Que Reste-t-il (3)

Riassunto delle puntate precedenti (3 e 4 ottobre)
Nicola riceve una telefonata da un medico dell’ospedale della città in cui sua moglie si è trasferita da quasi due anni per lavoro (preside in una scuola media superiore). Mentre è in viaggio per raggiungere quella città, ricordi e sensazioni dei tanti anni del loro matrimonio affollano la mente di Nicola. Dopo essere stato all’ospedale si reca nell’appartamento dove viveva la moglie, nel quale non era mai stato. Lo accoglie un ambiente che non corrisponde per nulla alla personalità di Valeria. Anche gli oggetti che appartenevano che l’ospedale gli ha consegnato lo lasciano confuso. Soprattutto una fotografia di un giovane ragazzo e un libro di poesie, con una dedica scritta da Valeria: una dedica senza dubbio amorosa rivolta a un certo Dario.

Negli ultimi cinquanta chilometri Nicola aveva rinunciato a non pensare alla telefonata. L’interlocutore si era presentato e poi gli aveva chiesto: parlo con Nicola Vailati?, e aveva continuato: c’è stato un incidente, un incidente molto grave, è stata coinvolta sua moglie. Mi dispiace, ma la signora purtroppo è deceduta.
Gli venne in mente che forse se l’era immaginata, quell’ultima frase. Forse la telefonata si era interrotta prima. Forse, la voce, aveva detto: la signora potrebbe morire. E lui, preso dal panico, chissà che aveva capito…
La pioggia aveva ripreso a sferzare la notte. Valeria. Non riusciva a pensarla morta.

Gli anni dell’università. Il vecchio appartamento di via San Vitale, l’aroma degli spinelli, il sentore del cibo cucinato in fretta, fra una lettura e l’altra del testi d’esame, la fragranza dei fiori dell’acacia piantata nel giardinetto all’interno del palazzo, che entrava nelle stanze e pareva addolcire le discussioni serie, fatte di parole dure, di affermazioni di principi, ma anche intessute di speranza, di impegni a cambiare il mondo. Erano in cinque nell’appartamento e si ritrovavano poi a discutere ancora con tanti come loro nelle aule, e sotto i portici, e nelle osterie. Tutti arrabbiati, tutti giovani, tutti artigiani del futuro. Tutti belli e pieni di sogni. Come il titolo di un film, quelli erano stati i giorni del vino e delle rose. Augusto, Paolo, Michele, Nicola. E Valeria, dal viso splendido e intenso.
Valeria: la scoperta dell’amore, il battito incalzante del desiderio, le frasi stampate dalle labbra sulla pelle calda, le lenzuola avviluppate sul letto stretto, le fughe dagli altri, certe notti, per andarsi a stendere nel mezzo di un prato adagiato sui colli, con una bottiglia di vino, un po’ di fumo, e gli occhi a riempirsi di stelle. Altre promesse, altri impegni, sussurrati, questi, non urlati, ma intensi, così, come gli altri.
Dei compagni, poi, lui e Valeria avevano perso le tracce. Conseguita la laurea ognuno era rientrato nella propria città. E ognuno, probabilmente, si era ripiegato su se stesso, ammainando ogni bandiera. Come avevano fatto loro.

Cosa era rimasto, di quegli anni? Nicola aveva rallentato la velocità dell’auto. Mezzi pesanti erano entrati sull’autostrada, all’ultimo casello, e la pioggia aveva diminuito ancora la visibilità. Cosa resta, di quegli anni? si era chiesto, mentre davanti a lui il rimorchio di un camion ondeggiava pericolosamente.

****

Il tempo, ora, assume un ritmo veloce e scoordinato. Nicola si alza di scatto, il libro cade a terra, rimane aperto sul tappeto, le parole sono lì, rivelatrici, un pugno diritto nel cuore. Nicola vuole trovare altre cose, altre lame che lo feriscano, che gli raccontino, taglienti e sincere.
Entra per la prima volta in camera da letto.
Il letto è disfatto, i due cuscini vicini, gli incavi lasciati dalle teste attraversati da piccole pieghe, una t-shirt bianca poggia sul lenzuolo a fiori blu e neri, sul cassettone una ciotola è piena di bucce d’arancia essiccate e di stecche di cannella, ai piedi dei due comodini si ammonticchiano giornali e libri, il piumone azzurro è scivolato a terra. Nicola lo solleva, lo getta sul letto, copre l’intimità, il nudo, il caldo, i sospiri, i rantoli del piacere, le carezze.
Spalanca cassetti, butta a terra cose, non è più il silenzio sospeso della morte che guida il suo corpo, ma il vociare frenetico dell’indignazione.
Trova l’agenda nel cassetto del comodino di Valeria. È certo che sia il suo: lei vuole sempre la parte del letto vicino alla finestra.
È un taccuino nero, un moleskine, di quelli che Valeria adopera per segnarsi appunti sugli allievi.
Nicola lo apre. C’è una data, sulla prima pagina. È di tre anni prima.

****

Era uscito dall’autostrada e si era immesso in uno stradone lungo e diritto. Il cartello indicava l’ospedale a due chilometri e mezzo.

Di figli non ne avevano voluti. Lo avevano deciso insieme, avevano detto che si bastavano l’un l’altro, che il mondo era troppo difficile, che avrebbero avuto tante cose da fare, nella vita, da non avere tempo per allevare bambini. Le cose che avrebbero costruito insieme costituivano un lungo elenco, che loro si recitavano le domeniche mattina, davanti alle tazze da colazione, con l’odore del pane tostato e il fumo delle sigarette, sollecitati dalle notizie che leggevano sui giornali, che riportavano storie di atti ingiusti commessi, di arroganze del potere, di stupidità dei politici. Erano sposati da pochi mesi, erano forti e sicuri, lui sognava di progettare case per non abbienti, lei di rivoluzionare la scuola. Si amavano con un totale senso di appartenenza, si sentivano uguali.

“Cosa resta di quel periodo?” si era ritrovato ancora a pensare, mentre scrutava nel buio per non farsi sfuggire la deviazione che immetteva nella strada per l’ospedale.

Erano trascorsi i mesi, gli anni. Erano diventati due adulti seri, le colazioni si erano trasformate in due caffé bevuti in piedi vicino al lavello, ognuno chiuso dentro ai propri pensieri; lo studio, lui, lo aveva aperto in centro. I clienti erano grosse società edili, o ricchi cittadini che volevano la villa in collina. Avevano cominciato a chiamare sciocche utopie i sogni che avevano riempito la loro giovinezza. Eravamo solo ingenui ragazzi, si dicevano. La realtà è un’altra cosa, avevano cominciato a pensare.
La vita aveva assunto toni color pastello, i suoni erano armonie che scivolavano piano sulla scala del tempo, musiche a basso volume, gli odori erano diventati quasi impercettibili.
Erano sereni, si amavano. Pacatamente, senza eccessi, in maniera elegante. Come eleganti e senza eccessi erano diventati i loro abiti, la loro casa, le loro poche amicizie, le loro visite a mostre e musei, i concerti della domenica pomeriggio. Il loro fare all’amore, in silenzio, con moderazione di gesti e di respiri.

La grande insegna blu del Pronto Soccorso lo aveva strappato da quelle immagini monocrome, senza onde. Il cuore aveva accelerato i battiti, un sapore ferroso gli aveva riempito la bocca.
Aveva parcheggiato l’auto, e si era incamminato ingobbito, il cappotto color cammello che si scuriva a chiazze sotto la pioggia.

****

In piedi, in quella camera da letto  troppo calda per lui, Nicola comincia a leggere.

Oggi, prima di uscire, mi sono guardata allo specchio e ho visto una donna che non riconosco. Chi è quella donna che mi guarda con gli occhi vuoti di emozioni, quest’estranea dal tailleur grigio, la borsetta di pelle nera, i capelli biondi dalla piega perfetta, il trucco leggero che neppure si vede? Ho alzato una mano, l’ho portata al viso. Anche la donna ha fatto lo stesso gesto.
Sono rimasta lì a guardarmi, a guardare quella donna che sono diventata. Una donna cauta, ho pensato, attenta agli spigoli, al vento, al fuoco, al disordine.
E poi mi sono chiesta dove ho buttato la luce, e i colori e gli odori forti e le note musicali. Quando ho sotterrato i fremiti, le corse, la rabbia, la gioia, le lacrime. Questo mi sono chiesta, mentre mi allontanavo dallo specchio portandomi appresso la donna sconosciuta.
E adesso sono qui, davanti alla pagina bianca, che lentamente si riempie di segni tracciati dalla mia mano, piccoli uncini per arrampicarmi su quella che è stata la mia vita e per cercare di capirla. Mi chiedo se sia stupido tenere una sorta di diario a cinquantadue anni. Ma in questo momento è questo il mio bisogno. Scoprire se al di là dello specchio ci sono ancora io, quella che ero; e solo mettendo ordine, posando le parole una dietro l’altra, come gradini, posso avere la risposta su cosa sia restato della persona di un tempo.
Cosa direbbe, Nicola, se sapesse di questa ricerca? Forse mi guarderebbe al di sopra dei suoi occhiali da lettura, poserebbe un attimo il giornale e direbbe: fai pure, cara.
No, non lo so che mi direbbe. La verità è che non ci conosciamo più tanto. Anche se continuiamo ad assomigliarci: anche lui, come me, impersona una parte. Da persone siamo diventati personaggi, figurine azzimate, ritagliate da opachi cartoncini color niente. Perché io proprio oggi abbia questa visione della nostra vita, non so. Fino a stamattina, prima di guardarmi allo specchio, avrei giurato che tutto andava bene.
Forse è stata la frase di Zolli, ieri. Prof., mi ha detto, lo sa che ogni volta che vengo su per l’interrogazione, lei mi guarda come se fossi un insetto? Se le danno fastidio i capelli rasta e il piercing, me lo dica, tanto io me li tengo lo stesso.
Gli ho detto siediti, io non ti guardo in nessun modo. Ma aveva ragione: lui offende il mio senso estetico, penso ai pidocchi, quando lo guardo. E questo la dice lunga su come sono diventata.
A volte faccio dei sogni di cui al risveglio mi vergogno. Nel sogno mi trovo in locali affollati pieni di musica, non conosco nessuno, ma sto bene, poi arriva un uomo e mi prende per mano, saliamo insieme una scala ripida, ma non ho paura, non gli vedo il volto, ma sento il suo calore che parte dalla sua mano e mi invade il ventre. Poi arriviamo in cima e come sospesa nel cielo c’è una coperta piena di colori, e lui mi adagia lì sopra e mi accarezza, mi tocca ovunque. Mi sveglio sempre prima che accada quello che in sogno voglio sopra ogni cosa. Vorrei essere capace di scriverla, quella parola che rivela l’atto che desidero, ma non ci riesco proprio.
Le parole. Le parole hanno suoni diversi, diverse modulazioni, possono innalzarsi in picchi acuti, rimbalzare a terra, rotolare da una parete all’altra, tintinnare sopra il tavolo, scoppiettare vicino alla finestra.
Le parole, in questa casa, disegnano delle perfette linee orizzontali che attraversano le stanze, non hanno sbavature. Le parole, in questa casa, sono sbarre di una gabbia.

Contessa (MCR)

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