Il sopravvissuto (terza e ultima parte)

Prima di pubblicare la terza e ultima parte del mio racconto, scrivo tre cose, brevi brevi: 
l’altro giorno, nella cassetta della posta, ho trovato una lettera (quelle vere e ormai rare di carta) il cui mittente è l’Associazione Culturale San Domenichino di Marina di Massa, dove vengo informata che Colazione con i Modena City Ramblers ha vinto il premio speciale (speciale???) per la sezione narrativa del premio letterario San Domenichino. Beh, una piccola soddisfazione. Piccola, eh…

Seconda cosa: ho notato che quando vado in giro per parchi, o per la strada, i bambini piccoli mi sorridono e mi fanno ciao con la manina. E questa cosa qui, non so, forse mi sbaglio, ma mi sembra più bella di qualsiasi premio.

La terza cosa è che venerdì parto per Porretta: è arrivato il momento di ricaricarmi di energia positiva. E dove, se non al Porretta Soul Festival? Che quest’anno, per me, ha un valore aggiunto: infatti mi farà compagnia Maria,  la mia carissima amica  romana. La canzone che chiude il post è un anticipo delle musiche super energetiche che ascolteremo durante il Festival, immancabile ogni anno per la mia gioia, visto che mi piace un sacco (purtroppo, non sarà Otis, a cantarla, ma sono certa che lui, insieme a Rufus, da qualche parte l’ascolteranno insieme).

Il ragazzo

Lentamente il ragazzo si sollevò a sedere sul letto. Lentamente sollevò le palpebre e si guardò intorno con uno sguardo spento.
Non tutte le immagini che sfilavano in continuazione nello schermo della sua mente erano a fuoco. Sfuocata era l’immagine di un gattino, solo un accenno di morbido pelo, e il ricordo di un calore subito rifiutato. Sfuocato era il fotogramma che mostrava lui, il ragazzo, mentre piantava un gancio nel cassonetto di una tapparella. Poi c’erano metri di pellicola bruciata, di luce bianca. Seguivano intere sequenze di canali e ponti immersi in una nebbia opalescente, con il ragazzo che camminava solo, nelle serate incipienti di autunno.

 Era stato allora, fra quelle calli impregnate dell’odore salmastro e muffito dell’acqua, che il ragazzo aveva cominciato a comprare i piccoli foulards e a indossarli annodati stretti intorno al collo, per non perdere neanche per un attimo la memoria della perdita e della colpa.
Dopo il tentativo di suicidio i suoi lo avevano costretto a fare psicoterapia: era stato un fallimento. Poche sedute e lui aveva rifiutato di continuare. Non riusciva a parlare, stava rigido su quella sedia chiedendosi cosa voleva quello da lui. Era tutto cosi chiaro: suo fratello era morto e lui no, lui era sopravvissuto e ne doveva pagare il prezzo. Non poteva più stare bene, o, meglio, non voleva più stare bene. Doveva evitare ogni occasione per sentirsi contento, ed eliminare qualsiasi cosa, o persona, che potesserlo rendere tale.

 Il ragazzo si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra. Riavvolse la tapparella: gente passeggiava sul lungomare, godendosi la giornata festiva e il caldo sole di fine primavera. Davanti al chiosco dei gelati c’era un gruppo chiassoso di bambini in attesa. Una coppia si fermò d’improvviso e cominciò a baciarsi. Lui distolse lo sguardo, e lo indirizzò verso l’orizzonte.
C’erano state ragazze, naturalmente, sia a Venezia che a Bologna. Corpi che avevano nomi, ma lui non se li ricordava. Nessuna lo aveva fatto stare bene, e quindi nessuna era stata pericolosa. Qualche ora di esercizio fisico, ma nessuna incisione nella sua anima. Solo una volta, forse, una sua compagna di facoltà gli aveva fatto provare un piccolo senso di calore. Non aveva più voluto uscire con lei, e aveva cercato di evitarla anche durante le lezioni.

E ora Laura.

 Quando, dopo essersi laureato, aveva scelto questa piccola città per lavorare e cercare di sopravvivere, si era imposto di non allacciare rapporti con nessuno, se non strettamente legati al suo lavoro. Poi c’era stato lo stage a Milano, e l’incontro con quel ragazzo. E lui era stanco, e si era ricordato alla mattina che quel giorno era il compleanno di sua madre, e che comunque tutto sembrava non avere senso, e che forse era malato, di testa. Erano passati diciotto anni, per dio, non era forse ora di svestirsi dei panni di Luca e di lasciarlo andare? Non era forse tempo di lasciarsi andare?
Vito gli era sembrato da subito un ragazzo aperto, cordiale, ma non invadente. Parlare con lui era stato piacevole, anche se poi, quando si erano salutati, il vecchio meccanismo di difesa aveva preso il sopravvento e non gli aveva lasciato nessun recapito.
Vito gli aveva anche raccontato una cosa: quando aveva sette anni era morta la sua sorellina minore. Il fatto che stessero giocando insieme nel cortile di casa quando un’automobile in retromarcia l’aveva travolta, lo aveva fatto sentire per anni un sopravvissuto, lo aveva riempito di sensi di colpa. Ma crescendo aveva capito che non era dipeso da lui, e che non avrebbe potuto fare niente per evitare quella disgrazia.
Durante il viaggio di ritorno aveva riflettuto sulla strana coincidenza di quel racconto. Si era sentito vicino a Vito come non gli era mai capitato con nessun altro. Pur non essendo riuscito a condividere con lui la propria angoscia, si era sentito rassicurato dal pensiero che forse, se voleva, poteva uscirne.
Poi non ci aveva più pensato per mesi. La sua vita aveva continuato ad avere scansioni date dai ritmi del lavoro, dalle necessità fisiologiche, ritmi punteggiati ogni tanto da qualche uscita solitaria al cinema.
Aveva ritrovato il numero di telefono di Vito in fondo alla sua valigetta porta-computer, un mese prima. E dopo qualche giorno, quando ancora si era presentata quella fame dell’anima che lo assaliva sempre più frequentemente, lo aveva chiamato. C’erano state un paio di birre insieme, poi lui gli aveva fatto conoscere Laura.
Il ragazzo socchiuse gli occhi, mentre l’immagine della ragazza gli riempiva la mente. Sapeva di dover tener fissata in sé quell’immagine, e ricostruire gli avvenimenti della sera prima. Era consapevole di aver attraversato un confine e di essersi inoltrato in un territorio minato. Solo la reazione di Laura lo aveva fermato. Le carezze della ragazza sulla sua schiena nuda avevano spento a poco a poco la furia che si era scatenata nella sua testa, e che aveva ordinato alle mani di stringere sempre più forte. Quelle carezze lo avevano riportato al di qua della linea che aveva attraversato.

 Laura lo aveva colpito fin dalla prima volta. Non avrebbe saputo spiegarne il motivo: forse un certo balenio furtivo dello sguardo, forse l’insicurezza che trapelava da alcuni suoi gesti, un velato accenno di balbettio quando iniziava un discorso. Lei era all’esterno quello che lui era dentro di sé, quando non ce la faceva più a essere così duro verso se stesso, e si concedeva una tregua. L’elemento che a lui mancava, e di cui Laura era ricca, era la voglia di comunicare, di creare, nonostante la sua timidezza, un rapporto con il prossimo  e di cercare di accettare negli altri pregi e debolezze, senza giudicare. La prima sera che lui e Laura erano usciti da soli si era sentito rilassato, si era divertito veramente, era stato bene, insomma. E la vecchia voce che gli intimava di lasciar perdere, di non vederla più, era stata per una volta tacitata.
La sera precedente, quando Laura era arrivata a casa di Nicola, si era sentito elettrizzato, con un’aspettativa di qualcosa di nuovo che avrebbe potuto succedergli. Con il trascorrere della serata questa sensazione era andata aumentando, mentre scopriva nella ragazza sempre più cose che gli piacevano e che lo facevano sentire  bene. Poi nella testa aveva cominciato ad avvertire quel formicolio che lui conosceva da tanto, quella corrente distruttiva sua compagna da anni: lui era il ragazzo che non poteva star bene, che non poteva dimenticare. Cosa gli stava succedendo?
Aveva cercato di respingere quelle sensazioni. Aveva preso la mano di Laura e l’aveva stretta forte. Si era sentito meglio.
La barca era di un suo cliente; aveva sperato che il tambuccio fosse aperto, come quella volta che il proprietario gliel’aveva mostrata. Voleva stare un po’ solo con Laura, parlare ancora con lei. Voleva  fare l’amore con lei. Il desiderio si stava insinuando pian piano, non partendo dal basso, come succedeva sempre, ma irradiandosi dal centro del suo corpo, e riempiendolo.
Ma il senso di distruzione, quel formicolio, quella corrente, erano tornati. Quando Laura gli aveva parlato dell’argomento della sua tesi era rimasto sconvolto. Nella sua mente così confusa, in quel momento, gli era sembrato un segnale: lui non aveva chiesto aiuto, non le aveva raccontato niente, non voleva spiegazioni su quello che era accaduto a Luca. Perché lei continuava a parlargli di suicidio?
Aveva cercato di contenere la forza distruttiva che lo stava sommergendo. Si era concentrato sul desiderio che provava, per neutralizzare ogni altra cosa. Poi tutto era diventato caos: il corpo sotto di lui era vivo e vibrante, la gola un palpito caldo che lui doveva spegnere.

 Era rimasto sulla cuccetta fin quasi all’alba. Era poi tornato a casa, quella casa che aveva voluto anonima e grigia come il suo vivere. Erano passate diverse ore prima che ricominciasse a pensare.

 Il ragazzo continuava a guardare l’orizzonte. Sapeva che avrebbe dovuto cambiare città. Sapeva che il suo cammino da sopravvissuto doveva continuare da un’altra parte. Si rendeva anche conto, però, con una lucida consapevolezza, di essere malato e di non potere più farcela da solo. Non era mai stata sua intenzione far male ad altri, ma la sera prima era successo. La punizione che stava infliggendo a se stesso da una vita aveva coinvolto per la prima volta un’altra persona. Ma era vero che era la prima volta?
Il ragazzo pensò a suo padre e a sua madre. Aveva indissolubilmente legato anche loro alla condanna che si era imposto. Ma erano colpevoli? Li aveva condannati perché avevano cercato di addattarsi a una vita segnata dalla tragedia, o perché si era sentito abbandonato da loro, fin da quella prima volta, là, nell’armadio, e poi quando lo avevano costretto a fare psicoterapia, come a fargli capire che il problema non era più il loro, e poi, ancora, quando lo avevano mandato via, a Venezia?
Ma l’avevano veramente abbandonato? O era stato lui a lasciarli, fin dal momento della morte di Luca, e loro avevano poi solo compiuto atti d’amore nei suoi confronti? E in quale misura lui era colpevole per la morte del fratello? C’è colpa, nell’essere un sopravvissuto?
I pensieri si scontravano nella mente del ragazzo. Sapeva che non sarebbe bastato riflettere da solo sul suo passato per avere delle risposte. Capiva che forse doveva riallacciarsi a quelle radici da cui era partito.
In un film, che aveva visto poco tempo prima, l’amore era stato definito un groviglio di radici intrecciate, impossibili da districare, al di là degli eventi, anche quando tutto sembra mutato. Lui era legato alle radici di Luca, ma non era Luca. Con il gioco assurdo di presentarsi sempre con questo nome, non solo non aveva fatto rivivere suo fratello, ma aveva ucciso se stesso. Era ora di cambiare, di ritornare indietro.
“Io sono Edoardo”, disse ad alta voce.
Sapeva che non avrebbe più potuto rivedere Laura: le carezze non avevano certo mascherato il terrore che lei aveva provato in quei momenti.  Non poteva più rivedere nessuno del gruppo, anche se era abbastanza sicuro che la ragazza non avrebbe parlato di quello che era successo.
Ma si rendeva conto che aveva provato emozioni positive, con lei, e che quindi avrebbe potuto riprovarle con un’altra persona.
La luce del crepuscolo creava giochi d’ombra nella stanza. Sul lungo mare non c’era quasi più nessuno. La gente se ne stava tornando a casa.
Il ragazzo prese il cellulare e lo accese. Poi lo ripose.
“Pronto, sono Edoardo”  si disse.
Chissà se il numero era sempre quello?
Era ora di rientrare.
“Pronto, sono Edoardo” disse ancora.
Dal mare si levò un volo di gabbiani e l’aria si riempì del loro vocìo.
Era ora di tornare a casa.
Il ragazzo prese in mano il cellulare e compose un numero.
Sette squilli.
Poi una voce disse: “Pronto!”
“Ciao, mamma, sono Edoardo”, rispose il ragazzo.

Fine

Ed ecco la canzone...

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