Qui la gente va a dormire presto, la sera

Un racconto appena terminato. Lo dedico a tutte le donne che hanno il coraggio di cambiare il loro percorso di vita, e a tutti gli uomini che sono capaci di stare loro accanto.

Qui la gente va a dormire presto, la sera

Sai, qui la gente va a dormire presto.
Ecco perché già alle dieci di sera si vedono tutte quelle finestre buie, sulle facciate dei palazzi.
Qui, in questo quartiere, la gente va a dormire presto, la sera, perché presto, poi, deve andare al lavoro, la mattina, e il lavoro, il lavoro che fa la gente di questo quartiere, è un lavoro che prosciuga i polmoni, e le braccia le fa di piombo, e la schiena come fuoco. E così la testa, quando è sera, cerca solo il cuscino, dove affondare tutta la stanchezza e i pensieri che sono dentro la testa, pesanti come le braccia.
E quelli che un lavoro non ce l’hanno, anche loro, sai, vanno a dormire presto, la sera, in questo quartiere. Cercano il sonno per dimenticare che sono degli sconfitti, che sono dei derubati. E anche loro, quelli che il lavoro non ce l’hanno, si alzano presto. Perché il sonno non lo trovano mai, per tutta la notte lo inseguono, a volte è così vicino e sembra girarsi verso di loro per stringerli in un abbraccio, ma poi, in un batter di ciglia, il sonno si allontana. E così, non appena l’esangue luce dell’alba trapela dalle stecche delle tapparelle, gli sconfitti abbandonano le lenzuola che la notte insonne ha attorcigliato.
Poi ci sono i vecchi, che vanno a dormire presto. I vecchi hanno sogni che sono fatti di ricordi, e ci stanno dentro, in quei sogni, i figli ancora piccoli, i ventri delle donne che hanno amato, i viaggi in treno che li hanno portati lontano, il vigore del corpo che non sentiva stanchezza. E vanno a dormire presto, i vecchi, per ritrovare il tempo e le voci perdute. E si alzano presto, i vecchi, per l’abitudine che avevano quando vecchi non erano, e li aspettava il lavoro.
Ogni tanto, sulle facciate buie della case, si vede una luce azzurrata, che sembra danzare nel riquadro di una finestra. Qualcuno è ancora sveglio, anche se ormai la notte è arrivata a metà del suo cammino. Un televisore è acceso, sintonizzato su una di quelle reti bordello, dove il sesso delle donne e i loro seni, e le loro natiche, e le loro mani languide e invitanti riempiono lo schermo.
Dietro quelle finestre, ci sono uomini resi insonni da amori catodici, e che si porteranno a letto, ormai all’alba, pezzi anatomici di donne, senza aver memoria dei volti.

È un quartiere, questo, dove non ci sono donne, né bambini. Un quartiere di uomini, o forse dovrei dire di morti, perché, l’ho imparato troppo tardi, senza donne non ci può essere vita. Lo senti che silenzio, c’è tutt’intorno? Ci fossero donne si sentirebbero bisbigli, e risate, e suoni di pianto, e forse, a volte, sboccerebbe una canzone dai davanzali delle finestre.

Non era così, una volta. C’erano donne, e bambini, e piccoli giardini che mutavano colore ai cambi di stagione, e negozietti che vendevano generi alimentari, con la licenza passata di generazione in generazione, e c’era la donna che aggiustava le biciclette, nella piccola officina all’angolo della piazza, e le case erano più basse, e chissà come mai, allora, il cielo, visto da quelle case basse, sembrava più vicino che a guardarlo ora, da questi palazzi alti più di dieci piani.
E le finestre rimanevano accese, e potevi vedere ombre di donne che rigovernavano le stanze sporcate dagli uomini, che preparavano cibo che gli uomini avrebbero mangiato il giorno dopo, che cullavano figli avuti dagli uomini, ma di cui gli uomini non si prendevano cura.
Poi, in un mattina di maggio che era così splendente che sembrava la prima mattina del mondo, le donne sono uscite dai portoni delle case, tenendo i bambini per mano. E si sono ritrovate nella piazza del quartiere. Una di loro ha bussato contro la serranda della donna che aggiustava le biciclette, e lei ha tirato su la serranda, si è pulita le mani nere per il grasso di catena sulla tuta e ha preso per mano la donna che aveva bussato alla sua serranda, che era il suo amore nascosto. E poi tutte hanno cominciato ad andare, con indosso i loro vestiti variopinti e allegri e le più giovani sostenevano quelle anziane che facevano fatica a camminare. Ma tutte avevano le schiene diritte, e sulle labbra un canto represso pronto a sbocciare in un altro luogo, in un tempo a venire. Quando le donne hanno abbandonato la piazza, anche il sole ha abbandonato il cielo sopra questo quartiere, e tutto si è oscurato, come se quella fosse l’ultima mattina del mondo. Anche se, guardando lontano, verso gli altri quartieri, si vedevano brillare i vetri delle finestre, e il cielo era azzurro come mai lo si era visto.
Fra quelle donne c’era anche la mia donna, ed era mia, la bambina che lei teneva per mano, ed era la mia vita che con lei si stava allontanando. Ma questo l’ho capito solo più tardi.

I negozietti hanno chiuso di lì a qualche mese: a fare la spesa non ci andava più nessuno. Anche gli uomini avevano cominciato ad andarsene, ma non tutti insieme. Gli uomini se ne andavano uno alla volta, sgusciando dai portoni quando era notte, le schiene curve, gli abiti in disordine, perché nessuna donna se ne prendeva più cura.
Alla fine sono rimasto solo io, e non chiedermi la ragione, perché non te la saprei spiegare.
Quando sono arrivate le ruspe, per abbattere le case basse, per distruggere i giardinetti che mutavano colore ad ogni cambio di stagione, mi sono rifugiato nei sotterranei della metropolitana, quelli della fermata che avevano soppresso per mancanza di passeggeri. Vivevo fra i topi, ero diventato un topo io stesso, come un topo mi nutrivo di rifiuti. Il lavoro lo avevo perduto, i capi non sopportavano più la trascuratezza degli abiti e dei pensieri. Lo so cosa vorresti chiedermi: Ma le donne avevano importanza solo perché si prendevano cura di voi, della vostra casa, dei vostri figli?, vorresti chiedermi. E io, ti risponderei, se tu mi facessi questa domanda, che sì, era così che allora la pensavamo. Era questo che ci avevano insegnato nei secoli dei secoli.
Quando le ruspe se ne sono andate, e ciò che restava delle case basse e dei giardinetti è stato portato altrove, sono arrivate le imprese di costruzione: i palazzi alti e grigi, i parcheggi, il centro commerciale, e la grande fabbrica, quella che prosciuga i polmoni, e rende le braccia pesanti come piombo, e la schiena ardente come fuoco, hanno preso il posto delle case basse e dei giardinetti. Dove c’era l’officina della donna che amava un’altra donna, adesso c’è un locale con quattro macchinette, di quelle con cui puoi giocarci per ore, quelle che ti risucchiano soldi e cervello. Ed è lì che passano i giorni gli uomini che il lavoro non l’hanno, buttando via monete e quel che rimane della loro vita derubata.
Così gli uomini, che per la trascuratezza dei loro abiti e dei loro pensieri, avevano perduto il lavoro che svolgevano negli altri quartieri, sono ritornati a vivere qui, per trovare lavoro nella fabbrica mangia-anime.
Le donne no, non sono tornate le donne, e neppure i bambini, sono tornati. E alla sera, gli uomini che sono tornati a vivere in questo quartiere, vanno a dormire presto, perché stare svegli e ripensare a tutte le cose che non avevano capito, gli dà un tormento che gli fa arricciare il cuore.
E alla sera, io, che ho abbandonato i sotterranei della metropolitana e ora vivo in un palazzo grigio alto più di dieci piani, uguale a tanti altri di questo quartiere, vado a dormire presto, perché stare sveglio e ripensare a tutte le cose che non avevo capito, dà anche a me un tormento che mi fa arricciare il cuore. E alla mattina mi alzo presto, anche se la stanchezza mi consuma le ossa, perché adesso in quella fabbrica ci lavoro anch’io.
Eravamo un quartiere di uomini ciechi, e ora, ora che l’abbandono ci ha reso la vista, e delle donne abbiamo capito il coraggio, la forza, la ribellione ai ruoli che solo noi avevamo stabilito, ora siamo un quartiere di morti. Mi stai dicendo che dovremmo andare a cercare le nostre donne? Sono troppo lontane, ormai, e poi non abbiamo più niente da offrire, ti rispondo. Che nulla i morti possono dare.
Ma è ora che io inizi a tacere. Si è fatto tardi, sono quasi le dieci. E io, sai, vado a dormire presto, la sera. Così come fanno tutti gli uomini, in questo quartiere.

Bologna, 2-4 maggio 2014

Primavera, simbolo di rinnovamento

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5 risposte a Qui la gente va a dormire presto, la sera

  1. Mirella Giordani ha detto:

    Racconto molto suggestivo, non solo fantastico. E’ sicuramente vero che l’esclusione delle donne da molti settori della nostra società ha portato a una disumanizzazione della stessa, nella quale sempre più domina la legge del profitto, per pochi. E, per tutti, alla distruzione di ogni bellezza dalle nostre città e territori.

    • Milvia ha detto:

      Cara Mirellina, rispondo con un imperdonabile ritardo al tuo graditissimo commento (è trascorso un mese!). Ti ringrazio per aver colto con molta sensibilità i punti che, col mio racconto, volevo evidenziare.
      Un abbraccio

  2. amanda ha detto:

    Sì ma ora devi raccontarci di dove sono andate le donne, di come vivono. Il racconto è molto bello

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Amanda! Mi vergogno del ritardo della mia risposta… Ma per mesi ho messo a riposo il mio blogghino… Vuol dire che, per farmi perdonare, cercherò di scoprire dove se ne sono andate le donne… 🙂 Grazie! Mi piace moltissimo come scrivi, e quindi apprezzo in maniera particolare il tuo giudizio.
      Non so se mi leggerai, ma ti lascio qui l’augurio per uno splendido 2015.

  3. Nadia Collina ha detto:

    Cara Milvia,
    io arrivo ancora più tardi, tardi perché solo ora leggo questo bellissimo tuo racconto! Tardi perchè solo grazie ad una amica comune ho avuto il piacere di sapere della tua esistenza (e quasi me ne vergogno!). Tardi perché due anni sono due anni e in due anni di acqua sotto i ponti ne passa e ne è passata tanta! Tardi perché questo tempo parzialmente perso lo avrei trascorso arricchendomi della tua conoscenza e dei tuoi racconti che, veramente, si leggono tutti d’un fiato e ti entrano sotto la pelle rimanendo poi nascosti in un angolo del cuore per coccolarti nel momento del bisogno. Chissà se riuscirò a incontrarti! Sai, sono anch’io nonna, da un mese appena, e questa nuova attività mi riempe la giornata anche quando resto sola in casa con i pensieri sempre là, dalla piccola Arianna. Un saluto caro, e un abbraccio affettuoso! E dimenticavo, grazie per le coccole

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