8 marzo 2013: quasi un 25 novembre

Ho l’impressione, leggendo molti status su Facebook, che  questo 8 marzo assomigli più a un 25 novembre, che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Molte saranno infatti le manifestazioni che oggi porranno l’attenzione proprio su questa piaga che sta infettando in maniera progressiva anche il nostro paese.
Finalmente, quindi, se ne comincia a parlare sempre più frequentemente.  Ed è già un passo avanti per combattere quella cosa orribile che va sotto il nome di femminicidio.
Lo scorso anno sono state uccise in Italia ben 124 donne (e credo che a oggi, in questo quasi neonato 2013, le donne uccise siano già 15): il 60% per cento di loro è stata uccisa da un partner o da un ex partner. Il 40% aveva già subito, e in alcuni casi denunciato, episodi di violenza dal proprio futuro assassino.
Percentuali che devono obbligarci a riflettere e a porci domande, indipendentemente dal nostro genere di appartenenza.
Se un omicidio non è mai giustificabile, lo è ancora meno quando il movente dell’omicida è il senso di possesso verso una donna. Che l’assassino metta una sorta di didascalia, allo scempio che fa  del corpo della donna (o sei mia o non sarai di nessuno), è veramente intollerabile.
Sembra impossibile che, nel terzo millennio, esista ancora  questa realtà che non esito a definire raccapricciante. Eppure è così. E forse è proprio perché la donna, negli ultimi decenni, ha lottato per uscire dal ruolo in cui per secoli era stata rinchiusa: il ruolo che la voleva subordinata all’uomo.  E questo, molti uomini, non l’hanno ancora accettato.  Mi viene poi in mente un’altra cosa: cosa si può pretendere da un paese che fino al 1981 contemplava, nel Codice di diritto penale, l’articolo 587 che recitava:
“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.” ?
Da tre a sette anni, capito? Delitto d’onore, si chiamava. Ma quale onore?  Così,  come oggi  può capitare di leggere su qualche giornale che riporta la cronaca di  un femminicidio,  che l’assassino ha ucciso  per troppo amore.  Ma quale amore?
Per quanto riguarda, poi, le violenze subite dalle donne, mesi, addirittura anni prima di essere uccise, che vogliamo dire? Che molte, troppe donne si vergognano perfino a confidarsi con un’amica o con la famiglia. Figuriamoci  se riescono a sporgere denuncia contro il torturatore.  Scatta in loro quel meccanismo assurdo, ma che non riesco a condannare,  che le fa sentire in colpa. Lo stesso che scatta in un bambino quando i genitori si separano: se mamma e papà si separano è colpa mia, pensa il bambino,  perché sono un bambino cattivo. È colpa mia, pensa la donna maltrattata, sono io che sbaglio, sono io a farlo arrabbiare. E porge l’altra guancia, una volta, e un’altra, e un’altra ancora. Fino a che la mano di colui che si sente  padrone di quella donna  non si arma di un coltello, di una pistola, di un martello, di una tanica di benzina e un accendino, di un laccio.

Oppure, a farla tacere, è il non sapere dove andare,  non sapere dove può portare i suoi figli per allontanarsi e allontanarli dalla violenza.
Ma anche quando trova la forza di denunciare alle forze dell’ordine il proprio fidanzato, compagno, marito, il proprio ex fidanzato, ex compagno, ex marito, spesso non trova aiuto. La denuncia cade nel nulla. Non sempre, a raccoglierla, ci sono persone competenti e sensibili.
E mentre tutto questo accade,  gli illuminati addetti al nostro benessere, pensano bene che, per  far andare avanti l’economia, è necessario chiudere  i centri anti-violenza e le case rifugio  (oltre ai luoghi preposti alla cultura, ma questo è un altro discorso), perché costano, costano troppo.  L’articolo che segnalo è del 2011, e oggi le cose sono ancora peggiorate.
Per fortuna ogni tanto, come fiore nel deserto, salta fuori una buona notizia.

Cosa si può fare?  Educare! Credo che una delle risposte debba essere questa. Ne ho già parlato più volte, in questo blog: un’educazione al rispetto che parta dalla primissima infanzia, sia in famiglia, che nella scuola. Educazione basata sull’esempio, prima di tutto. Educazione basata sull’attenzione a comportamenti sessisti che possono nascere fra fratelli e sorelle, fra compagni e compagne. Educazione che si basi sulla lettura di testi, sulla visione di filmati, sull’analisi ragionata e collettiva di certa pubblicità. Una nuova materia scolastica. Femminile e maschile, si potrebbe chiamare. I risultati non possono certo essere immediati, ma, una volta raggiunti, le cose potrebbero davvero migliorare tantissimo.

E che altro si può, si deve fare?  Per esempio dovrebbe essere assoluta la certezza della pena stabilita dai giudici nei processi  ai  condannati per femminicidio.  Niente sconti, a questi assassini, niente sconti a chi uccide la donna che gli è vissuta, che gli vive, che avrebbe potuto vivergli accanto.  Proprio ieri, una ragazza che conosco mi ha detto che una sua cugina è stata uccisa dal suo fidanzato. Lui  era un carabiniere, qualcuno, quindi che dovrebbe proteggere, non uccidere. L’uomo  è stato condannato all’ergastolo. La ragazza, con molta emozione (ascoltare la sua storia è stato veramente come ricevere il classico pugno nello stomaco) mi ha detto che il più grande timore, per lei e per la sua famiglia, è che quell’essere non sconti interamente  la sua pena. Deve pagare, deve pagare fino in fondo, quell’animale, mi ha detto. Mia cugina aveva solo 24 anni. E io, che sono contraria al “fine pena mai”, che potevo dirle, che potevo fare, se non capirla?

E ancora: non permettere che chiudano altri centri anti-violenza e cercare di fare riaprire quelli che sono stati chiusi. Come? Manifestando, arrabbiandoci, opponendoci a spese inutili e dannose (vedi Grandi opere, spese militari, costi della politica ecc.) per trovare i fondi necessari.

E poi, che altro? Chi opera nella cultura potrebbe mettere sotto un riflettore storie di donne vittime della violenza. Già questo si fa, in parte ( per esempio: Click!)  ma la luce del riflettore dovrebbe espandersi ogni giorno di più e a produrla dovrebbe essere ogni forma artistica e culturale.
A questo proposito, sono molto orgogliosa di essere stata invitata a far parte di un progetto fortemente voluto da Marilù Oliva e accolto con entusiasmo dalla casa Editrice Elliot.

Nessuna più

Quaranta  fra autrici e autori, prendendo spunto da quaranta fatti di cronaca, hanno scritto un loro racconto. Leggere quelle cronache, far rivivere la vittima attraverso le nostre parole,  trasportare sulla carta le sue emozioni, la sua paura, la sua solitudine,  è stata un’esperienza sofferta per ciascuno di noi. Ma al tempo stesso credo che tutti siamo stati felici di farla, felici di risarcire, in qualche modo,  quella donna la cui  vita  è stata spezzata.
Un valore aggiunto che ci ha fatto contenti,  è che tutti i proventi che verranno dalla vendita dell’antologia saranno devoluti all’associazione Telefono rosa. E spero che se ne venderanno tante, ma tante copie.
Nessuna più sarà nelle librerie il 27 marzo. In anteprima, il 22 marzo, ci sarà una presentazione a Roma, presso l’ Associazione Stampa Estera – Via dell’Umiltà 83c
Altre presentazioni in programma:
Bologna, libreria Ubik Irnerio, il 20 aprile, ore 17,30
Foggia, da Mauro Stile libero, il 17 maggio, intorno alle 18.
Parma, libreria Ubik, 31 maggio, ore 18.

 Questo post potrebbe continuare ancora a lungo. Il femminicidio è il crimine estremo, ma non il solo che si compie contro le donne: stupri, discriminazioni sul lavoro, licenziamenti, atti vessatori. Ogni giorno, più donne si ritrovano a subire un atto di forza e di prepotenza  da parte di uomini violenti, o arroganti, o  semplicemente fragili, ma la cui fragilità  non riesco a scusare. Laureati o semianalfabeti, dirigenti o operai, italiani o stranieri. Diversa cultura, ruoli diversi, diversa provenienza: uguali, però, nel loro atteggiamento distruttivo verso la donna.
Per fortuna la maggior parte degli uomini non appartiene a questa categoria. E ci sono anche uomini che non si limitano a non essere violenti o arroganti verso le donne, ma che si mettono al loro fianco perché… nessuna più, di loro, debba soccombere: Click!
Potrebbe continuare ancora a lungo, questo post, dicevo, e l’argomento  potrebbe uscire anche dai nostri confini e   arrivare, per esempio, qui.
Ma mi devo fermare, perché questo è solo un post, e più di tanto non può contenere, perché poi i lettori si stancano.
Magari  metto solo un altro  link
e una canzone.

Anche se il post non è festoso:
Buon otto marzo a tutte le donne!

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10 risposte a 8 marzo 2013: quasi un 25 novembre

  1. Franz ha detto:

    Ho letto queste tue considerazioni, ricche di contenuto e molto ponderate, e le condivido profondamente.
    Rispettosamente non aggiungo altro, se non l’augurio, a te e a tutte le lettrici, di trascorrere una giornata serena, proficua, e, per chi vorrà, anche festosa.

    • Milvia ha detto:

      Grazie per il tuo augurio, Franz! Grazie anche per condividere le mie considerazioni e… per essere stato, questa volta, il primo commentatore.

  2. cristina bove ha detto:

    Sarà l’otto marzo fino al giorno in cui nessun uomo userà più violenza a una donna.
    nessun uomo al mondo penserà a una donna come oggetto della soddisfazione della propria libidine
    e che nessuna donna sarà più minacciata e uccisa.

    ciao
    cri

    • Milvia ha detto:

      Sarebbe auspicabile che un giorno, quando gli uomini arriveranno in maniera totale a rispettare le donne, ad accettare il loro cambiamento e a non averne paura, l’8 marzo diventasse la Festa dell’Umanità intera.
      Un abbraccio, Cri.

  3. margaret collina ha detto:

    brava Milvia, e non dimentichiamo le donne anziane sempre più colpite da rapine e scippi.
    Tutte invecchieremo…e chi ci difenderà?

    • Milvia ha detto:

      Certo, Margaret. Non dobbiamo dimenticare neppure le vittime di chi si approfitta in maniera ignobile e meschina della evidente fragilità fisica di una donna anziana. Hai fatto bene a evidenziare questi atti criminali.
      Ciao e grazie.

  4. lucarinaldoni ha detto:

    Ti sei espressa con tale passione e completezza (e di solito una cosa delle due tende ad escludere l’altra) che non si può che associarsi in tutto e per tutto con il tuo bellissimo post che riflette tutto il tuo modo forte e tenero insieme di essere donna.

    Più che mettere un convintissimo “mi piace” (cosa che faccio raramente per una resistenza personale alle valutazioni minimalistiche di tipo “mi piace/non mi piace”, “sì/no”, “giusto/sbagliato”, visto che quasi sempre la realtà sta nel mezzo, ma come direbbero in Vicolo della Luce “quanno ce vo’ ce vo’ “) non riesco quasi a fare.

    Una volta tanto mi impongo una decorosa e rispettosa sintesi.

    Buonissima vita.

    • Milvia ha detto:

      La tua molto più che decorosa e rispettosa sintesi rivela ancora una volta come tu sia un uomo dotato di sensibilità e scevro dai molti pregiudizi insiti nella testa di tanti uomini, anche quelli che si considerano rispettosi riguardo al complesso mondo femminile.
      Vicolo della Luce… strada ricorrente…
      Ciao, Luca!

  5. Riri52 ha detto:

    Hai ragione questa serata è dedicata al problema mondiale della violenza contro le donne. Nella sala c’erano molti uomini e alla lettura di un brano sull’argomento il silenzio è diventato assoluto e gli uomini quasi tesi. Complimenti per il post. Ciao Riri52

    • Milvia ha detto:

      Ciao, Rita! Dove si è svolta, quella serata? Se è servita a indurre gli uomini presenti alla riflessione, molto bene! Però penso che se erano a quell’incontro, probabilmente , erano già sensibili all’argomento.
      Grazie per i complimenti!
      Ciao!

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