Turno di notte

Il mese scorso ho partecipato a un simpaticissimo concorso: questo. Se leggete il bando, capirete perché lo definisco simpaticissimo.
Non ho vinto (qui potrete trovare i nomi dei vincitori e i loro racconti),  ma devo dire che mi sono divertita.
L’incipit è di Gianluca Morozzi (la parte scritta in corsivo) e il resto l’ho scritto io. Non è un gran che, ma che mi sono divertita a scriverlo è proprio vero.

Lui e Federico

Beh, questa cosa è decisamente strana. Sono in fila alla cassa del cinema
per fare il biglietto, quando d’un tratto mi si avvicina un tipo mai visto con la 
faccia più arrabbiata del mondo. E ringhia “Hai un bel coraggio a venire qui, Andrea!”
“Eh?” dico io, mentre le altre persone in fila ci guardano perplesse.
“Aspetta che Roberto scopra che sei qui, e poi vedrai” ruggisce il tipo, arrabbiatissimo. E poi scompare a passo svelto.
Ora, ho due domande nella testa.
Chi è Roberto?
E, soprattutto, chi diavolo sarebbe Andrea?
Io no di sicuro.
Almeno credo. Perché, ecco, a volte mi capita di chiedermi chi sono, ma son quelle domande che uno si fa quando è in fase meditativa, tipo da dove vengo, dove vado. E io chi sono, appunto. Soprattutto quando sto in bagno, me le faccio, queste domande, seduto sulla tazza, mentre attraverso l’oblò guardo la biancheria che gira nella lavatrice. Però, quella domanda lì, chi sono, intendo, non riguarda il nome, che so benissimo che mi chiamo Lorenzo Tirabassi, di anni trentadue, autista di autobus. E Roberto, poi, non conosco nessun Roberto, a parte un mio compagno delle elementari, che non vedo da… aspetta un po’…sì, da ventidue anni. È vero che gli rubavo sempre l’ovetto Kinder, ma  solo per la sorpresa, che a me la cioccolata al latte fa schifo e così la spiaccicavo nello zainetto della Sonia, ma che Roberto mi mandi un energumeno a minacciarmi dopo tutto ‘sto tempo mi sembra una roba, boh, fuori di testa. E poi, comunque, io non sono Andrea.
Un Andrea lo conosco, però. Sale sempre alla fermata San Pietro, quando faccio il turno di notte. La penultima corsa. Si appoggia alla sbarra che mi separa dai passeggeri e comincia a parlare. Avrà sui sessant’anni, una voce roca da sigarette e solitudine, abiti da Caritas, odore di vino cattivo. Racconta sempre la stessa cosa: di quando ha lavorato per Fellini, in Amarcord, e a mano a mano che va avanti non lo chiama più Fellini, ma Federico, e dice che erano grandi amici, lui e Federico, e che gli raccontava i suoi segreti, Federico, e che lui ci sta scrivendo un libro su quei segreti di Federico, che poi, se glielo pubblicano, lui non dovrà più prendere questo merdoso 20, dice, ma andrà in giro sempre in taxi. Scende al capolinea e ogni volta mi fa un cenno con la mano e dice: Mi chiamo Andrea. Io sto sempre zitto, che tanto a lui, l’ho capito, mica importa che io parli. E poi a questa storia di Fellini, io non ci credo. Figurati se Federico, cioè, se Fellini, gli raccontava i suoi segreti, a quello lì.
Ecco, come il solito mi son perso nei miei pensieri, e dire che non sono neanche in bagno. Son qui davanti alla cassa di un cinema, e adesso tiro fuori i soldi, che è arrivato il mio turno, e quello dietro di me sta già spingendo e la cassiera mi sta guardando male.
In sala non c’è molta gente, anche se è sabato sera. Mi siedo nell’ultima fila, che è vuota. Come il solito, sono l’unico spettatore a non avere compagnia. Anche se è sabato sera.
Chissà chi era quel tipo di prima? Un matto. Eh, se ce ne sono, di matti, in giro…
Andrea il solitario, penso subito dopo,  cioè, quello del mio autobus, che di quell’ altro Andrea là,  quello che se Roberto scopre che è venuto al cinema  ne fa un macello, non ne so niente.
Lorenzo il solitario, mi vien poi da dire. Perché, insomma, io avrò la metà degli anni del mio Andrea, per vestirmi vado all’outlet di Castel Guelfo, bevo solo acqua minerale o, al massimo, una Coca al McDonald di Via Indipendenza, ma non ho nessun  autista di autobus a cui raccontare storie nella notte. Ecco, un solitario come Andrea, ma ancora di più, che lui almeno ha me, con cui parlare. Di avventure da raccontare, nella mia vita, niente. L’unica è stata quella volta che ho investito un cane al Pilastro, e una donna mi ha sbattuto in testa il suo bastone, gridando come una pazza che ero un assassino. Come se l’avessi fatto apposta, ad investire il cane. 

E allora mi vien da pensare che  sarebbe bello che il tizio che mi ha aggredito prima cercasse proprio me, e che non fosse un fuori di testa come in realtà probabilmente era,  e che sarebbe bello se io fossi un criminale che chissà che ha fatto a quel Roberto, magari lui è un corriere della droga e io  dovevo consegnarne una partita, di droga, e invece me ne sono venuto a vedere un film. E, mentre le luci in sala si spengono e lo schermo si accende, rimango in attesa di un avventura impossibile. Aspetto Roberto, io.

 Ah, volete sapere qual è il film che sta per iniziare? È Amarcord. Da ieri, qui all’Odeon, c’è una retrospettiva dedicata a Fellini. A Federico, voglio dire.

Colonna sonora ovvia…

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Una risposta a Turno di notte

  1. Annalisa ha detto:

    Grazie della condivisione 🙂
    (si vede che ti sei divertita a scriverlo, ma infine, chi è Andrea? :-P)

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