Porrajmos

porrajmos

Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.
Ci possono calpestare,
ci possono sradicare, gassare,
ci possono bruciare,
ci possono ammazzare –
ma come i fiori noi torniamo comunque sempre… 
Karl Stojka)

C’è una data che accomuna due tragedie che ci riguardano (e sottolineo quel “ci”). L’anno è diverso, ma il giorno e il mese sono gli stessi: quella data è il due agosto. E se non c’è bisogno di spiegare quanto è avvenuto il due agosto 1980, in Italia, sarà bene soffermarsi sull’altro, dimenticato, due agosto: quello del 1944, quando 3.000 Rom vennero rinchiusi e uccisi nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz. Una data che l’intera etnia zingara non potrà mai dimenticare, e che non dovremmo dimenticare neppure noi, perché anche quella tragedia, “ci” riguarda, in quanto appartenenti a quella moltitudine di donne e uomini che va sotto il nome di Umanità.  Il due agosto di sessantanove anni fa si compiva l’ultimo atto dell’atroce operazione di sterminio della “razza zingara” da parte dei nazisti. Uno sterminio minore, come dimensioni, di quello subito dal popolo ebraico, ma l’orrore, minore, non deve essere. Nel corso della Seconda guerra mondiale fra Rom e Sinti, per lo più nei Lager, ne furono uccisi circa 500.000. Eppure, ancora oggi, non è che se ne parli molto.

C’è un termine, di lingua Romanì, con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale: Porrajmos o Porajmos.
Il termine può essere tradotto come “grande divoramento” o “devastazione”. Questo disegno genocida è definito da Rom e Sinti anche con il termine Samudaripen, che significa letteralmente “tutti morti” (da Wikipedia).
Ma quanti lo conoscono?
Sì, ormai tutti conosciamo (e per fortuna!) il termine ebraico Shoah, sul cui significato l’enciclopedia Treccani scrive:
Shoah:«tempesta devastante», dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11, con il quale si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale; è vocabolo preferito a olocausto in quanto non richiama, come quest’ultimo, l’idea di un sacrificio inevitabile.
E se tremo per l’orrore, quando il mio pensiero va ai sei milioni di ebrei sterminati dai criminali nazisti, e provo un dolore infinito quando penso alla “tempesta devastante” che ha reso l’umanità tutta più povera, perché messa davanti alla sua… disumanità, così, non posso fare a meno di tremare per l’orrore e provare un dolore infinito quando penso al “grande divoramento” subito dagli zingari.
E se piango leggendo e ascoltando testimonianze degli ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, come non piangere mentre leggo che:
Gli zingari ad Auschwitz, occupavano una sezione riservata esclusivamente a loro: il Campo BIIe. Qui furono completamente abbandonati a se stessi. Un testimone racconta, riferendosi a neonati zingari: «Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lì accanto ci sono le madri; occhi esausti e ardenti di febbre (…). Al muro sul retro è annessa una baracchetta di legno: è la stanza dei cadaveri. Ho già visto molti cadaveri nel Campo di concentramento, ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta più di due metri. Quasi tutti bambini, neonati, adolescenti. In cima scorrazzano i topi». Ma i morti non finiscono qui. Bisogna menzionare anche le 30.000 vittime dei Campi in territorio polacco di Sobibor, Treblinka e Maydanek. Anche l’Italia fascista non fu da meno. Nei Lager di Tossicia (Teramo) e Agnone (Campobasso) molti zingari morirono di fame e di sete. Un orrore che per troppi anni ha subito la sorte maledetta dell’oblio. Gli Zingari, un popolo antico e pieno di vitalità, hanno cercato di resistere alla morte, ma la crudeltà e la superiorità dei nazisti ha avuto il sopravvento. Talvolta, nel loro martirio, hanno trovato nella musica una qualche consolazione: affamati e laceri si radunavano fuori dalle loro baracche ad Auschwitz per suonare e incoraggiavano i bambini a danzare

Allora, oggi, 27 gennaio, giorno che dal 2005 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Giornata della Memoria (come si sa il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz), oggi, dicevo, insieme a tutte le vittime dei campi di sterminio nazisti (omosessuali, malati di mente, testimoni di Geova, dissidenti politici) ho voluto, in particolare, ricordare loro: gli zingari. Vittime dimenticate, o quasi.
Basta infatti pensare che solo nel 1980 il governo tedesco ha ammesso ufficialmente che gli zingari nel periodo tra il 1936 e il 1944 hanno subito una “persecuzione razziale”. A tutt’oggi il popolo Rom non ha ancora ricevuto alcun risarcimento per i beni confiscatigli dai nazisti. Neanche la consolazione della giustizia. Nei vari processi contro i nazisti responsabili di crimini contro l’umanità, primo tra tutti quello di Norimberga, mai nessuno si preoccupò di sentire la testimonianza di uno zingaro. Al processo di Gerusalemme, nonostante Eichmann si fosse dimostrato consapevole delle pratiche di deportazione degli zingari, il capo di imputazione che riguardava questo argomento venne annullato. Nessun responsabile fu chiamato a rendere conto dello sterminio degli zingari e dopo la guerra personaggi come Eva Justin o il dottor Ritter continuarono indisturbati la loro attività di ricerca.

Già, soffermiamoci su questi due nomi di criminali: la ricercatrice Eva Justin e il dottor Ritter, che dovrebbero suscitare lo stesso raccapriccio di quello suscitato quando sentiamo il nome del dottor Josef Mengele. Ecco, qui si parla i loro:

Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama «Zigeuner», gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.
I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l’inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.
Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l’arrivo al campo di concentramento. Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.

Questa storia, insieme a molte altre, è riportata da Carla Osella nel suo libro Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore nel 2013.
Concludendo questo lungo post, mi viene da dire, ancora una volta, che un giorno non basta, che ricordare e stare all’erta, dobbiamo sempre, anzi, oggi più che mai: se ho, se molti di noi hanno esultato per la vittoria di Tsipras in Grecia, con sgomento devo prendere nota che un partito neo-nazista come Alba Dorata, non solo esiste, ma, in Grecia, è il terzo partito. E che anche in Italia esistono politici, di cui mi rifiuto di fare il nome (ma ci siamo capiti, no?), che basando la loro sempre aperta campagna elettorale sul razzismo, stanno guadagnando consensi. Molti dicono che l’orrore che ha attraversato gli anni del nazismo non potrà più tornare: ma io mi chiedo su cosa si basa questa sicurezza. A volte, quando mi guardo intorno, quando ascolto certe affermazioni, quando leggo le dichiarazioni di certi politici, penso che questa sicurezza abbia, alla fine, i piedi di fragile argilla. Se la memoria si assopirà, se non porremo attenzione, tutti si potrà ripetere.

Vi lascio con uno spezzone di un film bellissimo, dove zingari ed ebrei suonano insieme:
Train de vie

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Vita da donna

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Una risposta a Porrajmos

  1. pieramariachessa ha detto:

    Ho letto il tuo coinvolgente articolo con grande interesse, come sempre, e come sempre mi ha colpito molto la tua umanità, la propensione a capire l’altro e a provare rammarico, e spesso indignazione, davanti ad ogni tipo di ingiustizia. Sono d’accordo, si è sempre parlato poco e poco si parla ancora dello sterminio dei Rom e dei Sinti, argomenti forse scomodi per alcuni, grazie per averne parlato in modo così approfondito.
    Ciao.
    Piera

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