Gente comune

Gente comune

L’uomo infilò  la piccola valigia Louis Vuitton  made in Cina nello spazio che stava dietro alla coppia di sedili n.34 e 36 della carrozza n.7.  Si sedette di fronte al bambino grasso, che indossava  un paio di bermuda bianchi con degli orsetti rossi  e una maglietta verde che gli stringeva sulla pancia.
La donna seduta accanto al bambino grasso doveva essere la madre: grassa anche lei, con la fede d’oro che le strizzava l’anulare.
La  ragazza  seduta di fianco all’uomo aveva un vestito azzurro, di cotone leggero.  Stava leggendo un libro e si tirava su, nervosamente, gli occhiali che tendevano a scenderle sul naso, piccolo  e sottile.
Nel corridoio passò un uomo claudicante che camminava appoggiandosi a un bastone, di quelli con il manico di osso. Si trascinava dietro una sacca rossa, di tela. Si sedette due file più avanti  e cominciò a tossire convulsamente.
Dall’altra parte del corridoio un ragazzo con un grosso neo sulla guancia sinistra stava accendendo il suo computer, un modello di qualche anno prima.
Davanti a lui stava seduta una donna anziana, magra, i capelli bianchi legati da un nastrino nero, che frugava con le dita ossute nella borsetta.
Arrivò una coppia giovane, sui vent’anni, la stessa altezza, lo stesso sorriso, due magliette uguali con il logo di Emergency. Il ragazzo chiese gentilmente al passeggero con il computer se potevano scambiarsi di posto: così posso stare vicino alla mia fidanzata, disse. Il ragazzo con il computer acconsentì e si sedette accanto alla donna anziana. La coppia, spalla contro spalla, cominciò a parlare fitto fitto, un po’ di parole e un bacio leggero, un bacio leggero e un sorriso. La donna anziana li guardava con un che di rimpianto, negli occhi.
Il bambino grasso chiese alla madre quando sarebbero partiti. La finestrella che si apriva dietro le sue labbra al posto di un incisivo gli dava un’aria buffa. La donna guardò l’orologio e disse: fra due minuti, amore, se è puntuale.
Quando il treno partì il bambino grasso schiacciò la grassa buffa faccia contro il finestrino.
La madre prese il cellulare dalla borsa, compose un numero e disse a qualcuno, chiamato Carlo, che probabilmente sarebbero arrivati in orario. Non vedo l’ora di rivedervi tutti, disse, con la voce che cantava allegria.
La ragazza dal vestito azzurro tirò fuori dallo zainetto che teneva sulle ginocchia una matita e fece un segno sulla pagina del libro. Chiuse gli occhi, fece un sospiro e riprese a leggere.
Il ragazzo con il computer muoveva le dita sui tasti velocemente.
La donna anziana aveva ripreso a frugare nella borsetta.
La giovane coppia continuava a essere innamorata.

L’uomo sollevò l’orlo della manica della giacca  e controllò l’ora sul falso Rolex  che il padre gli aveva regalato diversi anni prima, dopo un viaggio in Tailandia: erano le 11 e 20. Ancora trentasette minuti e scendo, pensò.

Quando fu annunciata la prossima stazione l’uomo si alzò e, per farlo passare, si alzò anche la ragazza dal vestito azzurro. Il libro le cadde a terra, ma lui non si chinò per raccoglierglielo. Percorse il corridoio e arrivò davanti alla porta proprio mentre il treno entrava in stazione. Nessun altro passeggero di quella carrozza si stava preparando a scendere. Quando il treno si fermò premette il pulsante per attivare l’apertura della porta.
Scese e si diresse con passo veloce verso il sottopassaggio.
Non aveva con sé la piccola valigia Louis Vuitton .
Mentre scendeva le scale del sottopassaggio gli venne voglia di fischiettare. Stormy Weather, gli venne voglia di fischiettare.
Gli tornò alla mente il titolo del romanzo che la ragazza stava leggendo: Destini incrociati. Gli venne quasi da ridere, ma si trattenne.

L’ordigno esplose alle 14 e 29, mentre il treno stava costeggiando tranquilli campi di grano dorato  e papaveri rossi.

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2 risposte a Gente comune

  1. Piera ha detto:

    Micidiale, Milvia. Un racconto che va avanti pacatamente, con calma, lasciando al lettore tutto il tempo necessario per farsi un’idea dei vari personaggi, così diversi tra loro ma uniti, lo si vede in seguito, da un unico tragico destino.
    Un racconto, sì, ma che lascia un forte senso di amaro.
    Sempre brava. Ciao.
    Piera

  2. Milvia ha detto:

    Capisco la tua amarezza, cara Piera, che è quella che credo che proviamo tutti quando pensiamo alle vittime di queste stragi assurde.
    Grazie, cara amica.

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