Il sopravvissuto (parte seconda)

Il ragazzo

Il ragazzo, che portava un nome non suo, era steso sul letto, immobile. La luce del sole che filtrava attraverso le stecche della tapparella gettava una luce opaca sul suo viso, dove l’unico segno vitale era l’abbassarsi e il sollevarsi delle palpebre. Teneva le braccia distese lungo il corpo. La stanza era anonima, non c’erano note di colore date da quadri, o da poster, non c’erano foto, non c’erano libri sparsi in giro, i vetri della finestra non avevano tende. Su un tavolino un computer, vicino a un cellulare, anch’esso spento. Dalle ante socchiuse dell’armadio, nel portacravatte, si intravedevano innumerevoli foulards, neri e in varie tonalità di grigio.
Anche dentro la testa del ragazzo c’era del nero, del grigio, frammenti di pellicole cinematografiche che passavano e ripassavano in continuazione, senza fermarsi mai.
La sequenza iniziale era il primo piano di un adolescente grottescamente appeso per il collo a una cintura di stoffa. Poi il fotogramma di un urlo, nero, con lampi bianchi accecanti, un’intermittenza che inaridiva gli occhi e liquefaceva il cervello.

Il ragazzo, l’ultima volta che era stato bambino, era entrato nella camera di suo fratello più grande, un pomeriggio assolato di luglio, per chiedergli di andare insieme a prendere un gelato. Ma invece del fratello aveva trovato un fantoccio appeso al soffitto, e il bambino aveva cessato di essere bambino e si era fatto urlo, si era fatto oscurità, ed era fuggito e si era rifugiato nell’armadio dei suoi genitori. Lì, rannicchiato fra il ruvido e il morbido delle stoffe, fra odori conosciuti e ignoti, aveva sentito il caos delle urla, dei pianti, suoni nuovi che non aveva mai udito. Era rimasto in attesa di essere svegliato dal calore di un abbraccio rassicurante, che gli parlasse di incubi e di brutti sogni. Era rimasto in attesa per ore, così gli era sembrato. Si era chiesto cosa lui avesse  fatto a suo fratello per trasformarlo in quell’orribile fantoccio. Non gli veniva in mente niente. Ma qualcosa doveva aver fatto.
Lui, a Luca, voleva bene. A volte però era stato un po’ geloso. C’era stata quella volta che la mamma e il papà avevano portato Luca a teatro, e lui era rimasto a casa con la tata Teresa, e gli era sembrata così ingiusta, quella cosa, che dentro di sè aveva provato verso Luca una rabbia grandissima. Poi quell’altra volta, l’ultimo Natale, quando i suoi avevano regalato a Luca la mountainbike, rossa, proprio come piaceva a lui. Anche allora si era arrabbiato, e aveva buttato sotto il letto i pattini che aveva ricevuto e a suo fratello aveva detto che quella bicicletta faceva proprio schifo.
E se adesso nessuno veniva a cercarlo, voleva proprio dire che lui era cattivo, che quello che era successo era colpa sua. E che nessuno gli voleva più bene.
Gli era venuto un gran freddo. Gli battevano i denti, e il corpo tremava. Aveva fatto anche pipì addosso. Aveva portato il pollice alla bocca, un gesto antico, ma non si era sentito rassicurato. Forse, a otto anni, era troppo grande per trovare conforto in quel gesto.
Quando finalmente qualcuno aveva aperto le ante dell’armadio aveva visto il bambino che non era più bambino, muto, gli occhi serrati. Parole avevano riempito  la stanza:  “Ma come abbiamo potuto non accorgerci prima che era sparito? Povero piccolo!…Almeno noi dovevamo pensarci,  pazienza i genitori che sono come impazziti… Povero, povero piccolo”. Lacrime non sue gli avevano bagnato  il viso, braccia lo avevano stretto, mani gli avevano cambiato i vestiti.

I giorni che seguirono,  continuò in lui la percezione di non essere più amato. I genitori sembravano statue di pietra. E c’erano parole misteriose e nuove che strisciavano sulle pareti: autopsia, medico legale, suicidio. Parole che gli mettevano paura.  La casa era sempre piena di gente. Gente che lo prendeva in braccio come quando era piccolo piccolo, gente che continuava a piangere, e a ogni pianto lui si sentiva sempre più colpevole, ma anche arrabbiato verso Luca, che aveva fatto quella cosa tanto brutta a causa della quale tutto era cambiato.
I suoi, in qualche modo, continuavano ad occuparsi di lui: gli davano da mangiare, a tenere pulita la sua cameretta, a tenere in ordine i suoi vestiti. Ad abbracciarlo, ogni tanto.  Ma i loro occhi erano cambiati, e lui ogni volta che incontrava il loro sguardo capiva che niente avrebbe potuto far tornare quella luce che c’era prima.
Usava le stesse parole che aveva sempre usato: mamma, papà, posso, ciao, scuola, grazie, per piacere, ma erano sassi che cadevano in uno spazio vuoto che lui sentiva fra sé e gli altri.
Pochi giorni dopo il funerale era entrato nella camera di Luca e con le forbici aveva tagliuzzato  il suo cuscino. Dopo si era  sentito meglio, almeno per un po’, anche se sua madre gli aveva dato uno schiaffo, prima di stringerlo forte  e scoppiare in un gran pianto.
Di notte, e sarebbe stato così per tutte le notti a venire, Luca si presentava puntualmente fra le cortine dei suoi sogni, sempre appeso a quel gancio, i capelli neri che gli coprivano metà volto, le gambe che oscillavano da una parete all’altra della stanza, così come non era stato nella realtà, perché la realtà era stata fissa e immobile.

Lentamente, col passare degli anni,  la vita sembrò ridiventare quasi normale. I pianti erano meno frequenti. Le foto di Luca, sparse un po’ ovunque nell’appartamento, non rendevano più il viso dei genitori una maschera raggrinzita ogni volta che le guardavano. Di Luca si parlava ancora, ma non più ogni  giorno, non più  ogni minuto. Ogni tanto un sorriso illuminava il viso della madre, una risata del padre sbocciava all’improvviso. “Lo stanno dimenticando”, cominciò a pensare il ragazzo. “Se lo dimenticano la mia punizione finisce. E non è giusto”. Fu in quel periodo che iniziò a pensare se stesso come Luca.

Il sole di mezzogiorno tentava di entrare con prepotenza nell’opacità della stanza. Il ragazzo si coprì gli occhi con le mani. Forse si addormentò.

La madre

Caro figlio, ragazzo mio,
quanto è difficile scrivere a qualcuno che non si sa neppure dove sia. Il cassetto della mia scrivania è pieno di lettere che ti ho scritto, iniziate e mai finite. Lettere mai spedite.  Lettere tutte uguali. Frammenti di giorni, di cuore, di sofferenza.
Sono due anni e mezzo che non so più niente di te. Ma forse, in realtà, non so più niente di te da molto tempo prima. Ti ho perduto da quando sono precipitata in questo baratro fatto di pareti che urlano perché, perché, perché, infinite volte, di giorno, di notte, quel baratro in cui sono caduta, quel giorno, e dal quale sono certa che neanche la morte potrà mai liberarmi. Non riesco neppure a provare pena, per me: la autocommiserazione non ha mai fatto parte del mio patrimonio genetico. Solo per voi è la pena, per te e per tuo fratello; per me c’è l’atroce rimorso per avervi, seppur inconsapevolmente, abbandonati, ma l’”inconsapevolmente” non mi assolve.
Perché Luca si è ucciso?
Perché tu te ne sei andato, così, senza neppure un saluto, sparito? Poveri i miei ragazzi…
Papà ha voluto che cambiassimo casa, due anni fa. Ma non basta cambiare casa per rappacificarsi con gli avvenimenti. La camera di Luca è ancora qui, anche in questa casa, perché è stampata nei miei occhi, fotografia incollata alla mia anima. Le date sono nel mio calendario biologico, fermo a quegli avvenimenti, un calendario dove manca qualsiasi altra data, ricorrenza, festività, solstizi ed equinozi.
Qui a Roma, come spero che tu sappia – lo spero perché significherebbe che sei vivo e  interessato al mondo– c’è stata una grande manifestazione per la pace. Un fiume di giovani è passato sotto le nostre finestre, un fiume di bandiere arcobaleno, canti di speranza e di vita. Ho pensato che se le cose fossero andate diversamente anche voi avreste partecipato a quella marcia, perché pace e uguaglianza sono stati fra  i valori che tuo padre e io abbiamo cercato di trasmettervi. E subito dopo  mi sono chiesta: “A che cosa è servito riempirvi la testa di ideali? È servito forse a non far prendere a Luca quella decisione tremenda, quel torrido 6 luglio di diciotto anni fa? È servito a te, quando hai tentato di ripetere quello che tuo fratello aveva commesso?”
Ragazzo morto impiccato. Erano così i titoli dei giornali? Non so, non li ho mai letti, era un lessico che non avrebbe potuto comunque appartenermi. Tuo fratello era Luca, non un ragazzo anonimo, Luca era il mio figlio maggiore. Morto, impiccato, sono ossimori alla parola figlio.
Era un ragazzo tranquillo, tuo fratello. Però, a un certo punto, era cambiato. Qualche professore mi aveva avvisato che il suo rendimento scolastico era in calo, che a volte sembrava assente, chiuso in un suo mondo. Mi avevano chiesto se c’erano problemi in famiglia. “No, assolutamente, a casa va tutto bene, lui sta spesso chiuso in camera sua, ma è normale, no, per un adolescente?” avevo risposto.  Mi ero risposta.
E allora, perché?
E quale dio ha permesso che fossi tu a trovarlo, non io, che non ho così saputo proteggerti, come non ho protetto lui, dal male che si è fatto?
E allora perché?
Perché poi, chiusa nel mio dolore, non ho colto altri segnali, non ti ho impedito di percorrere la strada verso l’autodistruzione che ti ha portato a una tragica ripetizione rituale del suicidio di tuo fratello?
Oh, sì, c’era stato l’episodio del gattino. Quel gattino ritrovato in camera tua, strozzato con il laccio delle tue scarpe da ginnastica. Io e papà eravamo rimasti orripilati, al momento, poi io, io soprattutto, avevo attribuito la cosa ad un gesto crudele di un adolescente introverso e scontroso.  Ne avevamo parlato, ricordi? E tu te ne eri stato zitto, gli occhi bassi che fissavano il pavimento. E io, stupida, avevo rimosso tutto.
Anche l’altro 6 luglio, quello di tredici anni fa, non sono stata io a entrare per prima in quella camera. Come sai ti ha trovato Teresa. Avevi ancora i piedi sulla sedia, ancora non l’avevi scalciata. E poi, dopo che era morto tuo fratello, avevamo tolto il vecchio gancio dell’altalena, quello che era servito a Luca, e il tuo gancio improvvisato, piantato nel cassonettto della tapparella, non avrebbe retto. Ma non era questo il punto: il punto era che non volevi più vivere, e io non me n’ero accorta. Il punto era che non ti sentivi amato, che forse vivevi anche tu un senso di colpa, che quella fotografia –le gambe ciondolanti, il collo reclinato, il filo di sangue che fuoriusciva dalla bocca– era rimasta incisa per sempre anche dentro di te.
Così, tuo padre e io abbiamo preso la decisione di mandarti a vivere a Venezia dalla zia Gina, che era la persona con cui più facilmente riuscivi a comunicare e che ti aveva sempre amato come amava suo figlio, ed è una donna piena di allegria e comprensione.  Non volevo che morissi anche tu, non solo come corpo, ma anche come mente. Il distacco da te mi ha dilaniato, è stato come se mi si seccasse l’utero, come se madre non fossi mai stata, come se… Ma pensavamo fosse l’unica soluzione: un’altra casa, un’altra città, trovare in tuo cugino il fratello perduto. Ho cercato di spiegartelo, mi dicesti che capivi, che anche tu sentivi il bisogno di allontanarti per un po’.
Quando hai deciso di rimanere con loro fino al termine del liceo, e poi di non iscriverti all’univesità qui a Roma, ma a Bologna, ho capito che le distanze fra noi e te erano ormai diventate insormontabili, non eravamo più noi la tua famiglia. Al telefono mi dicevi che andava tutto bene. Ma non tornavi mai a casa, e quando venivamo a trovarti a Bologna c’era un’estraneità che pesava sui nostri incontri, difficile da ignorare. Alla laurea non ci hai voluti, asserendo con forza che odiavi le cerimonie e tutte le buffonate che ne conseguono. Mi ha fatto male, questa tua decisione, ma ho sofferto ancora di più quando ho saputo che non hai neppure voluto la tua famiglia veneziana. Ho sentito dentro la pelle la tua solitudine, e ne ho avuto paura. In tutti quegli anni Gina mi aveva detto che ti vedeva tranquillo, che eri sereno, anche se abbastanza solitario. Non uscivi quasi mai con suo figlio, ma da solo: le dicevi che passeggiare in solitudine fra le calli ti distendeva, ti aiutava a riflettere, che non avevi bisogno di troppi amici.
Il giorno della cerimonia di laurea ho provato a chiamarti per ore, ma non hai mai risposto.
Così, la mattina dopo sono partita per Bologna, con papà ho trovato una scusa, sentivo che quel viaggio dovevo farlo da sola. Il tuo compagno di appartamento mi ha detto che eri partito e mi ha consegnato un biglietto ripegato. “Sono morto e non ve ne siete accorti. Non ho genitori. Non sono figlio. Continuerò comunque a far finta di vivere, non preoccupatevi. Ma non cercatemi mai”, c’era scritto sul biglietto.

Mi auguro, voglio, che tu ora abbia trovato in te le risorse che avevi da bambino, prima che la nostra famiglia fosse distrutta dalla tragedia.
Perdonami, mio figlio carissimo. Perdonami per essere stata incapace, per non averti protetto, per averti fatto vivere con un fantasma negli anni più delicati della tua vita. Non c’è riscatto, ma, almeno tu, ti prego, perdonami.
Mamma

(continua)

Questa è una delle canzoni ascoltate dalla madre del ragazzo, durante la manifestazione del 15 febbraio 2003, contro l’intervento militare in Iraq

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4 risposte a Il sopravvissuto (parte seconda)

  1. lucarinaldoni ha detto:

    E’ incredibile come nella tua scrittura non ci sia mai nulla di ridondante e di superfluo, anzi si ha quasi l’impressione che tu agisca da scultrice “in levare” piuttosto che da pittrice “in aggiungere”; e chi di narrativa cerca di capirne qualcosa, sa che dietro l’apparente semplicità della scrittura e l’essenzialità del lessico c’è uno studio e una soave fatica che chi ti conosce e ti vuol bene sa percepire. Ogni frase è un piccolo universo.

    Il tempo tiranno mi impedisce anche stavolta di espandermi come il polistirolo, ma magari va bene lo stesso.

    Buona vita.

    • Milvia ha detto:

      Grazie mille, amico caro, per le tue parole, per la stima che riponi in me e, in particolar modo, per quel “chi ti conosce e ti vuol bene”: ne ho davvero bisogno, di tutto questo.
      Un abbraccio!

  2. Daniela Valdiserra ha detto:

    mi fa piangere – Daniela

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