Come quei maglioni

Vi sarà capitato di salire in soffitta (se avete una soffitta) o di scendere in cantina (che quasi tutti abbiamo), o di aprire un cassetto che da tempo rimaneva chiuso (le nostre case sono piene di cassetti  che rimangono chiusi per anni) e di iniziare a rovistare fra oggetti, lettere, partecipazioni di nozze di persone che si sono già separate, medaglie per premi di gare a cui neppure ci ricordiamo di aver partecipato, maglioni iniziati e mai finiti, sbocconcellati dalle tarme. Residui di un’altra vita, vuoti a perdere, fili interrotti.
A me capita, ogni tanto, di rovistare nei miei cassetti telematici.  E nel mio cassettino dei racconti, ci trovo cose iniziate qualche  anno fa,  e mai finite.
Come quei maglioni, ma senza  i mangiucchiamenti delle tarme.

E oggi,  sfragattando, ho trovato questi:

Il Sogno
Ricordi quel sogno che ti raccontavo? Sognavo che non mi amavi più, che un’altra tu chiamavi amore, che a un’altra tu dicevi “mia”. Ed era tanto intenso, il sogno, tanto violento, il dolore, che mi svegliavo con in bocca sapore di palude, e mi accostavo a te, cercando il tuo tepore, e ti svegliavo, la mano sul tuo viso, nella voce l’ansito della paura. Mi abbracciavi, mi dicevi: non accadrà mai, sarò sempre per te. Rassicurata mi riaddormentavo. Ma poi, altre notti, il sogno ritornava e si ripetevano i gesti, e le parole.
Forse è vero che il dolore uno se lo tira addosso, immaginandolo.
Chissà se la donna che ti vive ora accanto assomiglia a quella del mio sogno?
Io, intanto, ho smesso di sognare.

Il bambino rapito
Camminava, il bambino, gli occhi socchiusi per ripararsi dai pungenti fiocchi di neve che un vento gelido gli sbatteva sul viso. L’orlo della giacca a vento gli arrivava alle caviglie, le lunghe  maniche quasi strisciavano a terra.
Camminava, il bambino, e nella testa aveva pensieri che un bambino non dovrebbe avere. Soprattutto se è la notte di Natale.
Il bambino camminava e pensava che il mondo era cattivo, e che cattiva era la neve, così fredda e bianca. E che la notte, era cattiva, così silenziosa e nera.  E cattivo era il bosco, con quei fruscii e suoni sconosciuti che gli agghiacciavano il sangue.
Aveva paura, il bambino. Paura che gli uomini che lo avevano preso tanto tempo prima si svegliassero, e lo chiamassero con quelle loro voci che  ogni volta gli mangiavano il cuore. E si alzassero dai loro giacigli e uscissero dalla loro tana e cominciassero a correre per raggiungerlo e che all’improvviso una mano gli agguantasse una spalla. E che tutto quello che era iniziato quando ancora le foglie degli alberi erano verdi e verdi erano i prati e il cielo azzurro come gli occhi di sua madre ricominciasse.
Il bambino si era svegliato e aveva subito capito che c’era qualcosa di diverso nel suo corpo. Come se fosse più leggero, come se avesse potuto alzarsi senza dover chiedere aiuto ai suoi nemici.
Era rimasto fermo per un po’ di tempo, gli occhi spalancati nel buio, rischiarato appena dalla fiamma blu della stufetta a gas. Aveva sollevato un braccio e si era accorto che non c’era niente che gli impedisse quel movimento. Aveva mosso una gamba e poi l’altra. Niente corde, niente lacci. Il cuore aveva accelerato i battiti. Era scivolato fuori dal pagliericcio. Dei due uomini sentiva il respiro forte, riusciva a intravedere le loro sagome, distese  a terra, a poca distanza l’una dall’altra. C’erano bottiglie rovesciate sul pavimento, vicino a loro, e il bambino si ricordò che prima di addormentarsi li aveva sentiti, che bevevano e parlavano con voci che si facevano sempre più distorte.
Trattenendo il respiro aveva cominciato a muoversi.

Senza titolo
Lo so che oggi non verrai. Un presentimento, o, meglio una certezza che mi arriva da quella sorta di canale sensitivo che ci ha sempre uniti. Eppure sono qui. Come ogni anno. Da dieci anni.
C’è un cielo sporco di nuvole grigie, più adatto a una stagione autunnale. E invece.
Invece è il 23 luglio.

A parlare di soffitte, mi è venuta in mente
Mimì

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