Salam shalom

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Un post pubblicato l’8 aprile 2007

Salam Shalom!

Ecco, vi saluto così, oggi. Con queste due parole tanto simili, che hanno, credo, la stessa radice, pur appartenendo a due popoli diversi, e, purtroppo, ancora oggi nemici (o forse no, non sono i popoli, ad essere nemici).
Voglio iniziare con queste due parole di saluto augurale, quelle che più frequentemente ho ascoltato nel mio soggiorno in Israele. Con queste due parole che significano PACE.
Non mi soffermerò a raccontare dei luoghi specifici, dei villaggi con le loro case sparse sulle colline come greggi, delle chiese, delle sinagoghe, delle moschee… Senza dubbio vale anche per tutto questo visitare Israele.
Non cercherò neppure di fare un’analisi politica della situazione che incombe in quella nazione: non ne sono davvero in grado. Tutto sommato non ne so di più di quando sono partita dall’Italia.
Vorrei parlare di alberi, e di pietre. E di cemento.

Gli alberi della Foresta dei Giusti, sparsi intorno al Yad Vashem, il Memoriale della Sohah in Gerusalemme: ogni albero piantato per ricordare i non ebrei che hanno rischiato la loro vita per salvare fratelli ebrei durante l’aberrante periodo dell’olocausto. Tanti alberi, tanti nomi. Ma l’orrore per la ingiusta fine dei sei milioni di ebrei che nessuno è riuscito a salvare, non riesce a essere mitigato del tutto da questa area che pur sembra serena.
Altri alberi. Gli alberi della Foresta di Gerusalemme, che svettano  su una collina dove sorgeva un villaggio palestinese di agricoltori: di quel villaggio, ora, rimangono solo i segni delle coltivazioni a terrazza. Gli abitanti o sono stati massacrati, o sono stati costretti a fuggire dagli israeliani. Alberi, quindi, che sorgono su un terreno che gronda sangue.
Le pietre, labirinti di lapidi con incisi nomi e nomi e nomi, e ancora nomi: quelli degli ebrei morti nei campi di concentramento. Ci si aggira in Yad Vashem e ci si sente soffocare, sprofondare, ci si sente morire, sì, proprio morire, a scorrerli, a leggerne le date di nascita, a immaginarne i volti, le voci, la loro vita. La loro morte.
Altre pietre: quelle delle case di famiglie palestinesi, pietre che forse ancora sono impregnate dallo speziato profumo del cibo arabo: molte, troppe di queste pietre, ora, circondano la vita di famiglie israeliane, dopo che i legittimi proprietari sono stati costretti ad andarsene.
E poi.
Il  cemento: quello del “muro”, quello del muro di separazione, che è altissimo, orribile, che sembra davvero cancellare ogni speranza non solo di riconciliazione, ma ogni speranza di vita. Da una parte e dall’altra. Perché credo che sia per i Palestinesi, che non possono uscire dai villaggi segregati –i permessi vengono negati in maniera vergognosamente frequente- sia per gli Ebrei, questo sia il vero muro della vergogna. Perché penso, e in parte ho constatato, che anche tantissimi Israeliani ne siano sdegnati. Quello che ho provato trovandomici davanti non riesco neppure a raccontarlo.
Ah, anche di libri, vorrei parlare: quelli del periodo nazista, esposti al Yad Vashem. Libri per l’infanzia, libri scolastici dove l’ebreo era raffigurato in atteggiamenti ridicoli, lascivi, attraverso immagini caricaturali, in cui venivano portate all’eccesso e deformate le caratteristiche dei volti giudei. Ebbene, la stessa cosa si può notare ora nei testi adottati nelle scuole d’Israele: naturalmente è la caricatura dell’arabo, che vi compare.
E ora vorrei parlare di voci, e ancora di case. Le voci di amiche e amici israeliani e palestinesi che le mie due compagne di viaggio e io abbiamo incontrato. Certo, persone di cultura, insegnanti universitari, registi cinematografici, medici, traduttori. Ma non solo. Ci siamo imbattuti in taxisti, camerieri, mercanti dei souk,  e in  gente comune incontrata per la strada. Abbiamo parlato anche con loro, e non abbiamo mai trovato voci contrapposte, ma un’unica voce, un’unica domanda: perché ci deve essere una differenza che porta all’odio? si chiedono tutti. Che importanza ha se tu credi in un Dio, in un Profeta, e io in un altro? E in tutti, una perentoria affermazione: anche se del conflitto non si vede la fine, se sembra regnare solo la desolazione, non bisogna mai, in maniera assoluta, rinunciare alla speranza. Rinunciare a sperare vorrebbe dire morire.
E le case, poi: case di Palestinesi dove amici Ebrei sono invitati a cena, o per un the. E viceversa. I legami fra alcuni di loro sono nati in seguito a un lutto: famiglie ebree che hanno perduto una figlia in seguito a un attentato di un kamikaze (ricordate Nurit Peled, di cui ho scritto più volte?) e palestinesi che hanno avuto un figlio ucciso dall’esercito israeliano, o un parente ucciso da un colono. Esiste a questo proposito una bellissima associazione: Parent´s Circle, che accomuna  persone che hanno subito perdite a causa di una o dell’altra parte. E non mi sembra, questa, una cosa da sottovalutare.
Ho scoperto che ci sono molte altre associazioni, in Israele, che si battono per la convivenza pacifica dei due popili. Ho scoperto che non sono pochi i costruttori di Pace, anche se, spesso, devono pagare prezzi alti per questo loro atteggiamento.
E allora: nonostante i tanti soldati che si aggirano nelle città, nelle stazioni degli autobus, ovunque,  soldati che sembrano quasi adolescenti,  con le ragazze che portano fucili che paiono più grandi di loro; nonostante i controlli da parte della polizia ( a Haifa il primo giorno di Pesah, all’entrata di un parco per bambini controllavano tutti, dai neonati ai loro nonni);  nonostante le indubbie sopraffazioni dello stato di Israele nei confronti dei Palestinesi, nonostante i tanti accadimenti che non sembrano lasciare speranza, io sono felice di essere stata in Israele: forse ho capito che la stragrande parte della  popolazione, Ebrei e Palestinesi, non vogliono distruggersi a vicenda. Questo, ho capito. Forse mi sbaglio. Spero di no.

Corollari:
Un frate francescano originario di Treviso, ma  che vive a Gerusalemme, incontrato al Santo Sepolcro la domenica delle Palme, ha detto che Israele ha troppo memoria: non può continuare a crescere continuando a ricordare perennemente la Sohah. Questa sorta di celebrazione continua dell’olocausto impedisce una buona crescita, mantiene la paura, non permette una visione non offuscata dall’odio della Storia attuale. Non so se abbia ragione. Dimenticare quell’atrocità mi parrebbe blasfemo. Forse, però, trarre lezione da ciò che gli Ebrei hanno subito, per cercare di non essere a loro volta soprafattori e aguzzini, questo, sì, forse sarebbe giusto.
Altri hanno affermato che Israele è uno stato malato, uno Stato con un virus.

All’aeroporto di Tel Aviv, mi hanno bloccato a un controllo: avevano individuato dei libri che avevo in valigia: hanno voluto sapere che libri erano e dove li avevo acquistati. Francamente sono rimasta allibita: mi è sembrato un atteggiamento, quello delle guardie, più simile a quello di integralisti mussulmani.

Conversazione fra un signore italiano (Italia del nord) e una signora straniera (forse dell’Europa dell’Est) in fila in attesa dell’imbarco sul volo Vienna- Bologna
Lei: Ho visto molte cose, in Italia, ma più di tutte mi è piaciuta la Sicilia. La Sicilia è bellissima
Lui (con espressione un po’ schifata): sì, sì, sarà anche bella. Ma a me- (espressione schifata in aumento)- non interessa.
Ecco: avevo appena lasciato uno dei paesi più intolleranti del mondo, avendo ancora nel cuore e nelle orecchie parole di pace e tolleranza….Ma stavo tornando in Italia…
Ringrazio tutti coloro che mi hanno augurato buon viaggio. A chi ha parlato di coraggio da parte mia, posso solo dire che non ci vuole nessun coraggio, per andare là come turista. Il coraggio ci vuole per vivere in quella terra e continuare a sperare.

La foto che apre il post l’ho fatta davanti a a un pezzo di quel malefico muro. Per fortuna non è solo grigio, quello scempio. Ci sono tanti graffiti, lasciati da Palestinesi, e, spero, anche da Ebrei. L’immagine che ho scelto mi piace molto.  Sono contenta anche che rappresenti una donna, e spero che una donna l’abbia immortalata su quel cemento. Se riesco ne farò un poster. (*)

(*) Cosa che poi ho fatto, e da allora la riproduzione di quella foto, da me scattata in quell’ormai lontano aprile, sta sulla parete del mio studio.

Shalom Auschwitz

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9 risposte a Salam shalom

  1. margaret collina ha detto:

    bellissimo davvero Milvia!
    spero che il mio prossimo viaggio non sia quello verso il Paradiso…perché non vedo grandi prospettive.
    Ti abbraccio

  2. Stefano Mina ha detto:

    Ciao Milvia, come da tua richiesta lascio qua il mio commento. Se devo essere sincero anche io ho nostalgia di quando ci si trovava sui nostri rispettivi blog e ogni tanto – come hai fatto tu questa volta – cerco di spingere gli ” amici” di FB a fare un giro fuori da quella piattaforma, anche se devo dire con scarsi risultati… ma parliamo del tuo “pezzo” che ho trovato bellissimo e come sempre umanamente sincero, parole che naturalmente condivido in pieno; purtroppo gli anni passano e una soluzione “equa” fra palestinesi e israeliani sembra ancora difficile da trovare. Noi, d’altra parte ( seguendo il consiglio di Amoz os) non possiamo fare altro che stare dalla parte della pace anche se a me istintivamente verrebbe da schierami con i più deboli. Israele, e chiaramente mi riferisco alla politica che in questi anni ha governato quel paese, mi pare come quei poveri bambini violentati, abusati da degli adulti malati che una volta cresciuti tendono ad assumere le medesime sembianze, le medesime devianze dei loro aguzzini e questo è davvero triste perché la memoria serve sì per non dimenticare ma anche per capire che le strade da prendere debbano essere altre.

    Grazie Milvia per la tua sensibilità e il tuo essere sempre dalla parte della pace e della giustizia… mi fa stare bene. Ciao

    • Milvia ha detto:

      Come scrive anche Maria, il tuo paragone è davvero calzante. Ti ringrazio per le belle parole che sempre riesci a trovare, e non tanto per i tuoi generosi complimenti, ma per quella sintonia che avverto esistere sulla nostra concezione del mondo.
      Sento anch’io la nostalgia di quel tempo in cui, attraverso i blog, si poteva parlare con serenità, e si condividevano, idee e pensieri in maniera più profonda di quello che ci permette Facebook, dove tutto è veloce, dove tutto corre. Eravamo un bel gruppetto, ricordo.
      Mi ripropongo sempre di visitare altri blog, di lasciare… una traccia del mio passaggio. Poi il tempo mi risucchia, e allora c’è Facebook. È un peccato, però.
      Buona serata, caro Stefano!

  3. Maria ha detto:

    Milvietta, hai fatto bene a “ripostare” questo bellissimo articolo, in cui riesci a cogliere cose, situazioni e fatti di un territorio che racchiude una delle assurdità di questo tempo, in modo così pacato ma deciso al contempo. Ho trovato anche molto calzante il paragone che fa Stefano e forse.. anche molto veritiero
    Un abbraccio, brava per quello che dici e come lo dici!
    Maria

  4. alba ha detto:

    Grazie Milvia di condividere queste tue esperienze. Mi piace che dal post venga fuori così forte quell’idea che ho fatto mia da tempo, non sono le popolazioni ad odiarsi, sono i governi, che su queste divisioni fanno i loro sporchi affari e prosperano.

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Alba per la visita e per il commento. La tua considerazione mi trova assolutamente d’accordo: sono i governati e non i governati (per lo meno non tutti).

  5. Buonasera Milvia,mi piace molto quello che scrivi e il modo in cui riporti la tua esperienza e le tue riflessioni,pacate e decise allo stesso tempo.D’altra parte, e’fondamentale scegliere cosa dire e verso quali tematiche,ahimè ancora drammaticamente attuali, stimolare proprie e altrui meditazioni.Grazie per il tuo modo di ‘viaggiare’.Patrizia

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