Egregio dottore (Racconto di Margaret Collina)


Bello, amaro, terribile, questo racconto di Margaret Collina.

Egregio Dott. Bottari,
Le chiedo scusa di importunarla: è la prima volta che scrivo ad un giornale per parlare di un mio problema, anzi, è la prima volta che scrivo proprio a un giornalista. Infatti, non desidero che questa mia venga pubblicata. Scrivo a Lei, Dottor Bottari, perché dopo tanti anni che leggo i suoi articoli (sono sempre i primi che cerco sulla cronaca locale) mi permetto di considerarla quasi un amico. E io di amici ne ho pochi, se escludiamo i compagni di partite al bar, le rare volte che lo frequento. Ma loro non capirebbero di sicuro.
Credo invece che Lei mi possa capire e io adesso ho proprio bisogno d’aiuto.
Compro il suo quotidiano da quasi trent’anni e prima lo comprava mio padre. Quando lui morì, io continuai ad acquistarlo soprattutto perché mia madre si svagasse un po’, ma poi, a ventidue anni, quando incominciai a lavorare in una tipografia, anche per me, la sera, diventò un’abitudine leggerlo da cima a fondo. A quei tempi Lei non scriveva ancora, forse era solo uno studente: io adesso me l’immagino giovane, sui quaranta, ambizioso, ma anche pieno di comprensione umana. L’ho capito da come tratta i fatti di cui si occupa: tutti quegli omicidi, e anche i suicidi della povera gente disperata. Insomma, è vero che scrive con passione e professione, ma si capisce che qualche volta sta male anche Lei a descrivere certe cose, e ad intervistare tanti poveri cristi. Io sono uno di quelli, forse anche un po’ peggio.
Ho cinquantadue anni e da quattro sono disoccupato. La piccola tipografia dove ho lavorato per quasi ventisei anni, dopo un lungo periodo di difficoltà, ha chiuso: non poteva reggere con tutte le attrezzature sorpassate, ma quella vecchia testa dura del proprietario non ha mai voluto saperne di spendere due lire per adeguarle alle nuove necessità.
Così ci hanno mandato a casa tutti e sei. Tre erano già anziani e sono riusciti a racimolare la pensione, i due ragazzi più giovani se ne sono andati senza rimpianti e io, a quarantotto anni, mi sono trovato in mezzo a una strada.
Da quel momento, mi creda, ho fatto l’impossibile per trovare un altro lavoro, ma chi assumerebbe un uomo della mia età, con il diploma di terza media, e che sa fare solo il tipografo su macchine che ormai nessuno usa più?
I primi mesi sono quasi impazzito per la paura e la disperazione, poi mi sono arrabbiato col mondo e con tutti i santi, alla fine ho dovuto arrendermi e ho accettato la mia condizione di disoccupato a vita. Per fortuna non mi sono mai sposato e non ero costretto a provvedere alla famiglia. C’erano, in ogni modo, due enormi problemi da risolvere: la mamma, con cui vivevo, e i soldi.
Da principio avevo deciso di non dire niente a mia madre, anziana e in cattiva salute, fino a che non fossi riuscito a trovare un altro lavoro, e ho continuato a non dirle niente per quattro anni, in pratica fino ad una settimana fa.
Mi sono alzato tutti i giorni alla solita ora, ho fatto colazione con lei, sono uscito alle sette e mezza e sono rientrato alle otto di sera, come avevo fatto per i ventisei anni precedenti.
In tutte quelle ore vuote, dopo un primo periodo di ossessionante e inutile ricerca di un altro posto di lavoro, me n’andavo ai giardini pubblici e, raramente, in un bar di periferia a giocare a carte; ma il più delle volte, d’inverno soprattutto, m’infilavo in un autobus e con un solo biglietto, percorrevo l’intero tragitto decine di volte, da capolinea a capolinea.
Non è stato facile, Dottor Bottari, vivere in quel modo per tanto tempo, fingere con la mia povera mamma che mi chiedeva ogni sera se andava tutto bene, e poi guardare la televisione senza vederla e andare a letto con gli occhi sbarrati, sveglio quasi tutta la notte.
E soprattutto, c’era il problema dei soldi. Avevo messo da parte una piccola somma con l’intenzione di cambiare la mia vecchia utilitaria e dopo non rimanere proprio a secco, in caso di necessità. Mia madre invece, disponeva di una modestissima pensione che già da molto tempo (aveva insistito tanto) andavo a ritirare io stesso all’ufficio postale, e che, mi può credere, amministravo scrupolosamente: tanto per le bollette, tanto per mangiare, tanto per gli imprevisti. E’ logico che io contribuivo alle spese con buona parte del mio stipendio. In fondo non ci è mancato niente. Per ventisei anni.
Ma la necessità è arrivata, proprio come una valanga: non c’è voluto molto, sa, a consumare quello che avevo da parte, e la pensione di mia madre non bastava più. Non sapevo come fare a spiegarle che non potevo sostituire il cappotto logoro, e che era meglio arrangiarsi ad aggiustare la lavatrice comprata vent’anni prima e che stava andando a pezzi, invece di comprarne una nuova. Io stesso non potevo più entrare nel solito bar perché mi mancavano i soldi della consumazione, e se mi fossi messo a giocare e perso una partita, non avrei saputo con cosa pagare il mio debito.
I miei nervi hanno ceduto tutto d’un tratto una sera, quando mia madre, per l’ennesima volta, mi ha rinfacciato d’averla lasciata senza una lira per la spesa, e mi ha detto, con aria di rimprovero, che da qualche parte li dovevo pur mettere i soldi che guadagnavo e che forse era meglio non fare troppe domande. Intanto, lei, era ridotta quasi alla fame, mentre io …..chissà.
Dottore, non so come fare a scriverlo, ma sono sicuro che Lei è l’unico che forse può capire: quella sera l’ho uccisa, mia madre. Le ho rotto una sedia in testa perché non ne potevo più di sentirla lamentarsi e lamentarsi.
Ormai è già passata una settimana.
L’ho tutta lavata, povera mamma, poi l’ho vestita con il suo abito migliore e l’ho sdraiata sul letto. La veglio da sette giorni e sette notti, e non so se provo pena o liberazione. Il viso non è sfigurato, ma il colore non è bello da vedersi e devo tenere le finestre aperte anche se fuori fa molto freddo.
Dottor Bottari, io non ce la faccio proprio a chiamare la Polizia: venga qui, per favore, lo faccia Lei per me. Abito in via Santoro al numero 34 e mi chiamo Attilio Sacco. In fondo per un giornalista sarebbe un bel colpo e potrebbe fregare tutti sul tempo.
E poi, quando ci avranno portato via, La prego, scriva un bell’articolo su di noi, sulla nostra storia di poveracci: mi raccomando, uno di quei begli articoli che sa scrivere Lei.
Grazie di cuore.

I miei migliori saluti

Ludwig van Beethoven, Quinta Sinfonia Op. 67 in Do minore, “del Destino”

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8 risposte a Egregio dottore (Racconto di Margaret Collina)

  1. Luca ha detto:

    Lo sai, Milvia, una cosa che mi colpisce dei tuoi scritti? E’ che quando uno li legge si dice “Mo di’ veh, uno non ci crederebbe mai, ma queste cose possono anche succedere…”. Con la tua prosa solo apparentemente postneorealista (consentimi l’avventuroso neologismo) esplori gli angoli oscuri della nostra obliqua società del terzo millennio. Ed è anche per questo che leggerti è un piacere segreto e clandestino, proprio per questo ancora più sottile.

  2. Milvia ha detto:

    Luca, ti rispondo immediatamente, per evitare equivoci, e scrivo anche in maiuscolo (non per aggressività, ma perché altri non cadano nella tua stessa vista: IL RACCONTO NON E’ MIO, MA DELL’AMICA, DOPPIATRICE, INSEGNANTE DI LETTURA AD ALTA VOCE, NARRATRICE E POETESSA MARGARET COLLINA!!! TUTTE ATTIVITA’ CHE LA MIA CONCITTADINA SVOLGE CON ECCELLENZA.
    Ciao, Luca!

  3. margueritex ha detto:

    ahahah…Milvia, siamo due scrittrici gemelle!
    Grazie di avermi fatto questo grande onore, e sono contenta che il nostro modo di scrivere ci unisca ancora di più

  4. Cristina ha detto:

    Non mi pare un racconto “originale”

    • Milvia ha detto:

      Ciao, Cristina, non capisco cosa tu intenda per quell’originale virgolettato… Se intendi “banale” a me non sembra.. Margaret Collina, che ne è l’autrice, è persona e scrittrice tutt’altro che banale. Ma, come è giusto, ognuno ha la propria opinione.

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