giardinieri non sono stati assunti, o, per lo meno, non a sufficienza. Le bellissime piante che rendevano i Giardini di Poseidon un vero Paradiso terrestre, sono trascurate, i fiori mezzo appassiti, il terreno è asciutto,  arido. Da quando sono arrivata non ho visto nessuno innaffiare i giardini. Riduzione del personale. Che cosa triste…

Nuoto, galleggio, cammino, sonnecchio, osservo. E leggo. Di leggere non potrei fare a meno, anche quando l’ozio mi avvolge come un gradevole bozzolo.
Due libri letti, uno iniziato oggi. Tre ottime scelte.
Una nuova lettura: “Stranieri alla terra”, l’ultimo libro di Filippo Tuena. Non avevo dubbi che mi sarebbe piaciuto: dopo aver letto “Ultimo Parallelo” e “Michelangelo la grande ombra” so che Tuena è un grande scrittore.  “Stranieri alla terra”, se è possibile, ha superato le mie aspettative. Ogni tanto dovevo interromperne la lettura, perché ci sono dei passaggi talmente intensi, talmente belli che era come se mi mancasse il fiato, mentre li leggevo.

Una rilettura, un libro infilato in borsa all’ultimo momento, di cui non ricordavo molto, ma il cui titolo mi ha fatto decidere che dovevo rileggerlo: un argomento quanto mai attuale, quello che affronta lo scrittore irlandese Roddy Doyle nel suo “La donna che sbatteva nelle porte”, e credo che sia un titolo così esplicativo che non occorra che vi indichi quale sia il tema trattato.  Bella e terribile, questa lettura. E fra le tante riflessioni che mi ha stimolato, anche la conferma di una cosa che ho sempre pensato: che non esiste una scrittura “maschile” e una “femminile”. La voce narrante è quella di una donna, che racconta la sua storia in prima persona: se non avessi saputo chi era l’autore avei giurato che fosse un’autrice. Roddy Doyle è entrato così bene nel suo personaggio, descrivendo tutte le sfaccettate sensazioni che io, come donna, penso possa provare un’altra donna che subisce continue violenze, da diventare totalmente quel personaggio.  E secondo me è proprio questo che uno scrittore deve fare.

Il terzo libro, quello che ho iniziato oggi, è un vecchio libro, pubblicato nell’89. Non lo avevo mai letto, però. Anzi,di questo autore avevo letto solo bellissimi testi di canzoni. Me lo ha prestato tempo fa un amico, ed era proprio ora che lo leggesi, per poi restituirglielo.
Così, oggi, ho iniziato “Croniche epafaniche” del mio amatissimo Francesco Guccini. E, giocando con le parole, devo dire che è un’epifania, per me. È stupefacente, questo libro. È da raccoglierne ogni parola  e farne tesoro. Il linguaggio è fantastico, un uso del dialetto che ti porta dentro a un mondo che hai conosciuto e dimenticato. E poi, mi diverte. Le due letture precedenti, seppur bellissime, difficile chiamarle divertenti. E il divertimento, l’ironia, l’umorismo intelligente, sono cibi essenziali per la mente. Anche per una mente oziosa come la mia.

Basta così, che ho lavorato troppo. Pigramente me ne vado a dormire.

State bene, se potete, e, se potete, non seguite il consiglio di

Renato Carosone

(*) Forse ci sono degli errori, ma non sono riuscita a contattare la mia esperta dialettologa Mirella. Sono andata a suono, più che altro.

(oh, la foto l’ho scattata io, in un momento di energia…)

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6 risposte a Pensieri oziosi di un’oziosa

  1. mirella ha detto:

    La tua esperta dialettologa si scusa per non averti potuto fornire la consulenza richiesta. Ti avrei evitato un paio di errorucci, che soltanto un vecchio bolognese doc sarebbe in grado di notare. In tutt’altre faccende affaccendata – e, ti assicuro, tutt’altro che piacevoli, ti augura buona vacanza con un abbraccio.
    Mirella

  2. maria ha detto:

    ma è una balena!! ne ero sicura tanto è vero che non capivo l’inizio del tuo post!
    Brava amica mia, continua così e rilassati, “oziati” …goditela!
    un abbraccio
    maria

    • Milvia ha detto:

      In questa foto, poi, casualmente, perché mica l’ho truccata, sembra più balena che mai.
      Continuo a oziarmi… ma la forza per ricambiare l’abbraccio ce l’ho ancora…

  3. Luca ha detto:

    Otium et negotium “a’s dzeva na volta” (il mio esperto dialettologo è in ospedale a combattere una battaglia un po’ più seria che correggere i miei erroracci, visto che parlo perfino l’inglese molto meglio del parmigiano, ma l’inglese non rende le sfumature affettive altrettanto bene).

    In una società veloce e superficiale l’otium è una piccola vergogna. O forse, peggio ancora, un lusso che non ci possiamo più permettere.

    Nella società lenta e intelligente che sempre più italiani sembra che vogliano costruire (e di cui la mia odiosamata Parma è, che lo voglia o no ma dovrebbe ben volerlo, punta di diamante) forse l’otium va rivalorizzato.

    Mi guardo intorno e vedo un mondo in cui l’apparenza (che trent’anni fa si chiamava look, oggi si chiama solo vuoto) conta cento volte più dell’essenza. In cui il denaro ha perso la valenza di mezzo d’acquisto e diventa, in una perversa magia da furbetti del quartierino, un feticcio autoreferenziale.

    Purtroppo, oggi, per raggiungere l’otium bisogna aver messo dietro la schiena una consistente aliquota di negotium (avendone la voglia ma anche e soprattutto l’opportunità).

    A meno che l’otium non ti sia imposto come umiliante punitiva gabella da un mercato del lavoro che non ti prende più in considerazione nè per dritto nè per rovescio. Allora piace di meno.

    Un abbraccio.

    • Milvia ha detto:

      Tu, caro Luca, che sei anche Poeta (e l’iniziale maiuscola è d’obbligo) dovresti scrivere un elogio dell’ozio, della lentezza, dell’insuccesso, anche, non come fallimento, ma come valore contrapposto al successo ad ogni costo. Risposta inadeguata al tuo commento, ma l’ozio, e anche Morfeo, a quest’ora della notte, mi impediscono di approfondire. Allora ricambio l’abbraccio. E buona notte.

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