Non chiamatelo amore

In questi giorni sto leggendo il bellissimo romanzo 2666  di Roberto Bolano (traduzione di Ilide Carmignani). Il romanzo è suddiviso in cinque parti, autonome fra loro, ma con un filo conduttore che le lega, e che viene approfondito nella quarta parte, intitolata La parte dei delitti. I delitti sono quelli compiuti, da uomini,  su centinaia di donne fin dal 1993, in Messico e che sono rimasti impuniti  quasi nella loro totalità. La città che nel romanzo dell’autore cileno fa da scenario a questi crimini è Santa Teresa, nello stato di Sonora. Nella realtà è un’altra città messicana a cui Bolano fa riferimento: si tratta di Ciudad de Suarez, nello stato  di Chihuahua (ne avevo fatto qui qualche accenno).
Non è stato il solo, Roberto Bolano, a rendere letterario l’orrore del femminicidio (qualcuno parla di ginicidio), che ha reso tristemente famosa la città messicana.
Il compito della lettura, io credo, è anche quello di raccontare il presente, con tutti i suoi orrori e errori che lo caratterizzano. Sergio Gonzales Rodriguez, per esempio, ne ha parlato nel suo Ossa nel deserto. Credo che di femminicidio non si dovrebbe mai smettere di parlare e di scrivere, e bisognerebbe  farlo nei modi più corretti e aderenti alla realtà possibili. E questo vale anche per i media, che dovrebbero smettere di usare termini come raptus o delitti per amore. Che l’amore, proprio, non c’entra nulla.

Un ottimo esempio di come affrontare questo argomento  per quanto riguarda l’Italia (paese che vede crescere a dismisura il fenomeno) , è il libro di Riccardo Iacona, “Se questi sono gli uomini”, del quale consiglio vivamente la lettura.
Oggi, nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, voglio dare anch’io il mio piccolo contributo letterario con un racconto che narra di violenza. Il racconto si incentra anche su un altro tipo di violenza che a volte la donna deve subire, dopo essere stata vittima della violenza fisica: l’umiliazione di non essere creduta, neppure in famiglia, di subire l’ipocrita e opportunistica mentalità della comunità i cui vive, e essere oggetto di altre violenze fisiche, da parte delle madri degli stupratori.   Fra l’altro si ispira a un fatto realmente accaduto, anche se per esigenze letterarie, l’ho un poco trasformato.
I quattro, cinque lettori che ormai mi sono rimasti credo lo conoscano già. Ma una rilettura non costerà loro troppa fatica, spero.

Ma prima, ascoltate questa canzone:
Kiave : Che razza di uomo sei

Che cosa hai fatto

È dopo che lei ha pronunciato quei quattro nomi che il prete le mette una mano sul braccio e glielo stringe, glielo artiglia con quelle sue dita secche, che a Lena, proprio ora, fanno venire alla mente le zampe di un uccello rapace.
«E tu che cosa hai fatto?» chiede. Poi avvicina la sua faccia alla faccia della ragazza e sibila: «Li avevi provocati, vero». E non è una domanda.
Il fiato del prete ha un odore guasto, come di fiori marci. Lena sente che le sale in bocca un fiotto acre, vorrebbe gridargli che lei non ha fatto niente, aveva solo tredici anni, quella volta. Ma sa che se aprisse la bocca vomiterebbe. Divincola il braccio dalla stretta del prete, gira le spalle all’altare e corre verso l’uscita della chiesa.
Fuori c’è un sole che abbacina. Lena socchiude gli occhi, tira un sospiro lungo, ricaccia la nausea giù, in fondo, da dove era salita.
Io che cosa ho fatto? si chiede mentre attraversa la piazza e come in un sogno sente le grida dei bambini che stanno giocando sul sagrato, il canto dell’acqua della fontana, la risata di una donna.
Io che cosa ho fatto? 

Aveva seguito il ragazzo, ecco cosa aveva fatto. Il più bello del paese, il più affascinante, il più figo, come dicevano le sue amiche, che l’aveva avvicinata un pomeriggio mentre lei stava tornando da scuola. «Ehi, ragazzina», le aveva detto,«sai che ti sei fatta proprio bella!». E lei, che bella non si vedeva affatto, si era specchiata in quegli occhi scuri e si era scoperta bellissima.
Era cominciata così, quella storia. C’erano stati altri pomeriggi, altre frasi che le mandavano il cuore  a picco nello stomaco, come le succedeva alla sagra di San Michele, quando saliva sulle montagne russe. Lui aveva cominciato a entrare nei suoi sogni, e il pensare al loro appuntamento rendeva interminabili le ore di scuola, e gli odori della primavera si facevano liquidi, e le canzoni che ascoltava, canzoni d’amore, sembravano scritte solo per lei, scritte solo per loro due, pensava. Ecco perchè l’aveva seguito alle grotte: perché si era trovata ad avere fame di lui, del suo odore, della sua voce che era come una lingua di fuoco sulla  pelle, di quello sguardo scuro che la spogliava di tutte le sue insicurezze.
Aveva cancellato ogni cosa, per anni. Aveva cancellato dalla sua mente l’orrore di quel pomeriggio di inizio estate, aveva cancellato l’immagine delle braccia che l’avevano inchiodata sull’umido terreno della grotta, gli ansiti, come di animale, che avevano sfregiato il silenzio, il dolore fisico che le aveva invaso il corpo, e l’altro dolore, più intenso, che aveva ucciso la sua innocenza.
Quando li incontrava, lui e i suoi tre amici, provava un fastidio cui non sapeva attribuire una ragione. Sentiva come un freddo improvviso, che le faceva accelerare il passo e affossare la testa nelle spalle.
Lena si siede su una delle panchine che l’amministrazione comunale ha fatto mettere sul belvedere. Da lì, la vallata si mostra in tutta la sua bellezza. In fondo, sfumate di delicato azzurro, altre montagne. Viene sempre qui, quando deve pensare, quando deve prendere una decisione. Guarda le montagne lontane, socchiudendo gli occhi, e cerca di farsi pervadere dalla serenità che il paesaggio trasmette. È stata qui anche ieri. Dopo che ha visto quei quattro uscire dalla grotta, e, dopo poco, Angela, la figlia degli Esposito, uscire anche lei, vacillante, una mano sul ventre, l’altra a mezz’aria, come a cercare un sostegno. È stato in quel momento che tutto le è ritornato in mente. Non era più Angela, la ragazzina smarrita che stava dirigendosi verso il paese, ma era lei stessa, sei anni prima. Per un attimo una cortina nera le è scesa davanti agli occhi, le si sono piegate le gambe, ma si è ripresa subito. Ha raggiunto Angela, le ha messo una mano sulla spalla: «Angela», ha detto piano, «cosa ti hanno fatto? ».
La ragazzina si è girata, l’ha guardata con occhi da bestia ferita. «Niente», ha ringhiato. «Non mi hanno fatto niente. Lasciami in pace». Poi è corsa via, e di lei sono rimaste solo le impronte degli zoccoli sul terreno polveroso, e il suono di quel ringhio.
Più tardi, seduta sulla panchina del belvedere, Lena ha deciso: domani dirò tutto a Don Luigi, ha pensato.
Gli dirà di sei anni fa, e di Angela, gli dirà. E farà i loro nomi.
Quei nomi, i nomi dei quattro stupratori, sono molto conosciuti, in paese. Le loro famiglie, in paese, fanno il buono e cattivo tempo. Famiglie di rispetto, sono, quelle cui appartengono i quattro bastardi. Famiglie che, in quel paese, tengono in pugno il destino di molti, di tutti. E i loro figli vengono, da tutti, considerati dei bravi ragazzi. Ma a Lena non importa. Racconterà tutto a don Luigi. Lui saprà quello che c’è da fare, si è detta, ieri.
Ma non è stato così, pensa ora Lena. E quasi le viene da ridere, pensando alla fiducia che riponeva nel prete. Bisogna trovare un’altra soluzione.
L’azzurro delle montagne si è stemperato in un colore di oro antico. È il tramonto, quando Lena si alza dalla panchina e si avvia verso la caserma dei carabinieri.
Il carabiniere che prende la sua testimonianza è uno del nord, avrà più o meno l’età di Lena. A mano a mano che lei racconta, lo sguardo del ragazzo si incupisce. Che brutta storia, pensa. Povera ragazza. Le crede, crede in tutto quello che lei dice: quegli occhi, così duri, pensa, non possono mentire.  Li andrà a prendere lui stesso, quegli animali.
La voce si sparge in fretta. Arriva anche una televisione locale che riprende i quattro mentre escono dalla caserma, riprende il loro atteggiamento strafottente, l’abbraccio delle loro madri, gli applausi di molti, gli occhi bassi di altri. Una telecamera inquadra Angela mentre dice che quella Lena è matta, che si è inventata tutto, che quei ragazzi sono dei bravissimi ragazzi, e che lei sono mesi che non passa davanti alle grotte.
La madre di Lena son due giorni che piange e ripete: «Cosa hai fatto cosa hai fatto cosa hai fatto». Come una litania, come i misteri del rosario. «Ci fosse ancora tuo padre», dice, «saprebbe lui come raddrizzarti».
Lena esce di casa. Non sente niente, dentro. Né indignazione, né scoramento, né rabbia. È come se fosse morta. Cammina senza sapere dove sta andando. Si accorge di essere davanti al bar del paese solo perché sente una voce d’uomo che le grida puttana, seguita da risate e fischi. Non si ferma, non risponde, tiene la testa alta. Sente qualcosa di bagnato che le arriva in mezzo alla schiena. Uno sputo, pensa, ma non avverte neppure una briciola di schifo.
Va ancora avanti, fino al negozio del tabaccaio. Poi le viene addosso una gran stanchezza e decide di rientrare.
Le quattro donne l’aspettano vicino a casa, là dove si apre una breve galleria che porta alla scuola elementare. La trascinano dentro, e la volta della galleria amplifica le loro voci: «Puttana», gridano. E intanto l’hanno buttata a terra, e arrivano colpi sulla testa, sul viso, e calci nella pancia, e gridano: «Che cosa hai fatto che cosa hai fatto, che cosa hai fatto, volevi rovinare i nostri figli, puttana, puttana». Gridano e graffiano, gridano e calciano.
Fino a quando lei non sente più niente.

Si è trascinata fino al portone di casa, ha salito le scale. Le ci è voluto un secolo, ogni gradino una freccia che le si pianta nel corpo, ogni respiro un rantolo.
La madre apre la porta nell’istante in cui lei sta per suonare il campanello.
«Lena!», grida. E poi, mentre tende le braccia per accoglierla:
«Che cosa ti hanno fatto, figlia mia?», bisbiglia.

 

 

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8 risposte a Non chiamatelo amore

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Da un uomo che a volte seguendo il suo istinto un po’ bestiale ha anche sbagliato, ma ha anche saputo chiedere scusa e subire la pena conseguente, quando tanti consessuali lungi dal chiedere scusa neppure capiscono di sbagliare, senza retorica e senza ironia: Donne, sappiate sopportarci e perdonarci e faremo il possibile per essere alla vostra altezza. Perché senza di voi non siamo niente.

    • Milvia ha detto:

      Credo che sia possibile, anche se non sempre facile, perdonare certi errori (anche le donne ne commettono tanti), ma assolutamente impossibile perdonare o sottovalutare la violenza, sia fisica che verbale, che tanti uomini perpetrano sulle donne. Sono più che certa che tu non fai parte di quella categoria, e che, seguendo “il tuo istinto un po’ bestiale” (ma non lo siamo poi un po’ tutti, delle bestie?) tu forse abbia causato più danni a te stesso che alle tue compagne.
      E comunque: anche noi, senza di voi, non saremmo niente. Nel “voi” non tengo in considerazione chi è solo maschio, e non uomo.

      • lucarinaldoni ha detto:

        Io sono talmente autocritico e, potenzialmente, perfezionista (anche se ormai mi sto accontentando di come sono) che quando tutti siamo obbligati a riflettere sulle violenze dell’uomo sulla donna (cosa che dovrebbe avvenire a tempo pieno e non un giorno all’anno, ma obiettivamente oggi se ne parla molto più di 10 anni fa) mi so interrogare sul se e come anch’io qualche volta ho trattato una donna che mi amava come una proprietà personale (cosa che una donna con un uomo fa solo se è veramente MOLTO disturbata, mentre un uomo rischia di farlo d’abitudine) facendole comunque violenza psicologica e culturale.

        E mi dico che quando il bambino capriccioso chiede aiuto all’adulto acculturato e sarcastico la mescolanza spesso è tossica.

        Nell’ammettere tutto ciò, il sollievo supera la vergogna. Altrimenti me lo terrei per me.

  2. maria ha detto:

    Si lo ricordavo Milvia, ma rileggerlo, come dici, è stato un piacere letterario e una botta nello stomaco il contenuto come pure il pensiero che possa cambiare da qui a poco…
    un abbraccio
    maria

  3. margueritex ha detto:

    un grande abbraccio Milvia e grazie

  4. Milvia ha detto:

    Ricambio con tanto affetto, Margaret cara.

  5. Milvia ha detto:

    Per Luca:

    Probabilmente sì, l’hai fatto, caro Luca. Probabilmente sì, ti è capitato di trattare una donna come se fosse una tua proprietà personale. Non ci si può sbarazzare completamente di una cultura che circola nelle vene del mondo da millenni. Ma almeno hai l’onestà di chiedertelo. E quindi è giusto che il sollievo superi la vergogna.
    Poi, chissà, magari non lo hai mai fatto. Anzi, forse non lo hai fatto proprio. Comunque tu continua a chiedertelo.
    Dormi sereno, Luca.

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