Notturna leggerezza

Dopo una serie di post seri, o seriosi, o drammatici, o deprimenti, chiamateli come volete, e mentre nel bel paese Italia si abbattono, tanto per cambiare,  tempeste metaforiche e non, sento, questa notte, l’incosciente bisogno di un po’ di leggerezza.  Ripesco, quindi, un raccontino allegro, e spero che la lettura, o, per alcuni, la rilettura, possa ancora far sorridere
E per non affrontare, ora, argomenti impegnativi, ho deciso che ai commenti all’ultimo post risponderò domani.
P.S.: non è una pubblicità all’Ikea, il mio racconto. L’ambientazione scelta è puramente casuale.

Quella volta che eravamo andati all’Ikea

Mio nonno non mi dice mai di no. Che poi lui non è neanche mio nonno nonno, ma il terzo marito di mia nonna, che io quindi c’avrei come tre nonni maschi più nonno Carlino, il papà di mia mamma, che così sono quattro. Ma lui abita a Milano e viene solo a Natale.
Il mio nonno primo è morto che mio papà aveva sei anni: è caduto dall’albero in giardino e lì non c’era nessuno, ma il suo cane si è messo ad abbaiare forte  e dopo è arrivata mia nonna e così l’ha visto. Delle volte io mi stendo in giardino e faccio finta che non respiro, ma Toby mi passa lì vicino e non fa niente. Il mio nonno secondo si è dirvo…si è separato da mia nonna perché lei non lo faceva mai uscire neanche per il bar, mi ha detto mia mamma. E poi lui andava dietro le sottane, che deve essere qualcosa di brutto, perché la nonna quando lo dice si arrabbia, ma io non so cosa vuol dire.
Ma il  mio nonno terzo è proprio forte. Lui è arrivato dopo di me, e sono l’unico a scuola che ha un nonno che è arrivato dopo. Quando si è sposato con mia nonna io avevo tre anni e ho fatto il paggetto. Però non me lo ricordo. Mio nonno si chiama Adalberto, ma lo chiamano Alberto. Il suo amico Franco lo chiama Ada e mio nonno si arrabbia. Ma fa solo finta. Mio nonno non mi dice mai di no. Quando mi porta a scuola mi compra sempre il Kinder, anche se mia mamma non vuole perché dice che sono tutte porcherie. Così noi due abbiamo un segreto e io a scuola ho il Kinder come gli altri. Lui mi fa vedere anche la televisione, quando mia mamma lavora e mia nonna dorme di pomeriggio, che anche la televisione mia mamma dice che è una porcheria e che i bambini devono giocare e che diventiamo tutti scemi con quella televisione lì. Così noi due abbiamo un altro segreto e ci guardiamo i Simpson, e dopo diciamo che abbiamo giocato a Monopoli e mia mamma è tutta contenta. E poi mi ha comprato anche uno zaino per la scuola bellissimo, era il più bello di tutto l’Iper, così adesso in seconda i miei amici non mi hanno detto buuu che brutto come in prima, che me lo aveva comprato mia mamma e non era di nessuna marca. È costato moltissimo, ma lui era tutto contento e dopo abbiamo fatto le corse in macchina. A lui è morto un bambino piccolo e gli è morta anche la moglie -non mia nonna- ma adesso ci sono io e lui dice che sono il suo omarino.
Quando ero piccolo e andavo ancora all’asilo lui si era perso, ma io l’ho ritrovato, per fortuna. E’ stato quella volta che io e mio nonno eravamo andati all’Ikea, perché lui voleva che io lo aiutavo a scegliere la scrivania, perché da solo non era capace. Lì è tutto grandissimo e lui mi ha detto:
“Stammi sempre vicino, Ragnetto,” -perché quando ero piccolo mi chiamava Ragnetto-“se ti perdi è un casino, con tutta ‘sta gente.
E io gli ho detto:
“Non devi dire casino, la mamma si arrabbia, è una parolaccia. Si dice confusione.”
Lui mi ha dato uno schiaffettino sulla testa, ma non mi ha fatto male, e siamo andati a vedere la scrivania.
Intanto lui ha cominciato a parlarmi del Bologna, e di quella volta che avevano detto che i giocatori avevano preso la droga, e allora gli volevano togliere dei punti e lui si era arrabbiato tanto perché era una bugia e aveva scritto tanti bigliettini di auguri con una letterina blu e una rossa, e poi li aveva portati a casa dei giocatori. Quando mio nonno comincia a parlare del Bologna non finisce più, e se gli chiedi come si chiama non lo sa dire.
Così io gli ho detto:
“Nonno, stai attento, vai a sbattere contro le persone!”
Ma lui niente, ha raccontato della prima volta che il Bologna era andato in B e lui si era messo a piangere.
Io ho avuto paura che si mettesse a piangere anche lì, e gli ho detto:
“ Dai, nonno, dobbiamo vedere la scrivania, te la scelgo io, non preoccuparti.” Che poi io allora ero piccolo e non dicevo scrivania, ma scivania.
Quando siamo arrivati lì  dove c’erano le scrivanie c’era una signorina bellissima, che mi sembrava la fata dei cartoni  e il nonno ha cominciato a lisciarsi tutti i capelli –che non è che ne ha tanti- e ha fatto una voce strana dicendo buonasera signorina mi aiuti a scegliere una bella scrivania sa io scrivo.
E io ho pensato che lui aveva detto che lo dovevo aiutare io e che la scrivania serviva per nascondere la cassaforte del mio papà
“ Ma nonno, avevi detto che ti aiutavo io “ ho cominciato a dirgli, ma ho visto che lui non mi voleva proprio ascoltare. La signorina era lì che doveva comprare delle sedie, e mentre mio nonno parlava lei sorrideva come un gatto e non era più pallidina come prima, ma era diventata tutta bella rosina. E poi ha detto:
“ Ma che bel bambino, è suo figlio?”
E mio nonno ha detto di sì.
Allora io ho detto:
“Nonno non si dicono le bugie!”
E lui ha detto:
“Ma stai zitto, sciocchino!”
Allora io mi sono allontanato un po’ e di nascosto sono andato sempre più lontano. Però ogni tanto mi giravo, ma lui niente, continuava a parlare con la signorina.
Così ho incontrato un uomo con il grembiule e gli ho detto che mio nonno Adalberto Rossini  si era perso e se potevano per piacere chiamarlo al publifono, come al mare.
E quando è arrivato, mio nonno era bianco bianco e mi ha preso in braccio.
E’ stato così che quella volta ho ritrovato mio nonno che si era perso.

Non lo faccio più

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5 risposte a Notturna leggerezza

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Deliziosa escursione nel registro scherzoso, che non definirei esplicitamente comico ma affettuosamente sorridente, anche se ci insegna che i bambini sono dei grandi pragmatici privi di moralistici pregiudizi e sanno inserirsi con levità e disinvolyura nelle evoluzioni del costume che a volte lasciano perplessi noi grandicelli.

    Con spazio per ricordare uno degli ultimi scudetti del calcio di una provincia sana e creativa contro le ottuse inumane strategie di costruzione del successo della metropoli, che vede la grassa la dotta e l’umana insidiare la grandeur della Capitale Morale che non lascia nulla di intentato per prendersi un successo che non le spetta.

    Trent’anni dopo, la piccola capitale ducale contro La Città Che Ha Inventato L’Italia ha avuto meno successo, ma questi sono discorsi che ci porterebbero troppo lontano.

  2. Milvia ha detto:

    Sai, caro Luca, c’è un elemento autobiografico, nel mio raccontino. All’epoca del caso Bologna doppato, io ero una grande tifosa (penso che la cosa ti meraviglierà…) dei rosso-blu. E quei bigliettini, quelli che io attribuisco al nonno, in realtà li scrissi io e li portai a casa di diversi giocatori, che abitavano, come me, alla Croce di Casalecchio. Non me ne vergogno. Anzi, la cosa mi fa sorridere. Mi fa sorridere pensare a come ero arrabbiata per una cosa di cui ora non mi importa nulla. Ma anche questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano.

    • lucarinaldoni ha detto:

      Negri; Janich, Tumburus; Fogli, Pavinato e un altro che non mi ricordo; Perani, Haller, Nielsen, Bulgarelli, Pascutti. Allenatore Fulvio Bernardini. “Il Bologna è lo squadrone che tremare il mondo fa”. E poi Roversi, Fedele, Cresci, Savoldi, Chiodi, Mastalli, Fiorini, Detari, Eneas, Roberto Baggio, Marocchi e chissà quanti altri.

      Non amare Bologna e il Bologna significa capire poco della vita.

      E io amo sia l’una che l’altro, anche se decisamente meno di Parma, del Parma e della Parma che adesso sembra l’Arno ed è bellissima.

      Ah, ti ricordi la simpatica gag di Raffaele Pisu che negli anni ’70, quando la squadra cominciò a rischiare la retrocessione per poi trovarla nel 1982, diceva “Il Bologna è lo squadrone che tremare il mondo fa” e poi piangeva sulla spalla della sua spalla (che doveva essere Carlo Campanini ma non ci giurerei)?

      Prima di esaminare il tuo prossimo post, diamo l’ultima sprimacciata a questo leggero godibilissimo post, noriano il giusto anch’esso nella costruzione sintagmatica e nel lessico come per me la saga di Candiani Paolo.

      • Milvia ha detto:

        Uno dei regali che mi fece mio padre da ragazzina è una fotografia con dedica di Ezio Pascutti… Ce l’ho ancora! “Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa” risale a tempi molto più antichi: infatti questa sorta di slogan (se ricordo accompagnato da una musichetta) andava già di moda quando era piccola mia mamma… Ed è lei che me l’aveva insegnato.
        La formazione del Bologna (di quel Bologna) la conoscevo a memoria fino a qualche tempo fa. Ora qualche lacuna c’è…
        Se ti interessa puoi andare a leggere un post che scrissi quando morì Giacomino Bulgarelli:
        https://rossiorizzontidue.wordpress.com/2009/02/15/giacomino-bulgarelli-come-lui-nessuno-mai-2/
        Rileggendolo ho scoperto un errore di doppie… E ho avuto anche l’impressione che quattro anni fa io scrivessi meglio di ora. Che non è mica una bella impressione…

  3. lucarinaldoni ha detto:

    Mi ero dimenticato Furlanis. E hai ragione: lo slogan di cui sopra riguardava il Bologna anni ’30 che vinse (anche qui preferisco affidarmi alla mia memoria piuttosto che consultare Wikipedia p interrogare Google) un torneo a squadre internazionale antesignano della Champions League. Per il Bologna di Bernardini invece lo slogan era “Così si gioca solo in Paradiso” (dove però c’era il Grande Torino al gran completo che forse avrebbe avuto qualcosa da ridire).

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