Le guerre non si vincono. Le guerre si perdono e basta.

 I discorsi che celebrano le guerre e le loro vittorie grondano sempre di retorica. Celebrano carneficine, celebrano vittorie che non esistono. Mascherano l’orrore, ricoprendolo d’oro.
Ma, forse, si può cadere nella retorica, negli stereotipi, anche scrivendo di quanto le guerre, tutte le guerre, siano solo un tremendo inutile massacro.
Volendo, oggi, celebrare a modo mio questo 4 novembre, e avendo il timore di cadere in quell’errore, mi servirò di testimonianze  e documenti trovati in rete.

Vittime della prima guerra mondiale
( tabella alla fine dell’articolo)

Da: Storia del xx secolo

“Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei”.
(B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria, 1916)

Sono ritornato dalla più dura prova che abbia mai sopportato: quattro giorni e quattro notti, 96 ore, le ultime due immerso nel fango ghiacciato, sotto un terribile bombardamento, senza altro riparo che la strettezza della trincea, che sembrava persino troppo ampia. I tedeschi non attaccavano, naturalmente, sarebbe stato troppo stupido. Era molto più conveniente effettuare una bella esercitazione a fuoco su di noi; risultato: sono arrivato là con 175 uomini, sono ritornato con 34, parecchi quasi impazziti”.
(Dal fronte occidentale, 1916)

“I discorsi dei fanti non sono allegri. E oggi parlavano sul tema: fucilazioni. Che è il più lugubre. Che c’è di vero nei racconti delle iniquità e delle ingiustizie senza nome attribuite ai tribunali militari? Serrentino racconta di come fu mandato a morire sotto il fuoco nemico un aspirante di diciannove anni, arrivato da tre ore in trincea, i cui uomini si erano sbandati davanti alle mitragliatrici austriache.
Ma il fatto più atroce è un altro. Presso un reggimento di fanteria, avviene un’insurrezione. Si tirano dei colpi di fucile, si grida non vogliamo andare in trincea. Il colonnello ordina un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte dieci uomini; e siano fucilati. Sennonché, i fatti erano avvenuti il 28 del mese, e il giudizio era pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i ” complementi”, inviati a colmare i vuoti prodotti dalle battaglie già sostenute: 30 uomini per ciascuna compagnia. Si domanda al colonnello: “Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complementi? Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28: sono arrivati il 29 “. Il colonnello risponde: “Imbussolate tutti i nomi”. Così avviene che, su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono complementi arrivati il 29. All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: “Signor colonnello! signor colonnello! “. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: “Che c’è figliuolo? “.
” Signor colonnello! ” grida l’uomo bendato “io sono della classe del ’75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio! ”
“Figliuolo” risponde paterno il colonnello “io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio”
(Silvio D’ Amico, Diario di guerra -in: Corriere della Sera del 30 marzo 1980, rid.-)

“…La pioggia continua snida dal terreno il puzzo della vecchia orina; e in certi posti si è costretti a strisciare a terra, mettendo le mani sopra ogni genere di roba, magari su qualche decomposto pezzo di soldato.”
Tiro di sbarramento su di noi. Grossi calibri piovono fitti sul nostro povero sistema difensivo. Un enorme 420, inesploso, si è coricato attraverso il camminamento. Ecco, stavolta non è possibile cavarsela, questa è una grandinata feroce che distrugge tutto, solleva immense colonne di terra, ferro, rocce, uomini. Se almeno questa orrenda agonia potesse finire presto.”
“Trincea! Abominevole carnaio di putredine e di feci, che la terra si rifiuta di assorbire, che l’aria infuocata non riesce a dissolvere. Lì tanfo di cadavere lo ingoiamo col caffè, col pane, col brodo”
(Paolo Caccia Dominioni, diario di guerra)

Da Poliscritture:

Il poeta Andrea Zanzotto, che ha vissuto nei luoghi che videro uno dei tanti massacri della prima guerra mondiale e su di essa ha molto riflettuto, propose tempo fa «un libro come fondamento delle bibliotechine di famiglia, di scuola ecc.: un puro elenco di nomi e relative date, sessanta righe a caratteri piccoli e stretti per ogni pagina: sarebbero circa 10.000 pagine. Solo per una guerra, per un Paese, e tralasciando gli impazziti i feriti i mutilati».
Uno storico, riflettendo anch’egli sul numero delle vittime sempre della prima guerra mondiale ha precisato: «In poco più di quattro anni, fra l’agosto del 1914 e il novembre 1918, muoiono nove milioni di persone, quasi tutte fra i venti e i trent’anni… Sono per la maggior parte europei: oltre due milioni di tedeschi, un milione e ottocentomila russi, quasi un milione e quattrocentomila francesi, più di un milione di austro-ungarici, ottocentomila turchi e britannici, seicentomila italiani, trecentomila serbi e rumeni. Sono quasi tutti maschi, in grandissima maggioranza contadini, per il resto operai, impiegati, studenti» (M. Flores). Un altro storico, parlando in generale del Novecento, ha commentato: «Il secolo che abbiamo alle spalle è stato, dal punto di vista quantitativo, di gran lunga il più distruttivo dell’intera storia universale. In esso, ci dicono le statistiche, il numero dei morti a causa delle sue guerre devastanti è stato più del triplo di quello complessivo delle vittime di tutti i conflitti combattuti nei precedenti diciannove secoli che ci separano dall’inizio dell’era cristiana. Secondo i calcoli, per molti aspetti indiziari […], le vittime dei conflitti combattuti tra l’inizio del I e la fine del XIX secolo non avrebbe superato la cifra approssimativa di una quarantina di milioni. Secondo questa incerta statistica sarebbero stati circa 3 milioni e mezzo i morti nelle guerre combattute fino al 1500, saliti a 1 milione e mezzo nel XVI secolo, a 6 milioni nel XVII, a 7 milioni nel corso del Settecento (comprese le vittime dell’epoca della Rivoluzione francese) e infine – potenza del progresso! – a 19 milioni nel corso dell’Ottocento, compresi i morti della guerra civile americana e della guerra franco-prussiana (quelle in cui si contano i primi massacri di massa di tipo moderno). Saranno quasi 110 milioni le vittime delle guerre novecentesche: circa 80 milioni nelle due guerre mondiali; e poi quasi 25 milioni nella guerra di Corea e nei 1253 conflitti censiti tra il 1950 e il 1998 – in quel mezzo secolo che noi europei consideriamo il lungo “dopoguerra di pace” -, di cui ben 3 milioni e mezzo (più o meno quanti se ne erano contati nei primi 1500 anni) nella sola prima metà degli anni Novanta quando, dopo la caduta del muro di Berlino, si cantava la “fine della storia” e l’avvento della pace universale» (Marco Revelli). Tre spunti per riflettere sullo spreco di vite umane che, specie a partire dalla Prima guerra mondiale, è diventato immenso e getta un’ombra terribile su qualsiasi progresso. Si pensi a che cosa avrebbero potuto dare all’umanità quei milioni di uomini prevalentemente giovani, presi in ostaggio ed eliminati in due guerre mondiali. Proprio la consapevolezza dell’inutilità delle guerre spinse a inserire nella Costituzione italiana il principio del «ripudio della guerra», senza eccezioni, quale strumento di attacco e di risoluzione delle controversie internazionali, riservandone la possibilità solo al caso, ovvio, di guerra difensiva qualora si venga direttamente attaccati da un nemico.
(Grande guerra:
Cominciando dai morti di Ennio Abate)

Da Peacelink

…c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di celebrare con una “festa” la vittoria di una guerra? C’è solo da vergognarsi, e tacere per rispetto delle vittime di tutte le guerre. L’unico vero modo per celebrare il ricordo di una guerra, è quello di impegnarsi con la nonviolenza affinchè non ci siano più guerre. Come ha detto il grande scrittore Lev Tolstoj, profeta della nonviolenza, nel capolavoro “Guerra e pace”, le guerre non si vincono, le guerre si perdono e basta.

Vinicio Capossela: Lettere di soldati

Gian Maria Testa: il disertore (di Boris Vian)

Fabrizio De Andrè: La guerra di Piero

 

(Peacelink)

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12 risposte a Le guerre non si vincono. Le guerre si perdono e basta.

  1. Franz ha detto:

    Ti fa onore questa bellissima antologia di considerazioni inconfutabili sulla follia della guerra.
    E giustamente hai messo come chiosa:
    “…c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di celebrare con una “festa” la vittoria di una guerra? C’è solo da vergognarsi, e tacere per rispetto delle vittime di tutte le guerre.”
    Ma i tromboni di stato, che agiscono mossi unicamente da trame di potere, non tacciono, e perpetuano il più falso e agghiacciante dei miti.
    Che la pace nel mondo riesca a diffondersi, anche in tempi come questo in cui è più che mai sconfitta e minacciata.

    • Milvia ha detto:

      Caro Franz, ero certa che, anche su questo argomento, saremmo stati sulla stessa lunghezza d’onda. Anche se ho ben poche illusioni che la pace riesca a diffondersi nel mondo, è bene continuare a portare avanti questa speranza, e cercare ogni occasione per gridare: no a tutte le guerre.

  2. RosaOscura ha detto:

    LA GUERRA: pura follia…

    Piacere di fare la tua conoscenza!

    Serena giornata

    Giò

    • Milvia ha detto:

      Cara Giò, mi sembra di ricordare che già c’eravamo incontrate, o sul mio vecchio blog, o su quello di Franz. Ma ritrovarti è un grande piacere. Ed è un piacere che abbiamo questo pensiero comune sulla guerra.
      Grazie della visita e buon fine settimana,

  3. Mirella ha detto:

    Oggi e sempre: guerra alla guerra!

    • lucarinaldoni ha detto:

      E’ stato più ancora con gli atroci pericoli della guerra fredda, quando “il capriccio di un capoccia ed il mondo in aria salterà” come cantava Celentano (in realtà su testo dell’astutissimo Mogol) che con la fine della Seconda Guerra Mondiale che, apparentemente, tutte le nazioni civili o presunte tali o sedicenti tali hanno ripudiato la guerra come risoluzione delle controversie internazionali. Noi che siamo i più giovani, l’esercito del surf, ma non vogliamo essere secondi a nessuno, l’abbiamo anche inserito nella nostra bellissima Costituzione, del tutto sovradimensionata rispetto alle nostre pragmatiche possibilità di applicazione.

      Poi si vede bene che di guerre non dichiarate come tali, o addirittura molto ipocritamente rietichettate come missioni di pace, ce ne sono state a iosa a bizzeffe a dismisura.

      Specialisti gli Americani, che Gaber genialmente etichettava come “portatori sani di democrazia”, nel senso che la impongono agli altri ma loro ne sono immuni.

      Il Ministero della Guerra è stato ribattezzato Ministero della Difesa. Con l’implicito richiamo ad una delle massime massime dei nostri avi latini: “Si vis pacem, para bellum”, “Se vuoi la pace, tanto che ci sei prepara la guerra”.

      La leva obbligatoria veniva a suo tempo giustificata come l’occasione per creare uno spirito nazionale, riunendo ragazzi di diverse provenienze, e spesso “tout court” di diverse etnie. Prima dell’arrivo di mamma TV e dell’obbligo scolastico pressochè generalizzato forse ci poteva essere anche una parte di verità in tutto ciò, ma per gli ultimi 30 anni almeno di leva obbligatoria l’obiettivo era quello di far perdere a dei giovani un anno in modo gratuito ed umiliante, altro che spirito nazionale, la leva finiva per diventare uno spot anti-Stato.

      Le parate militari del 4 novembre, invece, non hanno alcuna giustificazione se non quella di una perniciosa inerzia: qualunque Paese che debba celebrare la sua grandezza ostentando gli armamenti è un ben misero paese.

      Ma la nostra società è intessuta di queste patetiche contraddizioni.

      • Milvia ha detto:

        Caro Luca, al tuo articolato commento non ho nulla da aggiungere.
        Condivido la tua analisi sul servizio militare obbligatorio, sulla sua funzione, e condivido parola per parola tutto il resto che hai scritto.
        Le parate militari sono molto spesso la fotografia di un paese dove la democrazia è morta o, quanto meno, agonizzante. I regimi totalitari, ad esempio, si sono sempre serviti di tali manifestazioni per rappresentare la loro potenza agli occhi del mondo. E anche se noi non viviamo sotto un regime totalitario, viviamo, come tu hai scritto, in un ben misero paese, che, attraverso una parata, si illude, o, meglio, vuole illudere i suoi sudditi, di essere una grande nazione.

    • Milvia ha detto:

      L’unica guerra a cui mi sento di partecipare, Mirellina.

  4. TADS ha detto:

    purtroppo, piaccia o meno, le cartine geografiche sono state tracciate, da sempre, dalle guerre.
    L’uomo non rinuncerà MAI all’uso della forza per imporre il proprio potere, aspetto moralmente discutibile ma imperituro. Rispetto alle guerre storiche un passo avanti è stato fatto, oggi i militari Italiani in missione sono tutti volontari, questo è un Paese impegnato da 30anni su più fronti, il contributo di sangue versato non è teorico. Se le parate/giornate sono vissute come rispetto per i caduti, non credo sia giusto biasimarle.

    TADS

    • Milvia ha detto:

      Caro Tads, questa volta non sono del tutto d’accordo con te. Hai ragione, purtroppo, ad affermare che l’uomo, che gli stati, non rinunceranno mai a imporre il proprio potere attraverso le guerre. Anche se io ho un sogno diverso, la mia parte razionale sa che il mio rimarrà un sogno.
      Dissento, invece, su altri due punti del tuo commento:
      non vedo nessun passo avanti nel fatto che oggi i militari italiani in missione (sostituirei il vocabolo “missione” con la più cruda, ma veritiera “guerra”) siano volontari. Certo, per fortuna non sono obbligati a partire, ma credo che la maggior parte di loro, e mi riferisco ai giovani, aderiscano a queste… missioni per uscire da un forte disagio economico, e dalla mancanza di prospettive di lavoro, cosa, quest’ultima, che in un paese civile non dovrebbe esistere. Aggiungo anche che a iniziare dalla seconda guerra mondiale in poi, le vittime civili sono aumentate in maniera esponenziale, e anche questa cosa non mi sembra proprio un passo avanti, riguardo alle guerre storiche.
      Certo, il sangue versato dai militari non è teorico, le bare che rientrano in patria contengono corpi di figli, mariti, padri, la cui vita è stata spezzata. Ma, per ricordare queste morti, e per rispettarle, come si devono rispettare tutti i morti sul lavoro, perché è questo sono anche quei soldati, non occorrono parate militari, e costosissime e inquinanti esibizioni di Frecce tricolori. Forse basterebbero silenziose piazze gremite di gente. Magari ogni giorno.

      Buona giornata, Tads e grazie della visita e del commento: il confronto di opinioni è sempre molto importante.
      O.T.: mi è piaciuto molto il commento che hai lasciato a Franz al suo ultimo post!

  5. TADS ha detto:

    non mi permetto di opinare la tua opinione, anzi, la rispetto moltissimo. Ci tengo solo a ribadire un paio di cose, parlo a ragion veduta, nessun militare si arruola e parte per motivi economici, sfatiamo questa leggende metropolitana che trasforma uomini d’onore in squallidi mercenari. Esiste ancora l’amor Patrio, esistono ancora persone che sentono il bisogno di mettersi in gioco su fronti “scomodi”. Sono quelli che si arruolano nella polizia o nei carabinieri a farlo, spesso, per mancanza di lavoro, non certo chi va a contatto diretto con la morte rischiando la propria vita h24.

    se in Italia si spendono soldi per fare feste di partito, gay pride e varie ed eventuali… una parata di rispetto ci sta tutta. Tu hai tutto il diritto di sognare, ci mancherebbe, se me lo consenti io preferisco puntare a obiettivi reali. Un mondo popolato da fricchettoni “love & peace” non è assolutamente ipotizzabile. E’ invece quasi “obbligatorio” tentare di giungere alla pace attraverso un inevitabile bilanciamento del potenziale bellico. Negli ultimi decenni gli USA e l’URSS sono stati in pace per timore non per nobiltà d’animo. Questa è la realtà, comunque tra un militare spedito al fronte contro la sua volontà ed un volontario… di differenze ne corrono cara Milva, tante e significative.

    sempre con simpatia e rispetto, nè!!!

    TADS

    • Milvia ha detto:

      Eccomi qui, caro Tads, a portare avanti la mia forse ingenua guerra alla guerra.
      Non so se tu abbia ragione quando affermi che non ci si arruola per motivi economici. Tempo fa avevo trovato una tabella statistica, in Internet, che confermava la mia opinione, ma non riesco più a trovarla. Non mi sognerei per altro di definire i ragazzi che si arruolano per motivi economici “squallidi mercenari”. Piuttosto li definirei disperati, perché mettere a repentaglio la propria vita per un vantaggio economico lo vedo come una scelta dettata dalla disperazione.
      L’amor patrio, poi, mi fa paura: come l’amore per Dio, anche l’amor patrio di danni non ne ha combinati pochi.
      Sulle parate militari ti ho già detto quello che penso. Fra l’altro io sarei per l’abolizione di tutte le parate, che spesso rischiano di divenire solo esibizioni grottesche.
      Ribadisco che vedrei invece, come testimonianza di memoria, di rispetto e di protesta, l’occupare le piazze e le strade di ogni città, con sit-in permanenti, in silenzio. Non so se questo fa di me una fricchettona… ☺
      Per quanto riguarda il bilanciamento del potenziale bellico che ha “obbligato” alla pace Stati Uniti e Unione Sovietica, o.k., è stato senza dubbio un grande deterrente. Che non ha impedito comunque a questi due stati di scatenare altre guerre e aggressioni.
      Comunque: sempre con simpatia e rispetto anch’io!!!

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