Giochi pericolosi: unici vincitori lo Stato e la criminalità organizzata

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Seconda e ultima parte: dal gioco dei cuccioli a quello dei disperati 

Una delle prime esperienze che tutti i cuccioli, sia di uomo che di animale, vivono, è quella del gioco. Nel bambino il gioco sviluppa capacità di socializzazione e di creatività. E osservare bambini, gattini, cuccioli di cane che giocano fra loro, è, per gli adulti, motivo di allegria. Per lo meno, lo è per me. E mi piace che la prima sillaba del vocabolo gioco, sia la stessa della parola gioia.
Mi dà gioia, giocare: se non temessi di essere ridicola proporrei ai miei amici, quando ci incontriamo, di giocare con me a nascondino o a Uno due tre per le vie di Roma, o a uno dei tanti giochi che hanno rallegrato la mia infanzia. Mi piace anche giocare a carte, a Risiko, al Paroliere, a Scarabeo. E non importa se vinco o meno, mi piace il gioco, l’attesa, la strategia, la rappresentazione che i giochi mettono in scena. Non a caso, sia nella lingua inglese che in quella francese per dire “recitare”, “mettere in scena”,  si utilizza la stessa parola che significa giocare.
Dunque, dicevo, il gioco mi rallegra. Eppure non conosco luoghi più tristi, più squallidi, dei casinò o di quei luoghi ufficialmente preposti al gioco (e non parlo, naturalmente dei parchi o delle spiagge dove si gioca a bocce).
Mi è capitato di andarci un paio di volte, al seguito di amici che ne erano frequentatori abituali. Nonostante le luci brillanti, gli abiti eleganti degli ospiti, ecco, se dovessi dire a cosa mi hanno fatto pensare, direi che mi hanno fatto venire alla mente una camera mortuaria. Ricordo, nel casinò di Porec, una ragazza giovanissima e una signora molto anziana sedute a due slot machine: facce senza espressione, o, meglio con la stessa espressione vuota, immobile. Solo il braccio per azionare la leva, si muoveva, e la mano che inseriva nuove monete. E l’espressione del viso non cambiava neppure quando il tintinnare delle monetine annunciava una fortuita vincita. Sono stata ore a osservarle, mentre nelle altre sale mio marito (giocatore, fortunatamente, non abituale) e gli amici giocavano alla roulette. Ne ero, in un certo senso, affascinata, come si può, a volte, essere affascinati da qualcosa che non si capisce e che spaventa. Come l’orrido, a volte, può affascinare.
Ricordo un conoscente, in Svizzera, in una enorme sala Bingo. Un signore che conoscevamo come molto distinto, un alto funzionario di non ricordo quale ente importante, di modi educati, quasi di altri tempi. Quella sera, seduto a quel tavolo, era irriconoscibile. Per scaramanzia si toccava le parti intime, squittiva a ogni vincita, imprecava volgarmente quando gli andava male.
In quelle due uniche occasioni ho sperimentato quanto il gioco possa essere anche qualcosa di devastante.
Una devastazione che, in questi anni di crisi, è diventata endemica.
Se per molti accedere a un casinò può essere difficoltoso, se non altro per la distanza dal proprio luogo di abitazione, oggi il flagello gioco è alla portata di tutti. Si entra in un bar, in una tabaccheria, in un qualsiasi circolo, e nelle tante sale gioco che nascono come funghi,  ed ecco le macchinette  in agguato, pronte a nutrirsi di magre pensioni appena riscosse, sudati risparmi, prestiti ottenuti grazie alla generosità di un amico, magari con qualche scusa pietosa.  Per chi poi non vuole uscire, ecco che i giochi entrano nelle nostre case attraverso il computer. I giochi on line, alla portata di un click.

Non mi soffermerò, qui, sulla recente definizione di giocatore come individuo affetto da  malattia genetica, non ne so abbastanza, sull’argomento. Credo che la maggior parte delle persone che  oggi rovinano se stesse e le loro famiglie sperperando tutto il poco che hanno, in questi squallidi luoghi, siano spinti dalla disperazione  creata dalla crisi (e non solo economica) di questi ultimi anni. Il proliferare di sale gioco (gestite molto spesso dalla criminalità organizzata) è una immorale risposta dello Stato (che tali sale autorizza, guadagnandoci cifre spropositate) a questa disperazione, a questa illusione senza speranza di una vincita che ti aiuti a vivere meno stentamente.  Uno Stato che incentiva il gioco attraverso la pubblicità, come regolarmente fa attraverso i media, per i giochi on-line e i gratta e vinci (altra brutta invenzione di questa epoca) , è uno stato immorale. Non si pubblicizzano le sigarette (che danneggiano, è vero, ma forse più del gioco?), ma non c’è  ancora nessuna legge che impedisca di pubblicizzare il gioco d’azzardo (e anche gli alcolici, se è per questo).
Già, le leggi. Ecco cosa ho trovato nella mia ricerca in Rete:

Sale da poker – A gennaio (2013) sarà avviato il bando per aprire 1.000 sale da poker; eliminata, infatti, la proroga di sei mesi per l’apertura delle sale dedicate al gioco d’azzardo. Anche le multe per la pubblicità che incita al gioco d’azzardo sui mezzi di comunicazione di massa vengono rinviate al 30 giugno. (legge di stabilità del dicembre 2012)
Nel 2012, il Decreto Sanità presentato dal ministro Balduzzi è giunto all’approvazione completamente svuotato di qualsiasi elemento di reale contrasto al fenomeno del gioco d’azzardo: la normativa specifica è appena sviluppata nelle misure di prevenzione contro la “ludopatia”, relegata tra due paragrafi relativi alla vendita del tabacco e all’attività sportiva non agonistica, segno di colpevole mancanza di attenzione verso tale fenomeno. La tutela dei minori si è resa necessaria dopo che, ad agosto, il sindaco di Firenze Matteo Renzi aveva autorizzato le slot machine per bambini, piccoli consumatori in erba, fissando la distanza minima dei punti vendita da istituti scolastici di qualsiasi grado a 200 metri (rispetto ai 500 proposti nel primo ddl, poi modificato)

Io penso che uno  stato che  dal gioco ricava 12,5 miliardi l’anno sia più simile a uno sciacallo che a uno stato democratico.

Alla luce di tutto questo, il vocabolo “gioco” assume una connotazione ben diversa da quella con cui ho aperto il mio post.
Per fortuna qualche segnale di speranza, si avverte
“Di macchinette, nel bar tabaccheria «Gio» di via Mantova, prima periferia di Cremona, Monica Pavesi ne ha due. «Non le volevo sin dall’inizio, a me – dice – interessava solo il Totocalcio, i cui proventi però sono crollati. E così, per non essere in perdita, sono stata costretta a tenerle». E ad assistere, di conseguenza, allo «spettacolo» che ogni giorno andava in scena dall’altra parte del banco, a destra dell’ingresso. «I giornali e la televisione – racconta – la crisi l’hanno scoperta da qualche mese. Io, invece, ce l’ho davanti agli occhi da tre anni. Italiani e stranieri, molti anziani ma anche giovani, forse più donne che uomini: gente che non se la passa bene e si aggrappa ai videopoker spendendo tutto quello che ha». E un giorno, quando una signora di mezza età si è chinata per raccogliere da terra la spina e infilarla nella presa della corrente, Monica dice: «L’ho staccata io, le slot sono fuori uso». Quando la cliente è uscita, l’esercente ha aggiunto: «Le ho spente perché non sopportavo più di vedere persone che si rovinavano in quel modo»” (da Corriere.it)

Mi auguro che il Governo che stiamo per eleggere, si occupi al più presto anche di questo problema, che non è certo un problema minore.  Qualche proposta  in tal senso, almeno a livello locale, esiste già.

Volta la carta, Paese mio! (E che sia una carta vincente, per un gioco corretto e gioioso, come tutti i giochi dovrebbero essere)

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2 risposte a Giochi pericolosi: unici vincitori lo Stato e la criminalità organizzata

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Chiamare “gioco” quello che succede in una sala giochi è come chiamare “amore” (o perfino “sesso”) quello che capita in una casa di appuntamenti, o “mangiare” quello che capita in un fast food. Come chiamare “dittatura del proletariato” quello che capitava nell’Europa dell’Est, “economia di mercato” il truce postcapitalismo in cui il denaro replica se stesso senza più aggancio con alcun valore concreto di beni o servizi, “religione” ciò che gestisce il Vaticano.

    L’uomo non può vivere senza parole (anche se a volte viene davvero voglia di rinchiudersi in un decoroso silenzio o godersi film come “Dillinger è morto” o “2001 odissea nello spazio” in cui il dialogo è ridotto al minimo indispensabile ) ma per definizione la parola è lo spazio psicologico e culturale della finzione e della dissimulazione.

    Giocando con le parole i nostri politici riescono a sopravvivere nonostante i fatti siano ogni giorno di più contro di loro. Giocando con le parole dei rapporti affettivi emotivamente inaridati intrappolano le loro vittime. Giocando con le parole lo Stato diventa sempre meno etico e perfino sempre meno estetico. Brutto, ridondante, eccessivo, affannato, sudaticcio e perennemente in ritardo.

    Però, rispetto all’amore, alla religione, all’etica, che risultano difficili da definire e quindi, come certi blob (o anche blog) riusciti male sono categorie semantiche che accolgono tutto e il contrarrio di tutto, la definizione di “gioco” potrebbe essere un po’ più univoca.

    “Qualsiasi attività a cui si dedicano adulti o bambini a scopo di svago, e anche per esercitare il corpo o la mente” recita il dizionario della lingua italiana al capoverso 1. E io personalmente circoscriverei a questo contesto la definizione di “gioco”. Con una possibile tolleranza per il capoverso 2., “Competizione di vario tipo tra due o più persone, basata su regole, il cui esito dipende dall’abilità o dalla sorte”.

    Il gioco d’azzardo lo definirei semplicemente “azzardo”.

    E qui scopriamo un’altra triste caratteristica delle parole, sulla quale concludo questo commento libero, felice e giocoso senza altra finalità che il comunicare, un gioco per l’appunto ma con tutta la serietà del termine: quando le parole vengono usate male perdono parte della loro purezza e del loro significato e, dopo, si fa anche un po’ fatica ad usarle. Come “sogno” da quando l’ha usata il Bisunto del Signore (che fortunatamente da alcuni anni mi sembra che non la usi più, e per quello ha fatto bene).

    Un abbraccio.

  2. Milvia ha detto:

    Carissimo Luca, anche “ricchezza” è una parola che può avere una valenza positiva o una del tutto negativa. Se ricchezza significa sperpero, accaparramento di beni che non ci appartengono, mancanza di generosità, è una ben brutta parola. Se invece la parola ricchezza la uniamo ad altre parole, come sensibilità, intelligenza, umanità, contenuti, ecco che il valore è senza ombra di dubbio positivo. Tutto questo per dirti che tu, Luca, questa ricchezza la possiedi. Ecco il mio modo forse superficiale, forse affrettato, ma sincero, per rispondere al tuo bellissimo commento.
    Ricambio l’abbraccio, con affetto.

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