Noi e loro, anzi, per rispetto, loro e noi

(Post molto lungo… E non sono previsti premi, per chi lo leggerà per intero)

Noi, che con più o meno difficoltà sopravviviamo alla crisi, che due pasti al giorno ce li possiamo ancora permettere, che quattro muri a proteggere le nostre notti ancora ce li abbiamo. E loro, i senza- dimora, che frugano nei cassonetti dell’immondizia, a volte, che dormono sulle panchine, che per tetto hanno un cielo di stelle, quando le stelle ci sono.
I senza-dimora, o clochard, o homeless, o, un tempo, ma ora credo venga considerato termine politicamente scorretto, barboni, sono stati protagonisti di belle pagine di letteratura, basti pensare a London e Steinbeck. In questi giorni, la figura di un senza dimora (Eufemio, si chiama, scelta singolare -ma forse no-, dato che il nome significa “acclamato”, “benedetto”, “di buon augurio”) si aggira nelle pagine del Web. Nata dalla potente, vulcanica fantasia di Luca Rinaldoni, amico e blogger, che vive in quel di Parma, credo che La saga di Eufemio in Paradiso meriti la vostra attenzione. Con pochi click potete farne conoscenza (e poi continuare a seguire la sua singolare storia)
Prologo
Capitolo primo
Difficoltà di ambientamento

Leggere di Eufemio mi ha fatto ricordare alcuni post che avevo pubblicato tempo fa, e che, nel perdurarsi della mia pigrizia mentale, vi ripropongo.

E per tetto un cielo di stelle…
 (18 marzo 2011)

Alcuni giorni fa, il mio amico Franz, ha pubblicato nel suo blog un altro dei suoi begli articoli:
Quasi straccioni
Con la sensibilità che gli appartiene ci parla, questa volta, di un mondo che alla maggior parte di noi è completamente estraneo e che, molto spesso, ci incute timore: il mondo dei senza tetto.
Metto, qui sotto, una parte del commento che ho lasciato da Franz, e anche il testo di due miei vecchi post in cui scrissi, appunto, di senza dimora.
Commento:
 Sai, io vorrei essere meno timida, forse più coraggiosa, e riuscire, una volta, a parlare con un senza dimora, a farmi raccontare la sua storia. La paura di una rispostaccia, ma, soprattutto, il timore di apparire ai suoi occhi come una persona piena di curiosità morbosa, me lo impedisce. A spingermi sarebbe invece il desiderio di capire, senza pietismi, senza indossare l’abito di dama di carità, perché anch’io, se la mia vita fosse stata diversa, avrei potuto essere lui. E anche per l’amore che ho per le storie, per il racconto. E anche per l’amore, forse romantico e condizionato da letture lontane, che ho per “la strada”.
L’inverno scorso mi è capitato di fare a piedi, più volte, un tratto di via Saragozza/ via Urbana, verso mezzanotte. Ogni volta, rannicchiate sul marciapiede, e distanziate fra loro (e mi sono chiesta anche il perché di questa distanza), c’erano due persone avvolte da coperte, la testa e il viso nascosto da un berretto o da stracci. Sembravano fagotti buttati lì, pronti per essere caricati dal camion dei rifiuti. Ho provato, ogni volta, l’impulso di chinarmi, di chiedere: ha freddo? sta bene? Posso fare qualcosa?
Ma ho proseguito, perché, come diceva Manzoni, “il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare”. Però disagio, pena, compassione sono rimasti a lungo, in me. Qui a Bologna, per le strade e d’inverno, non mi era mai capitato di vedere qualcuno dormire su un marciapiede.
In stazione, invece sì, di senza tetto ne ho visti diversi. Nella sala d’aspetto, dove mi sono trovata, a volte, in attesa di un treno notturno, ce ne sono tanti, quasi una piccola comunità, direi. Che non tutti, poi, sono senza dimora, come mi disse un addetto alla sala d’aspetto. Alcuni di loro, ma soprattutto donne anziane, una casa ce l’hanno. Ma sono sole, e hanno paura della solitudine che spesso è proprio di notte che assale più violentemente. Così vanno lì, si incontrano fra loro e riescono a sopravvivere a un’altra notte. Mi ha colpito molto, questa cosa. Davvero non l’avrei mai immaginata.

Però, le loro storie, vorrei conoscerle (16 aprile 2009)
Ogni volta che mi capita di vederli, mentre spingono i loro carrelli da supermercato dove stanno ammassati tutti i loro beni,  o distesi su cartoni, avvolti stretti in coperte che non riescono a ripararli dal freddo, ogni volta che mi capita di vederli i senza dimora, gli homeless, i barboni, uomini e donne che si sono perduti, o forse hanno voluto perdersi, ogni volta mi vorrei avvicinare a uno di loro e chiedergli di raccontarmi la sua storia.  Mettermi vicino a lui, seduta in terra, dividerci una birra e sigarette, e stare ad ascoltare.
Ma non lo faccio mai, per timidezza, per rispetto, forse. E per timore.
E poi lo so che questa è comunque un’idea del cavolo, per non dire altro.  Perché per un attimo, mentre li vedo, con i loro carrelli, mentre li guardo, distesi sui cartoni, non è subito la pietà che mi prende. Ma una sorta di stupido romanticismo, l’idea che forse sia quello il modo giusto di vivere. E per tetto un cielo di stelle, mi viene da pensare. E se pure io… mi viene da pensare.  
Ma poi guardo il cielo e di stelle non ce ne sono, e qui in basso c’è solo un vento che taglia la faccia.
E mi sento stupida e vigliacca, a stare lì a guardarli, con il mio cappotto caldo, la pancia piena, il bancomat e le chiavi di casa nella borsa.
Però, le loro storie…
Vorrei conoscerle, sì.

E dopo ho spento la tv (brano tratto dal post del 20 settembre 2007)

Circa un anno e mezzo fa, più o meno. Un treno è in ritardo per cui mi ritrovo a entrare nella sala d’aspetto della stazione di Bologna  (già, “quella” sala d’aspetto..). E’ piuttosto affollata. Viaggiatori, sì, come me. Ma anche uomini e donne senza dimora, senza casa, homeless, insomma, come si dice adesso, che puoi vuol dire esattamente senza casa, ma sembra più elegante dire homeless.  Mi siedo vicino a una coppia anziana, lei indossa due o tre maglioni uno sull’altro, lui un cappotto tutto consumato. Mi sorridono, poi continuano a parlare con un ragazzo che siede loro accanto. Che ha una camicia, addosso, e un paio di jeans sdruciti davvero, e non per finta, come quelli delle boutique che costano mezzo stipendio (non il loro, di stipendio, naturalmente). La coppia non conosce il ragazzo, gli parlano gentilmente, però. Gli chiedono da dove viene, quanti anni ha… Ce li hai i documenti, vero? Senza quelli non puoi fare niente, l’assistenza non te la danno, se non hai i documenti. Il  giovane è reticente, dice prima una cosa, poi un’altra…Da dove viene lo dice dopo un bel po’. Sono stato dentro, dice, o qualcosa del genere, per dire, insomma, che “è stato dentro”.  I documenti non li ho, perché non ho una residenza, i miei mi hanno cancellato dal mio comune, dice (il comune è un paese del sud, di cui io non ricordo il nome).
Devi averli, i documenti, asserisce il signore anziano. Poi si rivolge alla sua compagna: fagli vedere, le dice, fagli vedere le nostre carte di identità. E dice “carte di identità” quasi sillabando, ma con una voce dolce e orgogliosa al tempo stesso, lo dice come se parlasse di nettare e ambrosia. O di un figlio. Lei si china, mette la mano in un sacchetto di plastica ai suoi piedi, e tira fuori una bustina tutta ordinata. Lui la prende, toglie le carte di identità, le apre e le mostra al ragazzo: Vedi, gli dice, vedi: siamo noi, siamo noi, ripete. Quasi incredulo, come se avesse fra le mani un biglietto vincente della lotteria.
Una carta di identità. Per noi importante solo per l’aspetto burocratico. Per loro, per quei due senza fissa dimora, un segno, l’unico, della loro identità.
Questa cosa mi rimarrà impressa per sempre.
Altro che carte di credito…
Nel frattempo erano arrivati i volontari (non so se della Caritas o di Piazza Grande) a distribuire il cibo. Panini e caffé. La signora apre il suo contenitore,  si volge verso di me e con un sorriso gentile mi chiede: Ne vuole un po’, signora?


Homeless

 

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9 risposte a Noi e loro, anzi, per rispetto, loro e noi

  1. TADS ha detto:

    Ciao Milvia,
    il post non è corto ma si legge benissimo, cosa rara.
    Molti anni fa realizzai una specie di reportage sui “barboni” (sono un acerrimo nemico del pensiero politically correct), mi riferisco alla stagione in cui il deambulare per la città senza residenza era ancora una scelta di vita (diciamo prevalentemente) e non una deriva imposta da eventi negativi. Mi limito a citarti una affermazione che ancora oggi mi induce a riflessioni filosofiche: “chi non ha niente ha tutto”. Si potrebbero fare infinite elucubrazioni in merito, c’è sicuramente una parte di verità, proprietà, benessere e vincoli schiavizzano, la “libertà” (nella accezione più allargata del termine) è una inestimabile ricchezza.

    TADS

    • Milvia ha detto:

      Mi piacerebbe, caro Tads, leggere l’intero reportage, certamente ricco di riflessioni e punti di vista particolari e interessanti.
      “Chi non ha niente ha tutto” mi riporta in un certo senso al pensiero buddista: il non possedere (e il non desiderare) ti libera dalla paura della perdita, che credo che sia una delle paure più frequenti nell’uomo. Grazie per questo bell’intervento!

  2. mirella ha detto:

    Cara Milvia, anche io, pur avendone la curiosità non sono mai riuscita a chiedere a un homeless come e perché è finito in strada. Mi è sempre sembrata una domanda indiscreta e che troppo si presta a risposte affabulatorie. E sì che che i senzatetto io li bazzico da tempo. Da quando andai una volta a una festa dell’8 marzo delle donne di Piazza Grande e feci una sorta di amicizia con una ragazza di nome Anna, di buona educazione ma senza i denti davanti, seguendola poi in una sua attività di rivendita di abiti usati dove andavo ogni tanto a comprare qualcosa. Non la vedo da tempo. Chissà dove è finita Anna senza i denti davanti.
    Ora mi trovo sempre più spesso a conversare con homeless o punkabestia, sentendoli in qualche modo simili, non solo perché credo non sia difficile entrare nella categoria delle persone che vivono in strada, basta un pizzico di sfortuna in più, ed eccoti dall’altra parte. Ma anche perché da quando son diventata vecchia mi sento anch’io un’ emarginata. Non giudicare esagerata la mia affermazione e leggi invece il bel libro di Loredana Lipperini “Non è un paese per vecchie”.
    Ciao, giovane Milvia.

    • Milvia ha detto:

      Come mi piacerebbe leggere il reportage di Tads, Mirellina, così mi piacerebbe che tu mi raccontassi, o, ancor meglio, scrivessi un post per il mio blog, raccontandoci della tua amica Anna.
      Per quanto riguarda la tua sensazione di essere emarginata, pur essendo consapevole che l’avanzare dell’età può portare all’emarginazione, non credo proprio sia il tuo caso. Se sei emarginata tu, lo sono anch’io… E io non mi sento affatto emarginata (pur facendo parte, pure io, della terza, o quarta, o quinta età…, altro che giovane Milvia…)

  3. lucarinaldoni ha detto:

    Mentre ti ringrazio per la pubblicità che hai fatto alla mia garrula cattedrale nel deserto (senza che il novero dei miei commentatori aumentasse di anche solo un’unità, ma la cosa lungi dall’abbattermi mi entusiasma e mi induce a perseverare un filino diabolicamente) devo dire che il tema degli homeless, dei disadattati, dei nuovi poveri ha smesso da tempo di essere un elegante esercizio retorico per letterati di sinistra per diventare un crivello attraverso cui qualunque intellettuale o (auto)presunto tale deve passare.

    La soglia della povertà si alza implacabilmente e stuzzica piedi insospettati e insospettabili. I miei, tanto per fare un esempio, li conosce a memoria e credo ne abbia una gigantografia nel tinello. Quando ti arriva in zona pelvica ti cominci a preoccupare.

    Da lì in poi, meglio non parlarne.

    • Milvia ha detto:

      Caro Luca, rimando la risposta al tuo commento a domani, anzi a oggi… Quasi quasi albeggia, e la mia lucidità si è spenta.

    • Milvia ha detto:

      Ma l’ago della bilancia che pesa la ricchezza di chi ricco (e non solo benestante) è sempre stato, non si muove, anzi, se si muove, lo fa in maniera inversamente proporzionale all’altro ago, quello di chi ricco non è mai stato. Anche i ricchi piangono? Non so… I poveri di sicuro lo fanno, anche se molti, per dignità o stanchezza, piangono solo interiormente.

  4. margueritex ha detto:

    ciao cara Milvia! sono tornata e spero di vederti presto. Un abbraccio

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