La giusta scelta

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Questa è un’anteprima… mondiale: un raccontino scritto questa notte. Buona lettura!

 La giusta scelta

Era stato sveglio tutta la notte a pensarci, gli occhi spalancati che catturavano la  luce azzurrata del lampione in strada che filtrava dagli scuri solo accostati. E mentre si arrovellava su quale sarebbe dovuta essere la sua scelta, gli erano riaffiorate nella testa immagini di un tempo lontanissimo, che credeva perdute per sempre. Alcune avevano quella sorta di magia fumosa che gli innumerevoli anni trascorsi avevano collocato sulla linea di confine fra realtà e sogno. Altre gli procurarono una vertigine, altre ancora erano così brillanti che doveva socchiudere gli occhi. Davanti alle immagini più recenti, gli occhi li chiuse del tutto, come se, nello stringere le palpebre, potessero scomparire.

All’inizio di quella lunga notte aveva cominciato a pensare per prima cosa al colore. I colori lo avevano affascinato fin da piccolissimo: i vivaci colori dei vestiti della madre, quelli più sobri delle cravatte del padre, l’esplosione di colori che, quasi all’improvviso, trasformava il giardino in un caleidoscopio. E, più avanti, anche il colore dell’asfalto della strada dopo un temporale,  e  di  certi graffiti  dipinti sulle facciate delle case della sua città, e del bancone di legno del pub dove si era scolato, poco più che adolescente, le prime birre. Da piccolo aveva imparato a conoscere  i nomi dei colori ancor prima di quelli  dei nonni e degli zii. Iniziare a dipingere, mischiare e creare colori, era stata poi la logica conseguenza di quella fascinazione. Un  tempo aveva pensato che gli sarebbe piaciuto che uno di quei critici che tanto lo osannavano avesse battezzato un colore con il suo nome. Come era stato per Tiziano Vecellio, pensava.
Poi le cose erano andate in un altro modo.
Negli ultimi mesi il colore che più di frequente gli capitava di osservare era il marrone bruciato del bancone del pub, del suo ripiano segnato dall’alone lasciato da troppi bicchieri.
Doveva scegliere anche la forma. Che poi, la forma…, pensò, non è che ci sia tanta differenza  fra loro, nella forma.
Piuttosto la grandezza, si disse. E si concentrò, allora, sulla grandezza. E anche sui particolari che potevano caratterizzare le differenze.
Se la scelgo grande, pensò, il risultato sarà più sicuro. Anche se troppo grandi non mi sono mai piaciute. Rimase a pensarci a lungo, alla grandezza, senza riuscire a prendere una decisione. Ma d’altra parte non aveva ancora deciso nulla: né il colore, né la forma, né i particolari.
Il suono, pensò. Come dovrà essere? Quasi inavvertibile? sibilante, roco, vellutato, frusciante?
Se li immaginò tutte, quelle variazioni, ognuna di esse collegata a un’immagine del suo vissuto.
Lei che cosa avrebbe scelto? pensò. Come colore, il verde menta, forse, poi grande ma non troppo, e particolari che aggiungessero originalità. E il suono? Vibrante, pensò, lei avrebbe scelto, come suono, un suono vibrante.
Ma lei non c’era più, per scegliere. Lei non avrebbe mai più potuto fare nessuna scelta, neppure la più semplice.
Intanto la notte era arretrata per far posto a un alba che tingeva di un rosa smunto le lenzuola, che erano state scomposte dalla notte insonne.
Pensò che non aveva concluso niente. E gli venne in mente che scegliere non aveva poi tanta importanza. Non riusciva a capire come avesse potuto sprecare un’intera notte a lambiccarsi il cervello per qualcosa che non aveva importanza.
Vedrò al momento, disse ad alta voce. Quando sarò là, sentirò come un richiamo, pensò, e in quel momento sceglierò.
In cucina si preparò il caffé  e quando il caffé fu pronto lo versò nella tazzina dal manico rosso, e con lo zucchero abbondò come non era sua abitudine.
Si vestì con accuratezza: voleva fare buona impressione, e si mise perfino la cravatta, quella del matrimonio, color grigio argento con le righine blu.
Guardò l’orologio. Erano quasi le otto. Poteva andare bene, come orario. Anzi, pensò, come orario è perfetto.

Aspettò a lungo, in piedi sul cordolo dell’aiuola spartitraffico. Più di dieci minuti, aspettò, lo sguardo attento sul traffico dell’ora di punta che gli scorreva davanti.
Poi la vide: era proprio la prima della fila, e capì subito che era quella la giusta scelta, anche se non avrebbe saputo spiegarne il motivo. Era imponente, colore grigio scuro, o forse nero. Il suono non riusciva a distinguerlo, perché si mischiava agli altri suoni del mattino. Era a una trentina di metri di distanza e avanzava velocemente.
Quando gli fu quasi davanti lui le sorrise.
Poi si lanciò in mezzo alla strada.
Non ci fu rumore di frenata.
Solo uno strano suono ovattato, come quello che può fare un grande sacco colmo di panni che cade dall’alto.

Bologna, 21 febbraio 2014

La scelta della colonna sonora è stata difficile. Alla fine ho optato per questa.
Chissà se ho fatto la giusta scelta?

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9 risposte a La giusta scelta

  1. margaret collina ha detto:

    Che finale terribile e imprevisto! la parte dei colori è splendida, e sai cosa ho pensato cara e brava Milvia? che potresti pensare ad un racconto lungo, molto lungo chiamato “Colore”, prendendo spunto dal celeberrimo “Profumo”
    Un abbraccio

    • Milvia ha detto:

      Cara Margaret, grazie! Il tuo commento mi fa felice, ma non so proprio se riuscirei a scrivere un racconto come tu mi suggerisci… Non sono mica poi così brava…
      Ricambio l’abbraccio.

  2. maria vayola ha detto:

    E’ bello il tuo racconto Milvia, originale, con elementi a effetto dosati nella giusta misura e “colore”, riemerge quella tua capacità di riuscire a modulare gli elementi “forti” dei tuoi racconti in modo che non emergano mai come unici fulcri narrativi ma si sciolgano in qualcosa che se non li contrappone li addolcisce o li indurisce.
    Un abbraccio
    Maria

  3. MARA ha detto:

    Brava Milvia 🙂 adoro la tua scrittura: calda ed emozionante. Buona giornata e grazie.

  4. Annalisa ha detto:

    Be’, difficile commentare.
    Un crescendo angoscioso che ti tiene stretto a una lettura da fare con la fronte aggrottata. Perché capisci piano piano che ci sarà una conclusione triste. E poi cominci a pensare che la conclusione sarà tremenda.
    Ben scritto, proprio per il fatto che ti costringe ad arrivare in fondo anche se senti che non vuoi sapere la fine.

  5. annamaria sanguigni ha detto:

    Posso? Ho quasi paura di dire qualcosa di inopportuno in questa folla di cari amici e amiche. Il racconto è scritto bene, il finale s’immagina facilmente, ma la tensione è articolata con esperienza. Come mai un racconto così lucidamente tragico? Una notte insonne?

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