Un anno sgarrupato

Di nuovo un… ripescaggio, sempre a causa dei motivi descritti nell’incipit del post precedente.
Non un ricordo personale,  questa volta, ma un racconto del tutto inventato.
Buona lettura e, se volete,  lasciate qualche commento (anche cattivo…).

Un anno sgarrupato

Avrebbe guardato in faccia la morte.
Perché gli fosse venuta in mente questa frase proprio non lo sapeva. In terza persona, per giunta.
Poi si ricordò.
Suo nonno. Lo diceva sempre suo nonno, di aver guardato in faccia la morte.
“Ho guardato in faccia la morte”, diceva. E se ne stava zitto per un po’, lo sguardo schiarito dagli anni fissato in un punto impreciso, fra l’immagine di Padre Pio, appesa alla parete della cucina, e la finestra, al di là della quale il casermone grigio aveva da tempo sostituito il colore mutevole dei campi. Poi riprendeva:
“Nicola, il terremoto è la fine del mondo. Trenta ore ci sono stato sotto quelle pietre. E la notte, la notte del terremoto, ho sognato la morte. Una vecchia senza denti e senza occhi, che allargava le braccia, mi voleva abbracciare, quella strega. E mentre sognavo è caduto giù tutto. Ho avuto come una…”
E ogni volta si inceppava nella parola premonizione, che non gli voleva proprio entrare in testa. Poi continuava a raccontare della sete, della polvere, del dolore alla gamba che gli aveva sfiatato la voce. E finiva sempre con ho guardato in faccia la morte.

Cosa guardasse suo nonno dopo l’ictus, nessuno poteva dirlo, invece. Nicola lo aveva chiesto a quella ragazza, come si chiamava, Mara, si chiamava. Le aveva chiesto: Ma secondo te, questi disgraziati, qualcosa vedono?  Quei tubi che li tengono attaccati alla vita, li aiutano a vedere?
Lei si era sistemata un ricciolo che era sfuggito dalla cuffietta e aveva detto: Non so, i medici dicono di no. E io sono solo un infermiera. “Però… però”, aveva aggiunto, e la voce le si era addolcita, mentre gli posava una mano su un braccio, “credo che sognino. Io credo che sognino le cose che hanno vissuto. Che rivivano la loro infanzia, forse. Ma è un’idea così, non so da dove mi viene. È probabile che mi serva solo a rendere meno doloroso stargli accanto”. E aveva sollevato lo sguardo e Nicola, in quegli occhi, ci aveva letto una pietà sofferente e non aveva saputo che dire. La ragazza si era allontanata e per un attimo lui si era sentito ancora più solo.
Suo nonno era quello del terzo letto. Quattro mesi che era legato a quei tubi e lui erano due mesi che non andava a vederlo. Vederlo, perché a trovarlo, praticamente, non era mai andato. Trovarlo presupponeva uno scambio: di parole, di sguardi, di sorrisi. E allora lui aveva smesso. Vederlo gli faceva solo male.

Guardò l’orologio. Mancava poco più di un’ora a mezzanotte. Che anno era stato, quello? Non un buon anno, no, per niente. Sgarrupato, pensò. Come le case del paese del nonno, ancora diroccate dopo tanti anni.  E anche il nonno: sgarrupato anche lui, un cartoccio di ossa e fili buttato su un letto.
Indossò il giaccone. Gli amici lo aspettavano al pub. Amici. Non proprio. La compagnia, il gruppo, i ragazzi. Amici no. Nessuno con cui parlare davvero. Un paio di ragazze che si credevano chissà che, e gli altri, i maschi, a parlare solo di auto e di scopate e di pallone.
Mentre chiudeva la porta di casa, ancora quella frase, in prima persona questa volta: guarderò in faccia la morte, gli passò per la testa. Ma quasi non se ne accorse e subito pensò: Sono solo degli stronzi. E pensò anche che lui era solo.  E che lui quegli stronzi li frequentava solamente perché non aveva nessun altro.
Già, perché in quell’anno che si stava chiudendo anche la sua ragazza lo aveva lasciato. Gli aveva detto che lui era troppo triste, che lui le dava l’angoscia, che era cambiato. Tanti giri di parole per dirgli che non lo amava più.
Fuori c’era un vento che strinava il viso, ma almeno non pioveva più.  Nicola chiuse in fretta la portiera della Punto e inserì la chiave dell’accensione nel cruscotto. Mise in moto e quando arrivò al bivio mise la freccia e invece di svoltare a destra, verso il pub, svoltò a sinistra. A mezzanotte mancava poco meno di mezz’ora: se avesse premuto sull’acceleratore ci sarebbe riuscito, ad augurare buon anno al nonno.  Sapeva che non lo avrebbero fatto entrare.  Ma si sarebbe fermato davanti all’ingresso dell’ospedale e a mezzanotte in punto avrebbe detto: Buon anno, nonno. Avrebbe detto: Nonno, torna per raccontarmi di quando hai guardato in faccia la morte.
Sul manto stradale si stava formando un sottile strato di ghiaccio. Accese la radio e ne uscirono le note di Round Midnight  sulla tromba di Mile Davis.  “Starò attento”, disse a mezza voce”. Starò attento, ma a mezzanotte voglio essere dal nonno”.

Mara entrò nella stanza. Non  mutava mai nulla, lì dentro. Le stesse luci, uguali di giorno e di notte, il rumore dei macchinari, l’immobilità dei corpi.  Un luogo senza tempo. Ogni tanto qualcuno se ne andava, ma arrivava subito qualcun altro a prenderne il posto. Raramente un letto rimaneva vuoto a lungo. Il quarto letto, per esempio, al momento non era occupato da nessuno, il ragazzo slavo era finalmente uscito dal coma e in quel momento stava dormendo nel reparto di terapia intensiva. Ma ben presto sarebbe arrivato un altro caso disperato e la stanza sarebbe stata al completo. Sempre così accadeva. E l’ultima notte dell’anno, poi, sembrava favorire gli incidenti più gravi.
Era contenta di aver scambiato il proprio turno  di riposo con la sua collega. Quella non finiva più di ringraziarla, si era perfino commossa. D’altra parte Mara non aveva nessuno che l’aspettasse per un brindisi, per un augurio di felice anno nuovo. Nessuno da baciare sotto il vischio.
Fece il giro dei letti. Il “nonnino”, come aveva soprannominato il paziente del terzo letto, sembrava quasi stesso sorridendo. Chissà che sta sognando? si chiese Mara.

Mancavano poco più di duecento metri all’ingresso dell’ospedale quando l’auto iniziò a  sbandare. Istintivamente Nicola schiacciò il freno. La macchina si portò nella carreggiata opposta, senza diminuire la velocità, poi iniziò a fare dei testa coda..
Fu la faccia di una vecchia, che Nicola vide prima di svenire. Una vecchia senza denti e senza occhi.
Una vecchia che gli tendeva le braccia.

Era la prima alba del nuovo anno.  Non che lì si avvertisse. L’unica cosa che era cambiata, dall’anno vecchio, era il quarto letto, che in quel momento accoglieva un nuovo ospite. Nella disgrazia, pensò Mara, è stato fortunato. Andarsi a schiantare contro il muro di cinta dell’ospedale aveva permesso che i soccorsi fossero immediati.
Il turno stava per finire. Mara si avvicinò al letto del nuovo arrivato. Pensò alla coincidenza che aveva portato il ragazzo a giacere nel letto accanto a quello del nonno.  Se lo ricordava, quel giovane. Una volta si erano parlati. Lui le aveva chiesto se i fili… E lei gli aveva detto dei sogni… Che era una specie di suo segreto, e chissà perché glielo aveva confessato.  Forse perché lo aveva visto così triste e solo. Un po’ simile a lei.
E ora lui era lì, tenuto in coma dai farmaci. Qualche speranza c’è, avevano detto i medici. Se supera le quarantotto ore, se la può cavare.
Prima di andarsene Mara gli posò una carezza leggera sul viso. “Buon anno, Nicola. Resisti, ragazzo”, sussurrò.

Fuori il cielo cominciava a tingersi di un colore rosa sfumato.
Il primo giorno dell’anno si prospettava sereno.

Round Midnight

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4 risposte a Un anno sgarrupato

  1. alba ha detto:

    Milvia, i racconti non sono mai totalmente inventati, c’è sempre una piccola verità dentro e siccome io e te non siamo molto distanti di età, so che anche quando la vita ci fagocita, succede che una frase antica, un pensiero che avevamo spostato in un’altro “file” salta fuori in maniera prepotente e ci perseguita, come quel “guardare in faccia la morte”. Bello scriverci un racconto, questo è nel tuo stile. Bello.

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Alba, per la visita e per il bel commento. È vero: le storie che scriviamo sono nostri figli, e come tutti i figli che generiamo contengono qualcosa di noi, anche se all’apparenza, a volte, non sembra.
      Un abbraccio

  2. lucarinaldoni ha detto:

    La Morte è una signora, su questo non ci sono dubbi. Sulla sua appartenenza al genere femminile non possonio esistere dibattiti. Perché il genere maschile si arrabatta e si agita muscolarmente e impulsivamente, ma poi sono le donne che tirano le fila, si accollano il 99,99% delle responsabilità e degli oneri riproduttivi (l’uomo partecipa con una eiaculazione talvolta distratta e/o incontrollata che è il massimo picco dell’imbecillità, mentre l’orgasmo femminile è una fusione di carne e mente che ha qualcosa di inspegabilmente metafisico e soave, ma comunque non è fondamentale per il processo riproduttivo) e la quota maggioritaria dell’accudimento e della trasmissione culturale nei confronti della prole e sono nella quasi totalità dei casi il baricentro energetico della famiglia.

    Rispetto alla Morte signora di classe e di personalità si può esercitare una sorta di arroganza proterva che in ogni caso non potrà mai portare al femminicidio, oppure volerle bene e cercare di blandirla perché non arrivi troppo presto e suggelli con un’artistica dissolvenza “un gran bel film”.

    • Milvia ha detto:

      Non avevo mai pensato alla Morte (è d’obbligo l’iniziale maiuscola) come a un signora di classe e personalità, ma credo che questa definizione sia più che azzeccata. Sia la Vita che la Morte sono “donna”. E guardarle negli occhi, non con arroganza, ma con rispetto, dovrebbe essere un obbligo.
      Grazie per il video… Claudio Lolli… Altri ricordi.

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