I miei ospiti di carta

Una sezione della mia libreria

Una sezione della mia libreria

Ho ripescato un post del marzo 2010, dove parlo dei libri che abitano la mia casa.
Ci sono solo due o tre cosette da aggiornare:
ad oggi, 4 marzo 2014, la mia libreria ospita 1793 volumi (e poi  ne ho in giro una decina ancora da archiviare) e il libro più datato risale al 1833 ed è questo: Walter Scott, Raccolta – Edito da G.Crespi.
Naturalmente i libri che nel vecchio post scrivevo che avrei acquistato, li acquistai allora. E di quegli autori ne sono usciti altri, che, logicamente, ho acquistato.

E questo è il vecchio post:

Da qualche giorno, in questa primavera che tarda ad arrivare, ho ripreso a riordinare la mia libreria, o meglio, ho ricominciato da capo, perché sto inserendo tutti i titoli, gli autori, anno di edizione ed editori nel computer. Fino adesso ho catalogato 423 volumi, e sono a meno di un terzo del lavoro.

Libri di mio nonno, di mia madre, i miei, di quando ero piccola, e poi adolescente, e poi adulta. Date che vanno dal 1898 (un’edizione de Le mie prigioni di Pellico, Casa editrice Guigoni,  per esempio, ma andando avanti so che ne troverò anche di più vecchi) al 2010.  I generi letterari più diversi: soprattutto narrativa, ma anche saggistica, politica, filosofia. E poesia, naturalmente. 

È straordinario riscoprire come mia mamma fosse una lettrice che spaziava ovunque, fin dalla  sua prima giovinezza: fra i suoi libri ecco tutto Shakespeare (nei vecchi indimenticabili volumetti della B.U.R.), e tanto Steinbeck, e Hemingwai, e Dostoevskij e Tolstoi e Platone, e London (amatissimo da mio nonno anarchico) e tutto Wodehouse,  ma anche Mura, e Annie Vivanti, e Guido da Verona, e tanto tanto Virgilio Brocchi, autore che poi, nella mia adolescenza, ho amato tantissimo anch’io, e che ora ho paura di rileggere, perché probabilmente ne rimarrei delusa. 
A mano a mano che i libri passano nelle mie mani, che li apro, che li sfoglio, che ne sento l’odore (che odore avranno gli e-book?)  la mente mi si riempie di pensieri e sensazioni, di nostalgie per le dediche amorevoli che la mamma mi faceva ogni volta che mi regalava un libro, per il mio nome che, lei o io, scrivevamo sul primo foglio bianco e che è cambiato con il mio crescere: prima Mil, in seguito Milvietta e poi Milvia (ma per mia mamma, fino all’ultimo, sono rimasta Mil).
Per poi arrivare a una completa mancanza di testimonianza di appartenenza.
Forse, la sensazione più grande è un senso di impotenza. Vorrei rileggere molti di quei libri, vorrei  rileggere Shakespeare, per esempio, e Mann, e tanti altri, vorrei rileggere La valle dell’Eden (*) e Il buio oltre la siepe.  E vorrei leggere libri che non ho mai letto, che ho comprato per motivi che più non ricordo, o quelli che ho comprato in questi ultimi due anni, tanti, troppi, forse. Ma non ci riuscirò mai, non è mica tanto, il tempo che mi rimane… E allora, prima, mentre riponevo quelli  già catalogati negli scaffali, mi è venuto da pensare che non ho rispetto per i miei libri: tenerli lì, senza leggerli, è come se arrecassi loro offesa. Il destino di un libro è farsi leggere, e… insomma, mi è venuta una grande tristezza, e ho pensato: non ne compro più, ora leggerò solo quelli che ho.  Ma so già che è un proposito che non manterrò. Eh, già, mi viene in mente proprio ora che non ho ancora acquistato I malcontenti il romanzo di Paolo Nori che è uscito pochi giorni fa, e che fra cinque giorni uscirà  Il cuore dei briganti di Flavio Soriga, e che in aprile a Bologna ci sarà Stefania Nardini 
a presentare il suo Jean Claude Izzo , e che in autunno (finalmente!) uscirà il nuovo romanzo di Remo Bassini, e che poi uscirà il prossimo Ricciardi di Maurizio de Giovanni, e poi  c’è Fharenheit con i suoi… maledettissimi libri del giorno, e ci sono le librerie che mi attirano come la luce le falene. Insomma, può un drogato anche se all’inizio di un suo proposito di redenzione, passare indenne in una strada dove si spaccia?  
Non può, io dico, no, non ci può riuscire…
Vorrei scrivere ancora dei pensieri che mi attraversano la mente in questi giorni di riordino. Ma scivolerei nel pianto, io credo.
E allora  basta.
Vorrei farvi sorridere, invece, mostrandovi  una dedica che ho trovato su un libro acquistato tantissimo tempo fa in una bancarella dell’usato (forse a Milano, forse avevo sui quattordici anni, forse allora la dedica mi suscitò un moto di derisione). Ora no: ora la leggo e mi fa sorride di un sorriso buono, ora la leggo e penso che è stata scritta nel 1927, e che la donna che l’ha scritta forse non c’è più, e non c’è più, forse, neppure il suo “scimmione”. E mi viene voglia di sapere di loro.  Del loro amore. Se vissero felici e contenti, vorrei sapere. 
Il libro è questo (**) e questa è la dedica:

per circa un’oretta
ritorna bambino
e leggi la fiaba
del bel Gelsomino.
Ma giunto alla fine
non trar la morale.
è fatta di nulla
penar ti fa male.
Ripeto è una fola
per questo l’invio
perché ti riposi
oh “scimmione” mio!
tua…  (non riesco a decifrare la firma, forse Maria, ma non sono sicura)

7 aprile 1927

E siccome sono in vena di malinconia direi che concludere con questa canzone (di cui riporto anche il testo) sia davvero  cosa adatta:

Inventario


Tre chiodi
due chiavi
una stanza

lo stereo che manda Jacques Brel

camicie
e rose appassite
un quadro di Giacomo Spazio

del vino
e un romanzo di Beckett

le mie quattro armoniche a bocca

e un libro sui fiori di Bach

un vecchio biglietto dell’Elfo

i neri stivali di sempre

due foto
una sveglia
ed un letto

e in mezzo io che penso a te

(*) Che ho poi riletto, come si può vedere qui

(**) A questo punto del  vecchio post avevo inserito la foto della copertina del libro, ma con il trasloco dalla piattaforma Splinder a WordPress è andata perduta (capita di perdere cose, quando si fa trasloco…) e io il titolo del libro, ora, non me lo ricordo proprio.

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6 risposte a I miei ospiti di carta

  1. Annalisa ha detto:

    Ah, come capisco. Anche se io non sono ancora riuscita a catalogare nemmeno la metà (ho fatto solo gli italiani, ma adesso dovrei aggiornare tutto…).
    Comunque, guarda, io non credo che i libri si offendano. Anzi! I miei, per esempio, nonostante io non riesca a dar retta a tutti, sono contenti e socializzano un sacco. Continuano a fare bambini…
    😉

  2. margaret collina ha detto:

    Che meraviglia Milvia! Tutto, l’articolo, la foto i versi….un libro meraviglioso che devi scrivere

  3. pieramariachessa ha detto:

    Sai dare voce ad ogni cosa, Milvia cara, con garbo e sensibilità. I libri, gli oggetti, i ricordi, le emozioni… tutto si anima nella tua scrittura, tutto parla e racconta di sé.
    Sì, a me sembra di ricordare il post del 2010, ricordo anche la dedica, mi aveva colpito e incuriosito.
    Ogni volta che vengo da te trovo sempre un ambiente accogliente ed ospitale. Grazie.
    Piera

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