Que reste-t-il (4)

Riassunto delle puntate precedenti:
Nicola e Valeria sono sposati da più di venticinque anni. Con il passare del tempo la passione si è spenta, e il matrimonio va avanti quasi per inerzia. Valeria, che da quasi due anni si è trasferita in un’altra città, per diventare preside di una scuola media superiore, un pomeriggio viene investita da un’auto e muore. Il marito entra per la prima volta nell’appartamento di Valeria e scopre di lei cose che lo travolgono, che non riesce a capire. Prima una foto, poi una dedica d’amore scritta da Valeria su un libro, e, infine il suo diario, che Nicola inizia a leggere. A questo punto il dolore per la morte della moglie si trasforma in rabbia.

Nicola sta lì, seduto su un angolo del letto, una posizione precaria, che gli indolenzisce la schiena. In bocca ha un sapore di fango.
“Tutte stronzate”, sibila. “Se ti volevi far sbattere da qualcuno non occorreva che diventassi preside”.  Non gli passa per la mente che anche lui ha avuto pensieri simili a quelli di Valeria, mentre guidava sotto la pioggia, su come la loro vita fosse cambiata. Non si accorge neppure che sta adoperando un linguaggio che non usava da anni. Non pensa alla morte della moglie, adesso: l’unica sensazione che prova è solo una rabbia sterminata.
Il taccuino gli balla fra le mani, mentre lo sfoglia veloce, alla ricerca d’altro.

****

I cambiamenti, addosso e dentro di noi. Forse abbiamo cominciato a cambiare la prima volta che ci siamo indignati per nostre millantate priorità negate, anziché sdegnarci per diritti non riconosciuti ad altri. O quando abbiamo sostituito il manifesto del Che con la stampa acquistata a Londra. Fors,e quando ci siamo irritati per lo sciopero delle poste, senza neppure chiedercene il motivo. Ecco, forse è stato allora che abbiamo cominciato a cambiare.

 Credo di aver fatto la scelta giusta. Devo allontanarmi, non so per quanto tempo, ma devo andarmene: più ci penso, più rileggo le pagine che ho scritto in questi mesi, più ne sono certa.  Ero sicura che il concorso sarebbe andato bene. A Nicola lo dirò questa sera. Forse…forse vorrei che si arrabbiasse, che mi dicesse tu non vai da nessuna parte, che mi sussurrasse e io, senza te, che faccio? Che mi abbracciasse, che mi trascinasse a letto.

Stanotte ho rifatto quel sogno. Ma il sogno non si è interrotto: è successo, mi sono fatta scopare dall’uomo senza volto. Ecco, l’ho scritta la parola.  E quando mi sono svegliata non ho provato vergogna, ma solo delusione. Mio marito dormiva tranquillo, senza sgualciture, senza sudore.

 Mi è sembrato solo un leggero disappunto, il suo. Come se gli avessero cambiato la programmazione di un film, o come se gli autisti degli autobus avessero deciso uno sciopero improvviso. Non ha fatto niente per farmi cambiare idea, non ha detto resta, cosa ci vai a fare, là, senza di me. Mi sono inventata lì per lì una casa che ancora non ho trovato, gli ho promesso improbabili week-end a mezza strada. Per un attimo ho avvertito l’ombra della delusione, ma subito dopo mi è frizzato dentro il sapore della libertà. Mi sono chiesta se lo amo ancora, ma non ho trovato la risposta.  Mi è sembrato di sentire  la calda mano del sogno, le dita insinuanti sulla mia pelle.

 Per ora mi sono trovata una stanza in una pensione vicino alla scuola. Da casa ho portato il poster del Che, finito in cantina da anni. L’ho appeso di fianco alla porta, di fronte al letto. Quando me ne sto qui, stesa nella penombra dell’abat-jour, mi chiedo dove sono finiti quelli come lui, dove se ne siano andati i miti. Ho insegnato per tanti anni e dei giovani non so niente. Non so cosa hanno dentro, voglio dire.
Prima di lasciare la scuola ho chiamato Zolli nella sala insegnanti.
“Ti ricordi quella volta che mi hai detto che ti guardavo come se tu fossi un insetto?” gli ho chiesto. “Beh, avevi ragione. Ma poi non è stato più così. E, sai, hai fatto bene a dirmela, quella cosa. Mi ha messo in moto dei pensieri”.
Lui si sbilanciava da un piede all’altro, e si tormentava il piercing sul sopracciglio. L’ho guardato e gli ho sorriso.
“Si sente bene, Prof?  E’ tutto o.k.?” ha fatto.
“E’ tutto o.k., Zolli, torna in classe, ora. Studia un po’ di più, ma non cambiare troppo. Vai!”

Oggi ho trovato casa. E’ piccola, piena di luce, è al secondo piano di una palazzina di due appartamenti, non distante dalla scuola. Ho visto per caso il cartello con su scritto affittassi attaccato sul portoncino. Il padrone di casa abita al piano di sotto, l’appartamento che dà in affitto era di sua nonna. Mi ha detto che vuole continuare a sentire rumore di passi che gli camminano sopra la testa, per questo lo affitta. Da quando sua nonna è morta sente troppo silenzio. Si è offerto di aiutarmi per l’arredamento, ha un amico che vende mobili etnici a buon mercato. Ha mani belle, le agita armoniosamente intorno al corpo come a trattenere il tempo. Mi ha detto che la sua famiglia ha un albergo in Svizzera, ma a lui non piace quell’attività. Ora fa qualche traduzione per una piccola casa editrice, ha un lavoro part-time in una biblioteca e frequenta un centro di immigrati come volontario. Ha gli occhi scuri come semi di girasole che gli si illuminano quando sorride. Ha un incisivo leggermente scheggiato. Ha una casa piena di libri, con poche sedie ma con un mucchio di cuscini.
Prima di andarmene gli ho stretto la mano. Mi è sembrato…ho sentito un forte calore improvviso. Ho ritirato la mano in fretta, sentendomi arrossire. Che stupida, sono! Una stupida vecchia.
Lui si chiama Dario e ha ventiquattro anni. 

 Oggi ho fatto spesa: uno scialle indiano, un paio di jeans, una camicetta rossa, una maglietta bianca con la scritta azzurra. Libertà vo cercando, riporta la dicitura che mi abbraccia il petto. Continuerò a mimetizzarmi, a scuola e nella casa di Nicola. Indosserò ancora i miei eleganti abiti spenti. Ma fra queste pareti, e fuori, nel mio tempo libero, sarò la Valeria che sto ritrovando, a mano a mano che le tolgo di dosso le ragnatele che l’hanno ricoperta. 

 E’ esattamente un mese che abito qui. A volte mi sento come se fossi convalescente da una lunga malattia. Ho passi lievi, mi guardo intorno e cerco di smorzare l’euforia che a tratti mi avvolge. Allora mi metto a camminare avanti e indietro in questo piccolo soggiorno, poggiando con forza i piedi sul pavimento, dicendomi attenta, Valeria, non volare troppo. Ma la fiammella non si spegne, e sale e con due dita mi tira le labbra in su, e modella un sorriso sul mio viso.  Mi accorgo di aver scritto “la casa di Nicola”: questo un po’ mi spaventa. Mi capita di tornare da lui e di sentirmi come un ospite. Non è colpa sua. E così, e basta. Mi mancano certe serate che passo qui, a ridere, a parlare con Dario, a fissare il suo volto così giovane, a immaginare come potrebbe essere morbida la sua guancia sotto le mie labbra. Dario, sì. Non ho più parlato di lui, in queste pagine. E’ pazzesco quello che forse, mi sembra, credo… Meglio scrivere del nuovo lavoro, degli insegnanti, di me com’ero. Ma non di Dario. E poco di Nicola.

Ha detto che dobbiamo festeggiare. E’ un mese che sono la sua inquilina. Mi porta a cena fuori, questa sera. Ristorante indiano.

 Ha cominciato a piovere proprio quando siamo scesi dall’auto, un po’ storditi dal cibo speziato. Mi ha preso per mano e abbiamo corso sotto l’acqua fino al portone. Le sue labbra erano bagnate di pioggia. Sapevano di zenzero. Era buio, e non gli ho visto il volto. Le guance sono morbide, già lo sapevo, è stato come se già mille volte le avessi baciate, con piccoli baci affannati e affamati. Mi sono staccata da lui, ho fatto le scale di corsa, il sangue che andava veloce, la vergogna e la gioia fuse insieme.
Gli ho gridato a domani, a domani, ci vediamo domani. Sentivo che mi chiamava, ho aperto la porta di casa, l’ho rinchiusa alle mie spalle.
E’ questo che volevi, Valeria? mi sono chiesta. Sì, e di più, certo. Ma non sono sicura di essere in grado di affrontarla, questa cosa.
Ho lasciato cadere le chiavi sul divano e sono andata in camera da letto. Mi sono spogliata lentamente, davanti allo specchio. Ho preso in prestito gli occhi di Dario e mi sono guardata. Cinquantadue anni, tutti lì, circondati da una cornice di legno birmano. I seni un po’ cadenti, la pancia con minuscole increspature, le cosce con sottili righe chiare. Un pelo bianco si arriccia sul pube, impietoso fra i compagni biondi. Ho chiuso gli occhi. No, non sono in grado di affrontare la luce. Ho sentito freddo, ho preso la coperta e ho nascosto la mia carne stanca. Il telefono ha cominciato a suonare, ma non ho risposto.

 ****

Il corpo di sua moglie.
Il medico gli aveva tenuto sorretto un gomito, mentre lo accompagnava lungo uno stretto corridoio.
“E’ qui”, aveva detto fermandosi davanti a una porta. E a Nicola quella frase sussurrata era sembrata un urlo che aveva creato un’eco. E’ qui è qui quii quiii quiiii quiiiii.
Aveva fatto un passo indietro.
“Se la sente di entrare?” Il dottore gli aveva lasciato il braccio, e lo aveva fissato in volto.
Nicola aveva assentito con un cenno del capo, avvertendo tutta la rigidità del collo.
Il medico aveva aperto la porta e si era allontanato di qualche metro.
Sulla barella, sotto il lenzuolo bianco, sotto la luce spietata del neon, ricomposto in qualche modo, con distorsioni che non si era riusciti a celare, con una larga benda intorno alla testa, ripulito da mani estranee, c’era il corpo di Valeria.
Scopri e copri. Un attimo. Le mani di Nicola non avevano tremato mentre aveva preso a lisciare il lenzuolo, con attenzione, con cura, come se sotto ci fosse un bambino addormentato. Tremava invece il suo cuore, e il pensiero. Certi ricordi giravano come se fossero in balia di una centrifuga. La levigatezza di una gamba, le dita sul pianoforte, una mano abbronzata sul bianco della pagina di un libro. Il disegno perfetto dell’ombelico, la piccola cicatrice sulla spalla destra, la schiena con le scapole leggermente sporgenti, l’areole rosate dei seni.
Aveva raggiunto il medico nel corridoio. Lui aveva detto: coraggio. Aveva ripetuto: per fortuna non ha sofferto. E Nicola avrebbe voluto digli: ma che ne sai, tu, se non ha sofferto. Ma aveva taciuto. Doveva passare a prendere “gli effetti personali della signora” come gli aveva detto un infermiere. Poi sarebbe andato in quella casa di cui conosceva solo l’indirizzo.

 ****

 Ma quando ha suonato alla porta, cento volte avrà suonato, e bussato, e chiamato, Valeria, ti prego, diceva, gli ho aperto. Sono stupido, scusami, balbettava, con l’affanno dell’emozione che gli sollevava il petto, sono ridicola, scusami, ho sussurrato coprendomi il viso. La coperta è scivolata a terra con un rumore soffice. Poi non ci sono state più parole.

 Non cerco più di convincerlo di quanto tutto questo sia assurdo. Non mi vergogno più. Ci sono voluti mesi, ma ho ricominciato ad amare il mio corpo attraverso il corpo di Dario. I mediatori per placare la mia vergogna sono state le sue mani, le sue labbra, i suoi occhi  che tanto dicono, anche quando pensa che io non lo guardi.
Sono ridiventata una donna cauta, come mi ero scoperta quasi due anni fa. Ma non è lo stesso tipo di cautela.
Sono cauta e mi impongo di non prendergli la mano, quando ci troviamo per strada.
Sono cauta e gli impongo di non baciarmi quando siamo in mezzo alla gente.
Sono cauta e continuo a volte a fare l’amore con Nicola.
Sono cauta e non mi chiedo mai come finirà.
Per ora sto in questa casa dove alloggiano i colori, e la musica, e i profumi che piano piano hanno cominciato a impregnarla. Buccia d’arancio essiccata, cannella, stecche di vaniglia, piccole candele all’aroma di sandalo. Tutto ovvio, forse banale, ma per me, abituata all’asettica vita nella quale mi ero calata, è un risveglio di tutti i miei cinque sensi. Ho ripreso a suonare il piano, un repertorio che va da sciocche canzoncine per bambini all’Internazionale, da Guccini a Chopin. Anche “La gatta”, di Paoli, da quando Micia è venuta a stare con noi.
L’ha trovata Dario, una sera, accucciata davanti al portone. E’ bianca, pigra e affettuosa. Va pazza per le olive, di notte vuole dormire con noi, e si allunga fra i cuscini e la testata del letto. Ora che l’anno scolastico sta per terminare, Dario se la porterà di sotto.
Non sarà solo la mancanza di sesso che renderà feroce la prossima estate. Soprattutto sarà la mancanza delle nostre parole, della complicità dei gesti e degli sguardi, delle ansie febbrili che prendono Dario durante una traduzione, di certe serate trascorse con qualche amico magrebino, a parlare dei nostri passati e presenti dissimili, dell’attenzione di Dario quando mi capita di avere mal di testa, del suo prendersi cura di me, in tutti i sensi. Della mia anima, soprattutto. E’ questo che amo sopra ogni cosa: la sua attenzione. Non solo nei miei confronti. Lui è come se vigilasse sulle cose, perché non si corrompano, perché non si perdano. Non gli sfugge uno sguardo smarrito, non distoglie gli occhi da un sorriso triste. Giù, al centro dove fa volontariato, gli immigrati non hanno una vita facile. Ma se non ci fosse Dario sarebbe veramente peggio.
E poi è capace di ridere, di una risata sonora, rotonda, che riempie tutta la casa. E di sorridere. E di fare sorridere.
Solo quando traduce diventa serio e nervoso.
“Un pazzo mestiere, il mio.” mi dice sempre” Per fortuna mi capita raramente di doverlo fare. Quando traduco vorrei poter entrare nella testa dell’autore, essere le sue dita sulla tastiera del computer, non perdere neppure il minimo senso di ciò che lui ha scritto.”
Traduce giovani come lui, piccoli libri di esordienti inglesi che hanno vinto una pubblicazione in Italia. Mi legge sempre i suoi lavori, scrive e cancella, fuma e riscrive.
Poi, a lavoro finito, dorme per ore.
Mi mancherà anche questo: guardarlo dormire.

Adesso tu

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