Distogliere lo sguardo

Sto rileggendo, forse per la terza volta, La Storia, il romanzo di Elsa Morante che uscì, per la casa editrice Einaudi, nel  giugno 1974, e che mia mamma, che tanto ha  contribuito a soddisfare il mio vorace appetito letterario, mi regalò nel Natale dello stesso anno.

Sono tantissimi i brani che varrebbe la pena di riportare, sia per il valore letterario sia per la ricchezza di umanità che attraversa tutta l’opera.
Ho scelto di condividerne con voi due in particolare. La data in cui si svolge il primo episodio è il 18 ottobre 1943, due giorni dopo il raid nazista nel ghetto romano.
Ida e il suo piccolo Useppe si trovano  alla stazione Tiburtina, dove  è stato allestito un treno che trasporterà gli ebrei prelevati dalle loro case verso i campi di concentramento.

L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, anche se, in qualche modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorio: però tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa machina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva da lì dentro.
Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano alcuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi. In quel momento non c’era nessuna guardia al treno.

[…. ] L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come “bere!” “aria!”. Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto.”

Il secondo brano che riporto si riferisce all’autunno 1945:

Con l’autunno, la pace portò un seguito di avvenimenti nuovi.
I primi a tornare furono gli ebrei. Dei 1056 passeggeri del convoglio Roma-Auschwitz, partiti dalla stazione Tiburtina, i sopravvissuti erano 15: tutta gente dell’infima classe povera, come la quasi totalità dei deportati di Roma.

 […. ] Presto impararono che nessuno voleva ascoltare i loro racconti: c’era chi se ne distraeva fin dal principio, e chi li interrompeva prontamente con un pretesto, o chi addirittura li scansava ridacchiando, quasi a dirgli: « Fratello, ti compatisco, ma in questo momento ho altro da fare».
Difatti i racconti dei giudii non somigliavano a quelli dei capitani di nave, o di Ulisse l’eroe di ritorno alla sua reggia. […. ] La gente voleva rimuoverli dalle proprie giornate, come dalle famiglie normali si rimuove la presenza dei pazzi, o dei morti”

Se forse (forse…) è improbabile che si ripeta  nuovamente quell’atroce realtà raccontata da Elsa Morante nel primo brano che ho riportato, credo che il comportamento della gente  descritto nel secondo brano sia ancora molto frequente. Ora forse siamo disposti a conoscere, e a ri-conoscere, quello che accadde allora: ora che tutto quell’orrore è diventato Storia, che è lontano nel tempo. Ma quanto ascolto siamo capaci di dare al dolore di chi ci è contemporaneo, ai suo drammi, alla sua desolazione? Mi viene in mente la testimonianza data in un’intervista (inserita nel film documentario Un solo errore) da uno dei soccorritori della strage del 2 agosto a Bologna. Quel signore, dopo pochi giorni, andò in vacanza sulla riviera romagnola. Ancora sconvolto, cercava di raccontare cosa era successo alle persone che gli capitava di incontrare. Ma quelle persone  non volevano ascoltare, lo interrompevano per passare ad altro, distoglievano sguardo e orecchie. Avevano, come i cittadini romani in quel lontano autunno del ’45, altro da fare: erano in vacanza, dopotutto. Dopotutto erano lì per divertirsi. Con buona pace dei morti, dei feriti. Con buona pace del dolore.

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8 risposte a Distogliere lo sguardo

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Ricordo che ti avevo parlato de “La storia” come di una delle letture più importanti e stimolanti della mia irrequieta e composita adolescenza, dalla quale peraltro non sono mai riuscito del tutto a separarmi nè la cosa mi suscita particolare sconforto. I due brevi brani che hai scelto illustrano benissimo l’eccelsa capacità dell’Elsa (Bergonzoni sarebbe contento di me, in questo momento) di descrivere in un modo formalmente obiettivo e antiretorico, lievemente manzoniano oserei dire, ma in realtà come per magia veicolando delle emozioni forti.

    Mi ricordo (ma vado a memoria perchè non ho il testo sotto mano) il piccolo Useppe incazzato con la madre che non gli sa o non gli vuole spiegare il significato dei suoi attacchi eplilettici, che la tempesta di pugnetti urlandole “Tu ce lo sai, a’ ma’…”. Straziante quasi come le parole di Alberto Sordi che cerca di risvegliare il figlio assassinato in “Un borghese piccolo piccolo” sussurrandogli “So’ papà”. Mirabilie del romanesco che sa essere grossolano e triviale per ridiventare tenerissimo e intimo quando occorre.

    Se si dovesse immaginare il romanzo italiano più rappresentativo del XX secolo, sarebbe un po’ difficile far cadere la scelta altrove. Per il XXI secolo vedi un po’ di pensarci tu…

    • Milvia ha detto:

      Mentre in sottofondo sento l’applauso a te diretto dal giocoliere di parole Alessandro, su radiotre stanno proprio trasmettendo la lettura de La Storia, e proprio quel brano in cui per la prima volta si narra delle crisi convulsive di Useppe (io, lì, ci devo ancora arrivare) e anche della morte di Nino. Ancora non so, però, di quel: Tu ce lo sai, a’ ma’…”, ma credo che tu abbia saputo tirar fuori un paragone perfetto. Di quel film, di quel “Un borghese piccolo piccolo”, ne ha parlato proprio l’altro giorno il mio amico e scrittore Maurizio de Giovanni a Senigallia, presentando un suo libro. E anche per lui, come per me (e per te, forse,) la pellicola con Aberto Sordi è la più straziante e angosciosa che abbia mai visto. Vedi le coincidenze… Ed è vero quello che dici sull’espressività del romanesco. Ma forse è così per molti dialetti (sul bergamasco ci penserei un poco, però…).
      Non faccio commenti sull’apporto letterario nel XXI secolo…
      Ciao, Luca. Stammi bene.

      • lucarinaldoni ha detto:

        La letteratura, a differenza del calcio e della politica, unisce più di quanto non divida. Quanto al romanesco, probabilmente sai che è il vernacolo nel quale ho ricevuto molti dei rimproveri/insegnamenti della mia vita (epocale un “Parla ddu toni sotto co’ ttu madre”). Cara Lauretta che cercavi di farmi amare Roma ma ci sei riuscita solo molto post mortem. E che hai il merito sesquipedale di avermi messo “La storia” in mano mentre io a quei tempi volevo leggere solo Carlo Emilio Gadda e (ahimè sì) Albero Bevilacqua.

  2. falconieredelbosco ha detto:

    Brava Milvia , bella scelta, proprio ieri ascoltando una canzone che riporterò sotto il mio pensiero si è soffermato sulla lettura di questo libro che lessi in vacanza in agosto del 1980, pochi mesi prima che nascesse il mio primo figlio e lo stesso giorno della strage alla stazione della tua Bologna. Il libro era di mia cognata, ricordo che me lo portavo appresso nelle passeggiata tra i monti, praticamente ho passato quella quindicina di giorni in compagnia di Useppe e di sua madre. Lo gustavo pagina dopo pagina, lentamente chiudendo gli occhi per immaginare le scene descritte con tanta bravura dalla Morante. Mi piace la tua scelta dei due brani e sono perfettamente d’accordo sulla tua riflessione: la gente non ne vuole sapere, vuole scappare via dall’orrore come una cosa che non deve assolutamente appartenergli. Invece è storia nostra, storia di tutti. Penso che riprenderò anch’io tra le mani quel libro per una rilettura da uomo più maturo. La pagina che più mi sta a cuore è quella che narra di Useppe in un giardino o parco dove non c’è nessuno (ho un vago ricordo e vorrei tornarci su).
    ecco la canzone

    • Milvia ha detto:

      Grazie davvero, caro amico per il tuo intervento (sempre graditissimo). Molto bello come descrivi i giorni di quella lontana lettura, e del tutto condivisibili le emozioni che hai provato. Certi libri ti rimangono dentro e il romanzo della Morante è uno di questi. Infatti conosco tante persone che lo hanno letto più di una volta.
      Grazie anche per il video (terribile, ma è così, che è andata) e per la splendida musica.
      Un abbraccio.

  3. margueritex ha detto:

    bellisimo articolo Milvia! complimenti.
    ti aspetto per regalarmi la tua poesia preferita….

  4. Milvia ha detto:

    Caro Luca, è sparita la funzione “replica” sotto il tuo commento. Forse… perché non c’è niente da replicare… È bello così, non ho altro da aggiungere.

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