No, non è cavalcare l’onda

donna-luna

Chi parla e scrive di violenza sulle donne viene accusato da alcuni di cavalcare l’argomento del giorno per ottenere consensi e, magari, tanti “mi piace” sui social network. Mi sembra un’accusa stupida e inopportuna, come se si dicesse che  chi scrive o fa film sulla mafia lo fa semplicemente per rendersi per acquistare più fama. Ma  nessuno accusa chi scrive di mafia di farlo per rincorrere popolarità (che sarebbe pazzesco, affermarlo), mentre ogni volta che si parla di femminicidio e di violenza  sulle donne si scatenano polemiche, a cominciare dai termini che vengono usati,  per poi puntualizzare sulla precisione dei dati statistici, e finire col dire che è solo un argomento di moda, che basta parlarne, che vengono uccisi anche gli uomini ecc.ecc. ecc. Comunque non mi voglio addentrare nel tema specifico: l’ho già fatto e lo stanno facendo ogni giorno donne e uomini  molto più capaci di me.
Voglio solo dire che ho notato una cosa, in questi giorni, scartabellando fra le mie cartelle word: ho notato  che contengono molti racconti, anche di qualche anno fa, in cui ho raccontato di violenza sulla donna. Davvero molti. E, allora, non era l’argomento del giorno, o, per lo meno, non se ne parlava tanto (e finalmente!) come oggi. Questo per riaffermare che femminicidi e violenze non costituiscono un’emergenza, non sono un nuovo fenomeno, voglio dire,  ma ci sono sempre stati: oggi, per fortuna, se ne parla e se ne scrive, sperando che davvero serva ad arginare, se non ad azzerare  uccisioni, violenze, minacce, ricatti.
Uno dei racconti che ho riletto recentemente è questo e lo ripropongo, augurando a tutti buona lettura.

Sorelle nell’ombra

Sono le sei. Le infermiere che hanno finito il turno stanno uscendo dal portone della clinica e  corrono scomposte verso il parcheggio, sotto la pioggia che ha ripreso a cadere.
Teresa si allontana dalla finestra e si siede accanto al letto della sorella. Le ombre della sera avvolgono malinconicamente la stanza. Indovina, più che vederlo, il viso di Antonietta, i capelli opachi sparsi sul cuscino, le palpebre abbassate, la pelle tirata sugli zigomi. “Sai, i dottori hanno detto che ti devo parlare, che devo cercare di farti svegliare raccontandoti cose. Ma io…io non sono mai stata brava a parlare”.
Si guarda le mani.
“A lavorare sì, quello l’ho sempre fatto dopo che nostro padre se ne è andato. Prima nelle case della gente, poi in fabbrica. Ho cominciato che tu avevi dieci anni. Io ne avevo quattordici. Andare a servizio, si diceva allora. Pulire, lavare, lucidare, stirare, e poi ricominciare tutto. E neanche un grazie, neanche un per favore. Portavo a casa i soldi, servivano, sai…. La mamma li prendeva, li divideva in mucchietti: questo per il fornaio, questo per il latte, questo per la bombola del gas. La luce della lampadina pioveva sul tavolo della cucina, e illuminava la testa della mamma, i tuoi capelli biondi che sfioravano il quaderno, e quell’aiuto che ogni settimana io riuscivo a dare.
Quando lei, la mamma, se ne è andata (ricordi quel giorno, la mamma di botto a terra, le sue mani che artigliavano il petto, il sibilo del suo respiro), ho avuto paura che ti portassero via, che mi separassero da te, che eri ancora una bambina.
Ecco perché l’ho cercato.
Ecco perché l’ho fatto tornare, il babbo”.
Teresa si stringe le mani in grembo. Sta lì, seduta accanto al letto di Antonietta, ne ascolta il respiro regolare. Sembra proprio che la sorella stia solo dormendo.

ti prego ti prego Teresa non parlare del babbo quando lui è tornato nella nostra casa è come se si fosse spento il sole sentivo l’odore delle sue sigarette dovunque quelle ore in cui tu eri al lavoro quei pomeriggi lontano dalla scuola tu non sai Teresa non sai l’orrore me lo porto ancora dentro ma non potevo raccontarti niente non mi avresti creduta e poi ti avrei dato un gran dolore con te lui era diverso non ti parlava quasi si faceva servire non ti guardava mai oh come avrei voluto che si comportasse così con me non più abbracci non più baci su tutto il viso non più schifose carezze e l’odore di fumo stantio addosso a me lui ansimante e quell’odore che mi entrava nei pori della pelle mentre mi prendeva il terrore che tu tornassi dal lavoro mentre lui mi teneva lì immobilizzata sul materasso del letto di mamma e scendessi all’inferno con noi

Un’infermiera si affaccia sulla porta:
“ Non stia lì al buio”, dice “ora le accendo la luce”.
Teresa stringe gli occhi.
La luce.
“Ti ricordi, Antonietta, la prima volta che abbiamo visto il mare? Ti ricordi come era forte la luce del sole, ti ricordi quel prato azzurro che non finiva più, e l’odore di pulito dell’aria? Avevi tredici anni, io avevo cominciato a lavorare in fabbrica, tu avevi appena preso la licenza media, e così, una domenica, siamo salite su un treno e siamo partite. Un giorno, una notte, lontano da casa. Lontano da lui”.
Taci, taci, si dice Teresa. Raccontale delle risate che avete fatto, delle scarpe piene di sabbia, del gelato che  ci sgocciolava sulle mani, di quella canzone, come faceva…
Tu, che mi sorridi verde luna… ti ricordi quella canzone, Antonietta?  Ti piaceva tanto, dicevi che ti faceva sognare. L’avevano messa in un film, con quell’attrice, ti ricordi, quella bella, con i capelli rossi, come si chiamava?…Avevi preso un po’ di colore in quei due giorni al mare. Eri bella. Ti ho guardato, quando siamo tornate a casa, mentre ti spogliavi per fare il bagno, e per un attimo ho avuto paura. Stavi diventando grande. Per un secondo, ma solo per un secondo, ho pensato che forse…lui…”.
Teresa si morde un labbro. Ancora una volta la sua voce va a sbattere contro l’argomento proibito, come fa una palla contro un muro, sbatte, e poi rimbalza.
Sono passati più di trent’anni. Ma il silenzio delle notti rotto dal respiro concitato del padre, le sue mani che la toccavano febbrili, e il peso del suo corpo che la opprimeva, non potrà mai dimenticarli.
“Sapessi quanto l’ho odiato”, e neppure si accorge di aver ripreso a parlare, “e quante volte avrei desiderato andarmene, sparire. Ma come avrei fatto, con te? Vedevo che a te lui voleva bene come a una figlia, ti coccolava, ti viziava come una bambina piccola. Sapevo che non ti avrebbe mai toccata. Ma non potevo lasciarti : tu volevi studiare, eri così brava a scuola, sei sempre stata tanto intelligente… I soldi che lui portava a casa, con i suoi lavoretti saltuari, bastavano a malapena per mangiare. Da grande, tu mi hai sempre detto che non parlavo mai di me, della mia vita sentimentale. Ma io non ho mai avuto un uomo, mai. Non ne sono stata capace, dopo che nostro padre…”

me la ricordo quella canzone Teresa la cantavo dentro di me mentre lui mi toccava cercavo di estraniarmi da quello che stava succedendo anch’io l’odiavo ma odiavo anche me la colpa doveva essere anche mia ero carina lo dicevano tutti mi mancava la mamma all’inizio ero stata contenta di essere la preferita mi accarezzava i capelli mi teneva in braccio mi metteva a letto e stava lì a guardarmi mentre mi addormentavo dopo ha cominciato a fare quelle cose e sapevo che con te non poteva farle perché non gli piacevi me lo diceva lei non è carina come te capisci io non potevo dirti nulla ho pensato di farlo quando ho finito l’università ma era tardi tu eri rimasta in quella casa lui si era ammalato e tu lì a curarlo non sarebbe servito a nulla parlarti

“Quando ti sei laureata avevo pensato di andarmene, di andare a vivere per conto mio. Poi lui si è ammalato. Tu avevi la tua professione, te ne andavi in giro per il mondo, e a lui chi ci avrebbe pensato? Ho sentito in bocca il sapore della vendetta, e non mi è piaciuto. Sono rimasta. Ma quando è morto, credimi, Antonietta, non mi sono disperata. Tu eri lontana, e così non ho neppure dovuto far finta di starci male”.

quel giorno ero a Detroit dopo la tua telefonata mi sono fatta portare in camera  una bottiglia  ho brindato alla sua fine dopo sono stata male Teresa ho fatto un gesto stupido brindare non serve dovevo ucciderlo dentro di me

Teresa stringe fra le sue la mano della sorella. La pelle è arida, le dita le si abbandonano sul palmo. Prende dal comodino un tubetto di crema idratante. Le massaggia il dorso delle mani, lentamente, con dolcezza. Le mani della sorella sono nude, prive di qualsiasi simbolo di legame. Anche tu, pensa Teresa, non hai un compagno. Anche tu, alla fine, hai solo me. Ed io ho te, ancora e sempre.
“Non so se tu puoi sentirmi, Antonietta, nemmeno i dottori lo sanno, ma ti giuro una cosa: se ti risvegli,  ti racconterò del babbo, sì, te lo racconterò. Voglio dividere con te questo dolore, credo sia giusto. Perché ti voglio bene.”

Teresa guarda oltre i vetri della finestra. La pioggia è cessata.
Nel cielo, un’immensa luna piena.
Non è verde, ma è una gran bella luna.

(da Donne, ricette, ritorni e abbandoni– Pendragon 2005)

Verde luna

 

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13 risposte a No, non è cavalcare l’onda

  1. cristina bove ha detto:

    Me lo ricordo bene, questo racconto dal tuo bel libro. E no, niente è cambiato negli anni, anzi nei secoli, e le donne vengono sempre violentate, uccise. Ma almeno adesso se ne parla.
    Femminicidio, ottimo termine per designare quanto agli uomini non capita mai. Anche io ho sentito dire che anche gli uomini sono vittime, ma trovo assurdo che non ci si documenti: cifre alla mano…
    Forse solo i bambini sono altrettanto vittime, maschi e femmine, di violenze, soprusi, sparizioni,. Pare che il commercio di pedopornografia e di organi siano piaghe di ogni paese, e non se ne parla mai abbastanza. Temo che ci sia una precisa volontà dietro questo silenzio.
    Ciao
    Cri

    • Milvia ha detto:

      Ottime osservazioni, Cristina cara. E sono contenta che tu consideri appropriato il termine “femminicidio”, contestato da molti. Senza dubbio i bambini sono altrettanto vittime, ma non solo dei crimini che elenchi, ma sono loro stessi vittime nei casi di violenza e femminicidio, quando è il padre a fare violenza e a uccidere la madre. In questi casi, come scrissi in un vecchio post, al reato di femminicidio si aggiunge quello di infanticidio: come può continuare a essere bambino chi sa che è stato il padre a privarlo della propria madre?
      Grazie del commento e della visita, Cri!

  2. Mirella ha detto:

    Straziante questo racconto, che ricordavo benissimo, insieme a molti altri altretanto belli.
    Mirella

  3. lucarinaldoni ha detto:

    Alcuni dei tuoi racconti più belli hanno come nucleo focale spazi fisici circoscritti e viaggiano e respirano sull’onda dei ricordi e delle emozioni. Come certi monologhi teatrali quasi senza scenografia, ma che catturano lo spettatore e non gli concedono un momento di disattenzione.

    Credo che sia il modo più giusto per parlare delle mute tragedie che attraversano tante vite col segno di fuoco del dolore, un dolore al quale si può cedere e perfino acconsentire (quante personalità masochistiche si creano in questo modo e per questa ragione…) o tentare una almeno simbolica ribellione morale.

    Non c’è bisogno di dire altro.

    Un abbraccio e un augurio di felicità (che non guasta mai).

    Luca

    • Milvia ha detto:

      Caro Luca, che lettore attento, sei… E non solo dei miei racconti, ma, quello che più importa, un attento lettore di vicende e drammi della nostra vita.
      Grazie per il commento, grazie per la vicinanza. Grazie per l’abbraccio e l’augurio: li ricambio entrambi.

  4. Anonimo ha detto:

    Ciao Milvia, anch’io l’avevo letto sul tuo libro questo racconto. E, come dice giustamente Cristina, non se ne parla mai abbastanza. Bravissima

  5. Anonimo ha detto:

    Scusa, mi sono dimenticata di firmare: Giovanna G.
    ciaoo

  6. Annalisa ha detto:

    Belle, davvero, quelle due voci alternate che costruiscono / ricostruiscono una vita. Efficaci. Brava (e grazie di aver condiviso ancora questo racconto).

  7. bastet ha detto:

    Milvia carissima non avevo mai letto un tuo racconto,un tuo libro.Questo racconto è bellissimo carico della drammaticità dei segreti che non saranno mai condivisi,serbati con vergogna,vissuti con colpa. Noi donne siamo sempre state maltrattate stuprate,picchiate ed uccise,ma siamo solo donne…anche ora,pagate meno dei maschi,dobbiamo lavorare il doppio per mostrare il nostro valore,sopportare la discriminazione,i sorrisini,se hai un momento,di stanchezza o di debolezza.Comunque se si va avanti di questo passo nel 2013 verrà superato il numero di femminicidi dell’anno precedente.Questo è veramente intollerabile.

    • Milvia ha detto:

      Cara Bastet, sono contenta che il mio racconto ti sia piaciuto, e ti ringrazio per le belle parole che mi regali. Ma soprattutto sono contenta che anche tu sia sensibile al problema, intollerabile, come giustamente scrivi, della vessazione che le donne devono subire. Purtroppo non tutte le donne lo sono.
      Un abbraccio.

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