Pollice giù, pollice su (prima parte, che poi è pollice giù)

Perché, ora, di ritorno dal Salone del Libro, qualcosa devo scrivere, e  anche se pochi mi leggeranno, lo scrivo per me, a mia futura memoria. Perché non è che tutto mi piaccia, lì, al Salone del Libro di Torino. Però ci sono delle cose che invece mi piacciono tantissimo.
E allora adesso le scrivo, le cose che non mi piacciono e le cose che invece mi piacciono, così, il prossimo anno, se ci ritorno, al Salone del Libro di Torino, potrò confrontare se le cose brutte e quelle preferite sono le stesse, se sono cambiata, nel mio dare giudizi.salone_libro_torino_2013

Inizio dunque a mostrare il mio pollice verso nei confronti di:

Gli stand che non vendono libri, ma oggetti, oggettini, oggettacci che con il libro non hanno niente a che fare. Sempre più numerosi, e brutti, anche. Ma insomma!  È il Salone del Libro, mica la sagra di Scaricalasino (paese inesistente, ma a cui noi  bolognesi facciamo spesso riferimento quando vogliamo indicare un posto che potrebbe anche esistere, qui, proprio nel territorio di Bologna, un paese un po’ così, che non c’è, ma che, se anche esistesse, sarebbe la stessa cosa, non alzerebbe di un millimetro il livello culturale della nostra provincia).

Gli stand culinari (un’esplosione di presenze, in questa edizione), che uno, se non lo sapesse che lì al Lingotto c’è la Fiera del Libro, in quei giorni, penserebbe di essere alla fiera della porchetta.

Il rumore, la cacofonia di suoni, sgradevolissima colonna sonora della manifestazione. Proporrei una sala del silenzio, dove potersi rifugiare, ogni tanto.

I politici che si incontrano lungo i corridoi, con le loro guardie del corpo che si assomigliano tutte, sembrano tanti cloni di una sola guardia del corpo.

I politici e i loro comizi, perché alla fine i loro discorsi, anche se siamo al Salone del Libro, e non in una piazza o in un talk show,  sono solo comizi, e io li abolirei i politici e i loro comizi, lì, al Salone del Libro di Torino. E vorrei vedere le biblioteche, di quei politici,  quelle che hanno nelle loro case,  vorrei vedere che libri ci sono. E mi viene in mente quello che ha detto Mauro Corona, sabato, in Sala gialla. Ha detto, Mauro Corona, che bisognerebbe scegliere i politici in base alle loro biblioteche.

Lo stand del Movimento per la vita. Lo so, non sono molto democratica, in questa mia insofferenza: dopotutto lì, libri ce ne sono (mi vien da aggiungere: purtroppo). Ma il fastidio, il fastidio di passare davanti a quello stand…

Tutti quegli stand della polizia, e dell’esercito, e non so quali altri simili,  pieni di divise, che sembrava di essere alla parata del 2 giugno. Che non mi piace neppure, la parata del 2 giugno. Anzi, devo dire che la detesto.

Vedere arrivare sulla pedana che, fino a un minuto prima, ha ospitato la mia amata, amatissima Fahrenheit, un tizio  dai capelli bianchi lunghetti, pieno di prosopopea, uno che ha fatto l’assessore, e anche il sindaco, uno che ha iniziato la sua carriera facendosi notare al Costanzo show per la sua maleducazione e aggressività, e che di cavolate ne ha dette tante, uno di Ferrara (non ce l’ho con Ferrara, non nel senso di città), uno che a vederlo mi è venuto il nervoso, e il nervoso mi è venuto anche a vedere tutta quella gente che si affrettava a raggiungere la postazione dove quell’imbecille avrebbe poi iniziato a dire tutte le sue imbecillità. Che non ho ascoltato, quindi il mio potrebbe essere definito un pregiudizio. Ma non credo, però.

Le file per andare in bagno.

Le file per prendersi un caffé.

Una soluzione per eliminare le file, però, non la trovo mica… Più bagni? Più posti di ristoro? Uhm… forse no, forse no. Mi devo rassegnare. Poi, meno caffé bevo, meglio è.

Comunque, pensavo di scrivere solo due parole, su le cose che non mi piacciono del Salone del libro di Torino, per poi raccontare delle cose che mi piacciono. Ma le due parole sono aumentate di numero. E così, ora, che sto ancora scrivendo, penso che delle ragioni del mio pollice su, che sono tante, anche quelle, ne parlerò nel prossimo post. Che ora devo uscire.

Quindi, per conoscere le mie Favorite Things dovrete aspettare qualche giorno.

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8 risposte a Pollice giù, pollice su (prima parte, che poi è pollice giù)

  1. Mirella Giordani ha detto:

    Eh eh, proprio Noriano lo stile di questo gradevolissimo post, amica mia. Aspetto la seconda parte.
    Mirella

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Mirellina! Penso che se Paolo Nori leggesse il tuo commento, dopo aver letto il mio post, non sarebbe mica d’accordo… La mia è una pallidissima imitazione inconscia dovuta al fatto che negli ultimi due giorni ho letto il suo “La banda del formaggio” (bellissimo e particolare romanzo) e lo stile noriano mi si è appiccicato addosso.ma il risultato, ahimé, è molto carente.

  2. Piera ha detto:

    Aspetteremo volentieri la seconda parte, Milvia!

    “…E mi viene in mente quello che ha detto Mauro Corona, sabato, in Sala gialla. Ha detto, Mauro Corona, che bisognerebbe scegliere i politici in base alle loro biblioteche.”.
    Molto interessante questa citazione, sarebbe veramente utile sapere che cosa leggono o non leggono i “nostri” politici, magari avremmo qualche gradita sorpresa! Sarebbe una scoperta incoraggiante, di questi tempi…
    Ciao, a presto.
    Piera

    • Milvia ha detto:

      Sai, cara Piera, penso che leggere bei libri dovrebbe rendere l’uomo migliore. O è sbagliato il mio pensiero, o loro, i politici, bei libri non ne hanno mai letti…
      La seconda parte, penso che la scriverò venerdì: domani devo andare a Igea Marina, un ritorno sul luogo di vari delitti…
      Un bacio.

  3. lucarinaldoni ha detto:

    Non ci dobbiamo stupire che le cose più o meno brutte, fra il leggermente imbarazzante e il platealmente disgustoso, superino di gran lunga quelle belle. Nè che, spesso, quelle belle siano più degli stati d’animo, delle nicchie ecologiche costruite acrobaticamente nel ciarpame del reale che dei fatti obiettivi e consolidati.

    E’ l’ennesima applicazione della seconda legge della termodinamica (“In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo”) alle misere e risibili faccende e vicende umane.

    Senza un forte consumo di energia è pressoché impossibile costruire qualcosa di sensato e/o gradevole: qualunque processo umano tenderà per sua stessa natura alla degradazione, all’imbarbarimento. Quelle che gli storici antichi (quando la storia non era una disciplina semiscientifica ma una branca speculativa della filosofia) chiamavano “età dell’oro” erano periodi storici limitati nel tempo, in cui il fortuito accumularsi ed entrare in risonanza di numerosi fattori positivi producevano un intreccio di fenomeni evolutivi e un vero progresso di cui tutti potevano beneficiare.

    Nella storia dell’umanità l’ultima età dell’oro è stato il Rinascimento. Due o tre anni fa… E molto presto imploso nel Barocco.

    Scrivere o parlare di cose belle richiede vista acuta, fantasia e l’entusiasmo ingenuo del fanciullino pascoliano.

    Ma quando ci si riesce, dopo si sta meglio.

    • Milvia ha detto:

      Per fortuna, dato che ne sono un’assidua visitatrice, gli aspetti sgradevole del Salone del Libro non superano quelli gradevoli. Anzi, mi vien da dire che vale la pena di imbattersi nei primi, perché la bilancia pone a favore dei secondi.
      Ma, esulando da questa specifica situazione, mi trovo d’accordo con la tua analisi. Non so se, non certo io, ma i nostri discendenti, avranno la fortuna di vivere un’altra età dell’oro. In realtà ne dubito. Sono sempre più convinta che la Bellezza si possa ormai trovare solo nella Natura, o almeno in quella parte di essa che noi, Umani miopi e incoscienti, non abbiamo ancora violato. Anche i sentimenti, oggi, sono contraffatti, come se tutti portassero un’etichetta che attesta, falsamente, una loro origine controllata, ma che in realtà sono stati fabbricati in posti oscuri e squallidi.

  4. Annalisa ha detto:

    Ciò che non mi è piaciuto della Fiera del libro di Torino:
    gli Stand disposti in modo che non capisci mai dove sei e dove vai, il rumore, la ressa di quelli che riempiono le pareti trasparenti dell’Einaudi e girano su se stessi e ti guardano come pesci mentre Odifreddi, appoggiato languidamente alla parete di vetro dell’Einaudi, ti guarda come un dio dell’Olimpo, sì, guardo proprio te, piccola cacchetta che transiti per i corridoi della Fiera del libro e giri a destra mentre secondo me, che sono un matematico, sarebbe meglio prendere prima le misure del corridoio, la pioggia, il rumore, gli spintoni di quelli che viaggiano con gli zaini e i carelli sulle ruote e demoliscono gli stinchi di chi voleva soltanto vedere che se alla Fandango c’era un libro di Cheever e invece no, non ha visto niente (ed ero io, quella), la conferenza di IBS con Andrea Vitali stravaccato in un angolo e nessun modo di capire che cosa dicevano a causa del (l’ho già detto?) rumore, la pioggia, gli informatori del servizio informazioni che non sanno una beata mazza e ti allungano la cartina ma grazie, quella ce l’ho, se chiedo è perché ho qualche problema a trovare quello che cerco, i numeri degli stand!, i numeri degli stand mi piacerebbe sapere se li ha messi Odifreddi, l’angolo dell’harekrisnasavaratprandanimabarata, curato dal signor Fiorani (giuro), il rumore e la pioggia. E la signorina del bar, quella che mi ha servito un caffè (che a me nemmanco piace, il caffè, ho dovuto berlo perché un gentilissimo disegnatore di una bellissima grapich novel me l’ha offerto e in più mi aveva disegnato uno dei personaggi sul frontespizio, perciò ho preso anche il caffè), quella (signorina) che prima di servirmi il caffè ha pulito il banco del bar, gentilissima, così ha rovesciato il pentolino con il latte e il pentolino è caduto ai miei piedi (e a quelli del disegnatore), e il latte ha fatto il suo dovere: è uscito ed è schizzato dappertutto, così che io sono andata in giro con i pantaloni nuovi inzuppati di pioggia e di latte.
    Spero che l’anno prossimo ci sia il sole.

    • Milvia ha detto:

      Delizioso commento, il tuo, Annalisa! Anzi, più che commento è un vero e proprio articolo, il che mi fa molto piacere.
      La distanza fra certi scrittori o… vogliamo chiamarli “intellettuali”?, e il pubblico, a volte è palpabile, e ogni volta che la avverto mi vien da pensare che uno scrittore, un intellettuale, dovrebbe nutrire, invece, molti più dubbi, avere molta più Umiltà di noi, poveri mortali, perché dovrebbero essere, questi scrittori e intellettuali, alla continua ricerca della verità, e non fossilizzarsi nella continua contemplazione di se stessi. Ma forse sbaglio.
      Spero che i tuoi pantaloni nuovi non abbiano subito un danno permanente…
      E spero anch’io che il prossimo anno ci sia il sole. E di riuscire ad incontrarti.

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