Cari scrittori che mi hanno accompagnata verso la primavera

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Ecco le mie letture dei mesi di febbraio e marzo. Si continua proprio bene, devo dire! Ve le presento attraverso i loro incipit. Quello che mi dispiace, e tanto, perché ho perso diverso tempo nella loro ricerca, è che non riesco più a inserire i link: avevo cercato, relative ai libri che ho citato, diverse recensioni e notizie sugli autori e i traduttori. Ma,porcaccia la palettina, niente, non riesco a inserirle. E per quanto riguarda le foto, più di una non riesco a pubblicarla. Non so se dipende dal mio portatile, o da cosa. Quindi eccovi un post un po’sguarnito. Ma i libri che cito, però, ve li consiglio tutti.

Ultime notizie di una fuga di Valerio Varesi (ristampa Frassinelli 2014)
Il rinculo della frenata lo risvegliò dal torpore nel quale aveva indugiato per buona parte del viaggio. Sotto la pensilina cercò con lo sguardo l’avvocato Tobia senza trovarlo. Aveva voglia di mangiare al Milord s avrebbe preferito farlo in sua compagnia. Fuori dalla stazione si accese un toscano dopo averlo passato fra le labbra. I giornali gridavano: « Novità sulla famiglia scomparsa». Comprò una copia e se la mise sotto il braccio avviandosi al ristorante.

Notte buia, niente stelle di Stephen King – Traduzione di Wu Ming 1 (Sperling & Kupfer 2013)
Mi chiamo Wilfred Leland James. Questa è la mia confessione. Nel giugno del 1922 uccisi mia moglie, Arlette Christina Winters James, e mi liberai del cadavere gettandolo in un vecchio pozzo. Mio figlio, Henry Freeman James, mi aiutò a compiere il crimine, ma aveva quattordici anni e non va ritenuto responsabile. Fui io a plagiarlo, facendo leva sulle sue paure e vincendo, in un paio di mesi, ogni sua naturale resistenza.

Stagioni diverse di Stephen King– traduzioni di Bruno Amato, Paola Formenti, Maria Barbara
Piccioli (Sperling e Kupfer 2013)
Uno come me, sono sicuro, c’è in ogni prigione d’America, statale o federale –io sono quello che vi procura la roba. Sigarette confezionate o spinelli- se è quello il vostro debole- una bottiglia di brandy per festeggiare il diploma del figlio, o della figlia, praticamente qualsiasi cosa… nei limiti del ragionevole, cioè. E non sempre è stato così. Sono arrivato a Shawshank che avevo appena vent’anni e sono uno dei pochi della nostra felice famigliola disposto a riconoscere che ha fatto quello che ha fatto.
(devo dire che sto acquisendo una vera e propria King-dipendenza)

Una per mille di Cristina Bove (edizioni Smasher 2013)
L’uomo nero era il carbonaio del fondaco di via San Gregorio Armeno. Viveva nella stalla con i cavalli alti e neri, sempre a masticare biada con la testa nel sacco. Lui invece il sacco lo portava sulla testa a fargli da cappuccio fino alla schiena.
Sua moglie, guercia e butterata, vendeva il ghiaccio tritato in un grottino nel quale si scendevano tre gradini guerci anch’essi.

(Grazie, Cristina, amica cara: ho scoperto cose di te che non sapevo e che hanno aumentato il mio affetto e la mia stima)

Vite sbobinate e altre vite di Alfredo Gianolo (Quodlibet 2013)
Oddone Nalìn Le Sfumature della nebbia
Le insidie del Po sono tantissime. C’erano di quelli che si tuffavano senza sapere che c’era sotto perché l’acqua era torbida e potevano esserci dei tronchi d’albero o altri pericoli nascosti.
Il Po è calmo e sereno e si allontana pian piano. Con amici andavamo in barca verso Luzzara e Guastalla e poi ridiscendevamo la corrente.

(Grazie a Paolo Nori: è da lui che ho sentito parlare per la prima volta di questo piccolo gioiello).

Sei per la Sardegna di Francesco Abate, Alessandro De Roma, Marcello Fois, Salvatore Mannuzzo, Michela Murgia, Paola Soriga (Einaudi 2014)
Dal racconto Grilli in testa di Paola Soriga:
C’era un’amica di mia namma che, per le vacanze di natale, veniva sempre a trovarci il 26, di pomeriggio tardi, e mi regalava un libro. Veniva da sola, carica di borse e scialli e un profumo speziato, aveva uno spazio fra i denti davanti che rendeva il suo sorriso bellissimo e unico. Portava un regalo per tutti e noi ne davamo uno a lei, di solito erano cose che sceglieva mia mamma, dei saponi dell’erboristeria, delle collane del negozio qui dietro che, secondo me, lei non metteva mai.

Stoner di John Williams – traduzione di Stefano Tummolini (Fazi 2012)
William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Minimum fax 2012)
Una notte l’infermiera si affacciò alla finestra del reparto e vide il furgone di lui fuori dall’ospedale. Gli abbaglianti lampeggiarono tre volte, poi si accesero di nuovo quando lei alzò il braccio per salutare. Chiese il cambio alla sua collega e scese per le scale di servizio fino all’ingresso fornitori, e lì, sotto una pioggia autunnale, l’uomo abbassò il finestrino e le disse di aver preso delle decisioni. L’infermiera lo squadrò, incerta se credergli o meno.
(Grazie, Mirella, per avermi prestato questo bel romanzo!)

Cenere calda a mezzanotte di Savina Dolores Massa (Il Maestrale 2013)
Spacciata.
Angelo, di soli due anni, guardò suo padre e l’imtero significato di quella parola. Li vide malamente ingobbiti su una sedia, accanto all’insonnia della credenza.
Ignorò il pallore nei volti dei fratelli Giomaria e Chicchino, di quindici e dodici anni, ricordò invece una notte non vecchia, quando da un sogno aveva compreso che entrambi non sarebbero morti piccoli.

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Lettera al mio piccolo Teo

Il tenerissimo regalo per Teo creato dalla mia cara amica Raffaela Pani

Il tenerissimo regalo per Teo creato dalla mia cara amica Raffaela Pani

Mio caro piccolo Teo,
ti conosco da meno di ventiquattrore, ma so già che ti amerò fino a che avrò vita. E non perché sei bello (lo sei tantissimo), ma perché mi hai regalato un ruolo che per tanto tempo ho pensato che non avrei mai vissuto. Perché sei la vita che continua, sei primavera, sei cielo senza nuvole, sei sole, sei sorriso nei giorni che verranno. Sei.
Mi sembra ieri, sai, che ho conosciuto il tuo papà. Il primo ricordo che ho di lui è il suo sguardo. Era nato da pochi  minuti, e lo teneva in braccio il suo papà (che poi sarebbe il tuo nonno), e ho avuto l’impressione vivissima che mi guardasse con quei suoi occhi scuri e che, nel suo sguardo, ci fosse meraviglia e curiosità, ci fossero tante domande che volevano risposte. Non mi dimenticherò mai quel momento magico.
Tu, piccolino, ieri, quando ti ho conosciuto, stavi dormendo tranquillo, la manina chiusa a pugno contro la guancia, come se, nel sonno, tu stessi meditando. Un piccolo filosofo, ho pensato.
Sono tante le emozioni che mi attraversano, piccolo Teo.  Penso con timore se riuscirò a essere una brava nonna, per te. Lo stesso timore che ho provato tanti anni fa, in un’alba di settembre, quando,  tenendo fra le braccia il tuo papà, mi chiedevo se sarei stata una brava madre. E ancora me lo chiedo, sai, se lo sono stata.
Posso solo farti un augurio, piccolino: che tu riceva tanto amore. Che tu abbia un’infanzia felice,  che le strade che attraverserai siano prive di ostacoli, che ogni giorno, anche quando sarai grande, tu abbia un motivo per sorridere.  E che il mondo, per te, e per tutti gli altri piccolini come te, diventi un posto bello dove stare.
Credo di non avere niente da insegnarti, tesoro mio. Ma ci sarò, per te, sempre. Ecco, forse qualcosa ti trasmetterò: l’amore per la lettura. Sarò la tua nonna lettrice. 1013764_592361154184978_185896216_n
Tutto il resto te lo insegneranno mamma Marta e papà Alex, gli altri nonni e tutte le persone che già da ora ti vogliono un bene immenso.

Benvenuto, Teo!
La tua nonna  Milvia

P.S.: Qualche ninna nanna, tutte per te:
ascolta, piccolino!

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I miei ospiti di carta

Una sezione della mia libreria

Una sezione della mia libreria

Ho ripescato un post del marzo 2010, dove parlo dei libri che abitano la mia casa.
Ci sono solo due o tre cosette da aggiornare:
ad oggi, 4 marzo 2014, la mia libreria ospita 1793 volumi (e poi  ne ho in giro una decina ancora da archiviare) e il libro più datato risale al 1833 ed è questo: Walter Scott, Raccolta – Edito da G.Crespi.
Naturalmente i libri che nel vecchio post scrivevo che avrei acquistato, li acquistai allora. E di quegli autori ne sono usciti altri, che, logicamente, ho acquistato.

E questo è il vecchio post:

Da qualche giorno, in questa primavera che tarda ad arrivare, ho ripreso a riordinare la mia libreria, o meglio, ho ricominciato da capo, perché sto inserendo tutti i titoli, gli autori, anno di edizione ed editori nel computer. Fino adesso ho catalogato 423 volumi, e sono a meno di un terzo del lavoro.

Libri di mio nonno, di mia madre, i miei, di quando ero piccola, e poi adolescente, e poi adulta. Date che vanno dal 1898 (un’edizione de Le mie prigioni di Pellico, Casa editrice Guigoni,  per esempio, ma andando avanti so che ne troverò anche di più vecchi) al 2010.  I generi letterari più diversi: soprattutto narrativa, ma anche saggistica, politica, filosofia. E poesia, naturalmente. 

È straordinario riscoprire come mia mamma fosse una lettrice che spaziava ovunque, fin dalla  sua prima giovinezza: fra i suoi libri ecco tutto Shakespeare (nei vecchi indimenticabili volumetti della B.U.R.), e tanto Steinbeck, e Hemingwai, e Dostoevskij e Tolstoi e Platone, e London (amatissimo da mio nonno anarchico) e tutto Wodehouse,  ma anche Mura, e Annie Vivanti, e Guido da Verona, e tanto tanto Virgilio Brocchi, autore che poi, nella mia adolescenza, ho amato tantissimo anch’io, e che ora ho paura di rileggere, perché probabilmente ne rimarrei delusa. 
A mano a mano che i libri passano nelle mie mani, che li apro, che li sfoglio, che ne sento l’odore (che odore avranno gli e-book?)  la mente mi si riempie di pensieri e sensazioni, di nostalgie per le dediche amorevoli che la mamma mi faceva ogni volta che mi regalava un libro, per il mio nome che, lei o io, scrivevamo sul primo foglio bianco e che è cambiato con il mio crescere: prima Mil, in seguito Milvietta e poi Milvia (ma per mia mamma, fino all’ultimo, sono rimasta Mil).
Per poi arrivare a una completa mancanza di testimonianza di appartenenza.
Forse, la sensazione più grande è un senso di impotenza. Vorrei rileggere molti di quei libri, vorrei  rileggere Shakespeare, per esempio, e Mann, e tanti altri, vorrei rileggere La valle dell’Eden (*) e Il buio oltre la siepe.  E vorrei leggere libri che non ho mai letto, che ho comprato per motivi che più non ricordo, o quelli che ho comprato in questi ultimi due anni, tanti, troppi, forse. Ma non ci riuscirò mai, non è mica tanto, il tempo che mi rimane… E allora, prima, mentre riponevo quelli  già catalogati negli scaffali, mi è venuto da pensare che non ho rispetto per i miei libri: tenerli lì, senza leggerli, è come se arrecassi loro offesa. Il destino di un libro è farsi leggere, e… insomma, mi è venuta una grande tristezza, e ho pensato: non ne compro più, ora leggerò solo quelli che ho.  Ma so già che è un proposito che non manterrò. Eh, già, mi viene in mente proprio ora che non ho ancora acquistato I malcontenti il romanzo di Paolo Nori che è uscito pochi giorni fa, e che fra cinque giorni uscirà  Il cuore dei briganti di Flavio Soriga, e che in aprile a Bologna ci sarà Stefania Nardini 
a presentare il suo Jean Claude Izzo , e che in autunno (finalmente!) uscirà il nuovo romanzo di Remo Bassini, e che poi uscirà il prossimo Ricciardi di Maurizio de Giovanni, e poi  c’è Fharenheit con i suoi… maledettissimi libri del giorno, e ci sono le librerie che mi attirano come la luce le falene. Insomma, può un drogato anche se all’inizio di un suo proposito di redenzione, passare indenne in una strada dove si spaccia?  
Non può, io dico, no, non ci può riuscire…
Vorrei scrivere ancora dei pensieri che mi attraversano la mente in questi giorni di riordino. Ma scivolerei nel pianto, io credo.
E allora  basta.
Vorrei farvi sorridere, invece, mostrandovi  una dedica che ho trovato su un libro acquistato tantissimo tempo fa in una bancarella dell’usato (forse a Milano, forse avevo sui quattordici anni, forse allora la dedica mi suscitò un moto di derisione). Ora no: ora la leggo e mi fa sorride di un sorriso buono, ora la leggo e penso che è stata scritta nel 1927, e che la donna che l’ha scritta forse non c’è più, e non c’è più, forse, neppure il suo “scimmione”. E mi viene voglia di sapere di loro.  Del loro amore. Se vissero felici e contenti, vorrei sapere. 
Il libro è questo (**) e questa è la dedica:

per circa un’oretta
ritorna bambino
e leggi la fiaba
del bel Gelsomino.
Ma giunto alla fine
non trar la morale.
è fatta di nulla
penar ti fa male.
Ripeto è una fola
per questo l’invio
perché ti riposi
oh “scimmione” mio!
tua…  (non riesco a decifrare la firma, forse Maria, ma non sono sicura)

7 aprile 1927

E siccome sono in vena di malinconia direi che concludere con questa canzone (di cui riporto anche il testo) sia davvero  cosa adatta:

Inventario


Tre chiodi
due chiavi
una stanza

lo stereo che manda Jacques Brel

camicie
e rose appassite
un quadro di Giacomo Spazio

del vino
e un romanzo di Beckett

le mie quattro armoniche a bocca

e un libro sui fiori di Bach

un vecchio biglietto dell’Elfo

i neri stivali di sempre

due foto
una sveglia
ed un letto

e in mezzo io che penso a te

(*) Che ho poi riletto, come si può vedere qui

(**) A questo punto del  vecchio post avevo inserito la foto della copertina del libro, ma con il trasloco dalla piattaforma Splinder a WordPress è andata perduta (capita di perdere cose, quando si fa trasloco…) e io il titolo del libro, ora, non me lo ricordo proprio.

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La giusta scelta

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Questa è un’anteprima… mondiale: un raccontino scritto questa notte. Buona lettura!

 La giusta scelta

Era stato sveglio tutta la notte a pensarci, gli occhi spalancati che catturavano la  luce azzurrata del lampione in strada che filtrava dagli scuri solo accostati. E mentre si arrovellava su quale sarebbe dovuta essere la sua scelta, gli erano riaffiorate nella testa immagini di un tempo lontanissimo, che credeva perdute per sempre. Alcune avevano quella sorta di magia fumosa che gli innumerevoli anni trascorsi avevano collocato sulla linea di confine fra realtà e sogno. Altre gli procurarono una vertigine, altre ancora erano così brillanti che doveva socchiudere gli occhi. Davanti alle immagini più recenti, gli occhi li chiuse del tutto, come se, nello stringere le palpebre, potessero scomparire.

All’inizio di quella lunga notte aveva cominciato a pensare per prima cosa al colore. I colori lo avevano affascinato fin da piccolissimo: i vivaci colori dei vestiti della madre, quelli più sobri delle cravatte del padre, l’esplosione di colori che, quasi all’improvviso, trasformava il giardino in un caleidoscopio. E, più avanti, anche il colore dell’asfalto della strada dopo un temporale,  e  di  certi graffiti  dipinti sulle facciate delle case della sua città, e del bancone di legno del pub dove si era scolato, poco più che adolescente, le prime birre. Da piccolo aveva imparato a conoscere  i nomi dei colori ancor prima di quelli  dei nonni e degli zii. Iniziare a dipingere, mischiare e creare colori, era stata poi la logica conseguenza di quella fascinazione. Un  tempo aveva pensato che gli sarebbe piaciuto che uno di quei critici che tanto lo osannavano avesse battezzato un colore con il suo nome. Come era stato per Tiziano Vecellio, pensava.
Poi le cose erano andate in un altro modo.
Negli ultimi mesi il colore che più di frequente gli capitava di osservare era il marrone bruciato del bancone del pub, del suo ripiano segnato dall’alone lasciato da troppi bicchieri.
Doveva scegliere anche la forma. Che poi, la forma…, pensò, non è che ci sia tanta differenza  fra loro, nella forma.
Piuttosto la grandezza, si disse. E si concentrò, allora, sulla grandezza. E anche sui particolari che potevano caratterizzare le differenze.
Se la scelgo grande, pensò, il risultato sarà più sicuro. Anche se troppo grandi non mi sono mai piaciute. Rimase a pensarci a lungo, alla grandezza, senza riuscire a prendere una decisione. Ma d’altra parte non aveva ancora deciso nulla: né il colore, né la forma, né i particolari.
Il suono, pensò. Come dovrà essere? Quasi inavvertibile? sibilante, roco, vellutato, frusciante?
Se li immaginò tutte, quelle variazioni, ognuna di esse collegata a un’immagine del suo vissuto.
Lei che cosa avrebbe scelto? pensò. Come colore, il verde menta, forse, poi grande ma non troppo, e particolari che aggiungessero originalità. E il suono? Vibrante, pensò, lei avrebbe scelto, come suono, un suono vibrante.
Ma lei non c’era più, per scegliere. Lei non avrebbe mai più potuto fare nessuna scelta, neppure la più semplice.
Intanto la notte era arretrata per far posto a un alba che tingeva di un rosa smunto le lenzuola, che erano state scomposte dalla notte insonne.
Pensò che non aveva concluso niente. E gli venne in mente che scegliere non aveva poi tanta importanza. Non riusciva a capire come avesse potuto sprecare un’intera notte a lambiccarsi il cervello per qualcosa che non aveva importanza.
Vedrò al momento, disse ad alta voce. Quando sarò là, sentirò come un richiamo, pensò, e in quel momento sceglierò.
In cucina si preparò il caffé  e quando il caffé fu pronto lo versò nella tazzina dal manico rosso, e con lo zucchero abbondò come non era sua abitudine.
Si vestì con accuratezza: voleva fare buona impressione, e si mise perfino la cravatta, quella del matrimonio, color grigio argento con le righine blu.
Guardò l’orologio. Erano quasi le otto. Poteva andare bene, come orario. Anzi, pensò, come orario è perfetto.

Aspettò a lungo, in piedi sul cordolo dell’aiuola spartitraffico. Più di dieci minuti, aspettò, lo sguardo attento sul traffico dell’ora di punta che gli scorreva davanti.
Poi la vide: era proprio la prima della fila, e capì subito che era quella la giusta scelta, anche se non avrebbe saputo spiegarne il motivo. Era imponente, colore grigio scuro, o forse nero. Il suono non riusciva a distinguerlo, perché si mischiava agli altri suoni del mattino. Era a una trentina di metri di distanza e avanzava velocemente.
Quando gli fu quasi davanti lui le sorrise.
Poi si lanciò in mezzo alla strada.
Non ci fu rumore di frenata.
Solo uno strano suono ovattato, come quello che può fare un grande sacco colmo di panni che cade dall’alto.

Bologna, 21 febbraio 2014

La scelta della colonna sonora è stata difficile. Alla fine ho optato per questa.
Chissà se ho fatto la giusta scelta?

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Era il 12 febbraio del 2008

Dal mio archivio fotografico

Dal mio archivio fotografico

Questo post lo scrissi  sei anni fa, il 12 febbraio 2008. Lo spunto era nato da un commento lasciato a un  mio precedente post. Rileggendolo a tanti anni di distanza, devo dire che non cambierei una virgola, di quanto scrissi allora. E lo dico non per sottolineare la mia coerenza di pensiero, ma perché, purtroppo, nulla è cambiato. Se siete curiosi di sapere se chi aveva lasciato il commento ha poi scritto un’ulteriore risposta, vi devo dire che no, non ha scritto più niente. Numerosi, invece, furono commenti che sostenevano le mie tesi.
L’argomento è lo stesso che ho trattato il 24 gennaio scorso, ma il post è diverso. spero che non mi giudicherete noiosa e anche ossessiva…
Faccio anche una considerazione che nulla c’entra con l’argomento del  post che ho ripescato: ogni volta che vado a rileggere vecchi post e relativi commenti, mi viene una grande nostalgia per il mondo dei blogger. Facebook è utile, lo utilizzo quotidianamente, molte cose che leggo sono interessanti… ma i blog erano altra cosa. Si rifletteva di più, si scambiavano idee in modo più profondo. Ora, nei nuovi Social, ce la caviamo troppo spesso, e io per prima, con un “mi piace”.

Ed ecco il mio vecchio articolo, che inizia con il commento che mi era stato lasciato (le sottolineature le ho messe io):

Vivo in Israele, sto cercando il -paese brutto e crudele che voi descrivete e che voi volete boicottare, sto cercando gente cattiva che vuole vendetta , sto cercando un governo fascista. Non trovo niente di tutto questo. Io vedo un paese bello e curato, vedo gente sorridente e preoccupata, piena di dolore alle notizie dei bombardamenti quotidiani su Sderot, citta’ israeliana, vedo un governo democratico che ancora non si decide a colpire come dovrebbe il nemico. Nessuna nazione del mondo sopporterebbe quello che sopporta Israele dai suoi nemici palestinesi e dai suoi nemici boicottanti italiani.
Tra i palestinesi vedo madri felici perchè il loro figlio ha ammazzato ammazzandosi, vedo gente e bambini che offrono caramelle per ogni ebreo ammazzato.
Vedo in Italia razzisti vergognosi e ignoranti come Vattimo, ebrei come Ovadia che non crede che Israele debba esistere. Ebrei come Shabtai che non vuole Israele.
Mi vergogno molto di essere italiana e di appartenere a un paese così antisemita. In Francia non boicottano Israele? forse perchè sono più civili di noi italiani.
Quando è stata ospite la Turchia la avete boicottata a causa del problema curdo? E l’Egitto dove non esistono diritti civili lo boicotterete? Nooo, voi non boicottereste nemmeno l’Iran.
L’unico paese degno di boicottaggio è Israele, l’ebreo fra gli stati.
Che vergogna.

Per la prima volta, da quando ho aperto questo blog, pubblico un commento, non mio, come post. È un commento che una signora ha lasciato il 10 febbraio come risposta a questo post
Mi spiace non poter rivolgermi a lei con il nome: ma il commento risulta anonimo, anche se credo che si tratti solo di una dimenticanza, non firmarlo, da parte di chi lo ha scritto. 
Lo pubblico qui, perché voglio dare rilevanza alla risposta che cercherò di dare a questa visitatrice che, con veemenza appena trattenuta, scrive cose che non condivido affatto e per le quali potrei fare solo una diagnosi: questa signora è affetta da una forte miopia. Una miopia anomala, forse, che le fa mettere a fuoco  solo alcuni aspetti del paesaggio in cui è immersa, mentre davanti ad altri scorci degenera in cecità assoluta.
La chiamerò, anzi, ti chiamerò…signora anonima, ma ti darò del tu, che ci si capisce meglio, forse.

Ho già scritto più volte su Israele (e alla fine dei post inserirò un  link, così, se vuoi, puoi andare a leggere). Alcune cose che tu hai scritto mi hanno indotto a infilarmi gli occhiali, per capire se avevo letto bene. Quando dici, per esempio, vedo un governo democratico che ancora non si decide a colpire come dovrebbe il nemico. Nessuna nazione del mondo sopporterebbe quello che sopporta Israele dai suoi nemici palestinesi. 
Ma avevo letto bene, questo tu hai scritto. 
Cosa dovrebbe fare d’altro ancora, il governo…democratico dello Stato di Israele per colpire il popolo palestinese? 
Ma non è questo che mi preme, in questo momento, controbattere. Non è neanche evidenziare con quanta facilità tu utilizzi la parola nemico. 
Ciò che voglio ricusare, questa sera, è il termine antisemita, con cui tu qualifichi me e le persone che hanno commentato il mio post, e tutti quelli che sono a dir poco sorpresi e non d’accordo sull’aver eletto Israele Paese ospite della Fiera del libro di Torino.
 Antisemita, signora Anonima, no, non mi va bene. Non mi va bene essere definita così. Non mi va bene che tu definisca così chi contesta il governo israeliano. Il governo, non il popolo ebraico. Mi sembra che ci sia una differenza enorme. Contesterei il comportamento di quel governo sia che fosse a capo di una popolazione cristiana, musulmana, buddista o che adorasse un frigorifero. 
Avevo undici anni quando mia madre mi lesse un libro: L’ultima scintilla di Erich Maria Remarque. Il mio primo incontro con lo sterminio degli Ebrei, la prima mia consapevolezza di quanto bestiale e orrendo possa essere l’animo umano. Era estate, e non fu una bella estate e potrei dilungarmi, e raccontare tutto il mio raccapriccio e tutto il dolore e anche l’amore che cominciai a provare per gli Ebrei. E il desiderio di conoscere meglio questo popolo, attraverso i suoi scrittori, la sua musica, i suoi pensatori.  E quello che ho via via scoperto, conosciuto, l’ho quasi sempre apprezzato e amato. 
A Pasqua ho finalmente avuto l’occasione di venire lì dove tu abiti, in Israele, appunto. E hai ragione a dire che è un paese bello. È un paese anche pieno di suggestioni, sarà tutta quella storia che impregna le pietre, la terra, quella storia che tutti noi, appartenenti a religioni diverse (o come me, a nessuna religione) abbiamo conosciuto fin da bambini. È pure un paese deturpato da un muro che io considero osceno. Ma non perché è stato voluto e costruito da ebrei, ma perché è stato voluto e costruito da uomini assolutamente privi di etica.
Nel mio breve soggiorno, grazie a una mia amica israeliana, Nurit Peled, di cui forse conoscerai il nome, se vivi in Israele, ho incontrato sia ebrei sia palestinesi. Splendide persone, tutte. Nurit, anni fa,  ha perso una figlia piccola in un attentato di un kamikaze: beh, sai, signora anonima, lei non utilizza la parola nemico. Nurit Peled, come altri ebrei, come i palestinesi che ho conosciuto, si batte, e non è certo una facile battaglia, per una convivenza pacifica, per un rispetto gli uni verso gli altri, reciproco. Antisemita anche l’ebrea Nurit, signora anonima?
 Non c’è solo il muro, a fare inorridire, in Israele. C’è anche un altro sito che mentre lo si visita, mentre lo si attraversa,  ci si dovrebbe veramente riempire di vergogna per appartenere alla razza umana (che è comunque la sola razza, universale, che io riconosco): lo  Yad Vashem, il Memoriale della Sohah in Gerusalemme. 
Vedi, signora Anonima, a me fanno inorridire tutti gli stermini, tutti i soprusi, le vessazioni, le guerre, le dittature, e anche gli attentati, sì, dove muore gente innocente…  A me fa inorridire l’uomo che uccide il suo simile. Non mi importa, non mi è mai importato quale dio preghi, di che colore siano i suoi occhi, quale sia il suo idioma. A me fa inorridire l’umanità che perde il senso della vita. 
Se vuoi, ne possiamo ancora parlare, signora anonima. 
Questo è il link per accedere al post sul mio viaggio in Israele.

La foto che apre il post l’ho scattata durante il mio viaggio in Israele allo Yad Vashem, e quei corpi appesi, rivoltati, sono, vi assicuro, un pugno nello stomaco, ma è nulla rispetto ad altro che si incontra in questo museo.


Ninna nanna dei Territori

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Come quei maglioni

Vi sarà capitato di salire in soffitta (se avete una soffitta) o di scendere in cantina (che quasi tutti abbiamo), o di aprire un cassetto che da tempo rimaneva chiuso (le nostre case sono piene di cassetti  che rimangono chiusi per anni) e di iniziare a rovistare fra oggetti, lettere, partecipazioni di nozze di persone che si sono già separate, medaglie per premi di gare a cui neppure ci ricordiamo di aver partecipato, maglioni iniziati e mai finiti, sbocconcellati dalle tarme. Residui di un’altra vita, vuoti a perdere, fili interrotti.
A me capita, ogni tanto, di rovistare nei miei cassetti telematici.  E nel mio cassettino dei racconti, ci trovo cose iniziate qualche  anno fa,  e mai finite.
Come quei maglioni, ma senza  i mangiucchiamenti delle tarme.

E oggi,  sfragattando, ho trovato questi:

Il Sogno
Ricordi quel sogno che ti raccontavo? Sognavo che non mi amavi più, che un’altra tu chiamavi amore, che a un’altra tu dicevi “mia”. Ed era tanto intenso, il sogno, tanto violento, il dolore, che mi svegliavo con in bocca sapore di palude, e mi accostavo a te, cercando il tuo tepore, e ti svegliavo, la mano sul tuo viso, nella voce l’ansito della paura. Mi abbracciavi, mi dicevi: non accadrà mai, sarò sempre per te. Rassicurata mi riaddormentavo. Ma poi, altre notti, il sogno ritornava e si ripetevano i gesti, e le parole.
Forse è vero che il dolore uno se lo tira addosso, immaginandolo.
Chissà se la donna che ti vive ora accanto assomiglia a quella del mio sogno?
Io, intanto, ho smesso di sognare.

Il bambino rapito
Camminava, il bambino, gli occhi socchiusi per ripararsi dai pungenti fiocchi di neve che un vento gelido gli sbatteva sul viso. L’orlo della giacca a vento gli arrivava alle caviglie, le lunghe  maniche quasi strisciavano a terra.
Camminava, il bambino, e nella testa aveva pensieri che un bambino non dovrebbe avere. Soprattutto se è la notte di Natale.
Il bambino camminava e pensava che il mondo era cattivo, e che cattiva era la neve, così fredda e bianca. E che la notte, era cattiva, così silenziosa e nera.  E cattivo era il bosco, con quei fruscii e suoni sconosciuti che gli agghiacciavano il sangue.
Aveva paura, il bambino. Paura che gli uomini che lo avevano preso tanto tempo prima si svegliassero, e lo chiamassero con quelle loro voci che  ogni volta gli mangiavano il cuore. E si alzassero dai loro giacigli e uscissero dalla loro tana e cominciassero a correre per raggiungerlo e che all’improvviso una mano gli agguantasse una spalla. E che tutto quello che era iniziato quando ancora le foglie degli alberi erano verdi e verdi erano i prati e il cielo azzurro come gli occhi di sua madre ricominciasse.
Il bambino si era svegliato e aveva subito capito che c’era qualcosa di diverso nel suo corpo. Come se fosse più leggero, come se avesse potuto alzarsi senza dover chiedere aiuto ai suoi nemici.
Era rimasto fermo per un po’ di tempo, gli occhi spalancati nel buio, rischiarato appena dalla fiamma blu della stufetta a gas. Aveva sollevato un braccio e si era accorto che non c’era niente che gli impedisse quel movimento. Aveva mosso una gamba e poi l’altra. Niente corde, niente lacci. Il cuore aveva accelerato i battiti. Era scivolato fuori dal pagliericcio. Dei due uomini sentiva il respiro forte, riusciva a intravedere le loro sagome, distese  a terra, a poca distanza l’una dall’altra. C’erano bottiglie rovesciate sul pavimento, vicino a loro, e il bambino si ricordò che prima di addormentarsi li aveva sentiti, che bevevano e parlavano con voci che si facevano sempre più distorte.
Trattenendo il respiro aveva cominciato a muoversi.

Senza titolo
Lo so che oggi non verrai. Un presentimento, o, meglio una certezza che mi arriva da quella sorta di canale sensitivo che ci ha sempre uniti. Eppure sono qui. Come ogni anno. Da dieci anni.
C’è un cielo sporco di nuvole grigie, più adatto a una stagione autunnale. E invece.
Invece è il 23 luglio.

A parlare di soffitte, mi è venuta in mente
Mimì

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Se il buongiorno si vede dal mattino

Letture di gennaio

Letture di gennaio

Ovvero, quando le letture del primo mese dell’anno sono buone e, alcune, buonissime, ti fanno ben sperare che altre pagine riempiano deliziosamente i restanti undici mesi.
Ho avuto una bella pensata (eh eh, devo dire che ogni tanto mi capita): siccome la mia memoria, ogni giorno, sembra perdere colpi, ho deciso di tenere un elenco dei libri che leggo. E perché, poi, mi son detta, non fare mensilmente di questo elenco un post?

Una premessa: da tempo ho deciso, per vari motivi, di non scrivere più recensioni: il motivo principale è che la paura di scrivere banalità è in me sempre più presente, poi ce ne sono altri, su cui sarebbe noioso soffermarsi.
Mi limiterò, così,  a condividere recensioni trovate in rete e a trascrivere gli incipit  dei libri che mi faranno compagnia durante il quattordicesimo anno del terzo millennio.

Cominciamo, dunque dal mese di gennaio: sono libri completamente diversi l’uno dall’altro, come genere e stile, perché a me piace affacciarmi a finestre da cui contemplare panorami i più differenti possibili. E i panorami che ho visto in questo primo mese mi sono piaciuti, anche per la loro diversità. Intanto mi preparo a leggere altri libri, che sono in attesa sul mio comodino, come quelli, per esempio, delle care amiche Cristina Bove, Savina Dolores Massa e di Valerio Varesi.

Pupa di Loredana Lipperini (introduzione di Lidia Ravera, illustrazioni di Paolo Altan) – Rrose Sélavy 2013):DSCN4778

Pupa. Leggo il nome e quasi mi cade il visore dalle mani. Pupa. Lo pronuncio sottovoce: le due sillabe si confondono con il verso dei colombi in cerca di briciole fra la ghiaia del parco. Pupa. Non riesco a crederci: come può una vecchia chiamarsi così? Pupa è un nome adatto per una bambina con un cappellino color ciliegia, come quello che avevo da piccola. Oppure per una ragazza molto bella come Viola, che è seduta a gambe incrociate sulla panchina di fronte e si arrotola i capelli su un dito.

 Si sente? di Paolo Nori – Marcos Y Marcos 2014

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Si sente? Si sente se parlo così? Anche là in fondo? Bene.
Io tutte le volte che devo dire qualcosa, anche che devo leggere, in pubblico, comincio sempre così, dico: Si sente?
Per rompere il ghiaccio.
Non è che mi interessi tanto, sapere se si sente, cioè, mi interessa, se non si sentisse sarebbe inutile che parlassi per cinquanta minuti, ma quello che mi interessa di più, è rompere il ghiaccio. Per me, in queste occasioni dire: Si sente? equivale in un certo senso a prendere uno e dirgli Ascolta, hai cinquanta minuti che ti devo dire una cosa?

 Buio di Maurizio de Giovanni – Einaudi Stile Libero 2013

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Batman.
Baaatmaaan.
Il sussurro nel buio, nell’odore di umido, in mezzo alla polvere.
Batman.
Un fruscio del mantello, che fende l’aria davanti al viso di Dodo.
Batman.
Non lo vede, Dodo, perché è buio. Buio più della notte, più del ripostiglio che ha nella sua stanzetta, quello la cui porta non si chiude bene e spesso si apre da sola, cigolando.

 Nel nome di Marco di Michele Marziani– Ediciclo 2013

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Sono lì quel giorno. Al traguardo. In attesa. Ci sono andato apposta. Mi ci sono fatto mandare. Non ho mai visto Marco Pantani correre al Giro. Anche quel giorno lo vedo solo per una frazione di secondo. Quello in cui taglia il traguardo a schiena curva, con le mani a stringere il manubrio e la fatica dipinta sul volto. La faccia quasi incredula, insicura, di chi non comprende bene di aver vinto, di chi non è certo fino in fondo di averli sorpassati tutti.

 Oltre la siepe Alla ricerca di Harper Lee di Silvia Giagnoni – edizioni dell’asino 2013DSCN4779
Abbandono la  1-65 e m’immetto sulla statale 84 verso Monroeville. Infiniti prati punteggiati da mucche al pascolo e rare case recintate dalla caratteristica staccionata si alternano a foreste di pini, querce e boscaglia varia. La strada si srotola come dossi di cammello e ho la sensazione di trovarmi in un mondo a parte. Di fatto, un po’ ovunque in Alabama, basta uscire dai radi centri urbani per entrare in una dimensione altra, non solo fisica, ma anche temporale.

 Una morte in famiglia di James Agee (traduzione di Lucia P. Rodocanachi) – E/O 2003DSCN4777

Knoxville, estate 1915
Parliamo ora delle serate estive a Knoxville, Tennessee, ai tempo in cui vivevo là, così ben camuffato da bambino di fronte a me stesso. Era quello un isolato dove abitava una classe socialmente un po’ mista, con un solido nucleo di piccola borghesia, ma non tutta dello stesso gradino della scala sociale.

 Sei tornato, papà? di Mary Higgins Clark (traduzione di Marina Deppisch) – Sperling & Kupfer 2013DSCN4776
Giovedì, 14 novembre
Alle quattro del mattino Gus Schmidt si vestiva silenzioso nella camera da letto della sua modesta abitazione a Long Island sperando di non disturbare la donna con cui era sposato da cinquantacinque anni. Non gli andò bene.

Termino con un canto, citato da Paolo Nori in Si sente?
Fausto Amodei Per i morti di Reggio Emilia

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Ricordare deve servire a non ripetere l’errore, o, meglio, l’orrore.

categorie da sterminare

Ti prego
fa’ qualcosa
impara un passo di danza
qualcosa che giustifichi la tua esistenza
qualcosa che ti dia il diritto
di vestire la tua pelle e i peli del tuo corpo
impara a ridere e a camminare
impara perché non avrebbe senso
che in tanti siano morti
e che tu viva
senza far nulla della vita tua
Charlotte Delbo (Una conoscenza inutile)

Sterminio: Soppressione, annientamento di una grande quantità di individui, condotto generalmente in modo metodico, seguendo una logica prestabilita (da Grandi Dizionari)

Ecco, per me, la parola sterminio, è una parola potentissima, che più mi dà l’immagine di quanto è accaduto, di quanto oggi (ma non solo oggi, si dovrebbe), stiamo ricordando, dei termini Olocausto o Sohoah, che pure rispetto, perché dello sterminio sono diventati simbolo. Sterminio mi dà l’immagine di una enorme folla, ma davvero enorme, che sta lì, in una piazza immensa, ogni individuo con i propri pensieri, e sogni e sentimenti, ognuno che parla la propria lingua materna,  e la canta, anche, e lo senti il rumore di quelle parole e dei canti, senti il loro insieme dissonante che riempie la piazza, e sono voci di bambini, di donne, e uomini, giovani, vecchi. Ognuno di loro è in attesa di un futuro, di cui, ognuno di loro, ha diritto. Poi ecco arrivare un vento di una potenza inaudita e spazza via bambini e donne e uomini. Li spazza via come foglie secche. E in un attimo  la piazza è vuota. E pensieri, sogni, sentimenti annullati. Non ci sono più suoni. Rimane solo il vuoto e il silenzio. Il silenzio della fine del mondo.

Primo Levi ai visitatori dei campi di sterminio

Ricordare sempre che non solo gli Ebrei furono sterminati dai nazisti:
Qui

Ricordare sempre che ci sono stati altri stermini:
il popolo Armeno

i Nativi americani

gli Aborigeni australiani

Ricordare sempre anche altri orrori, passati e attuali:
Topolino va in Abissinia

Sabra e Chatila

Ricordare sempre la sofferenza (attuale!) di altri popoli:
il popolo Sahrarawi

Alcuni libri sui campo di sterminio nazisti:
Dora Klein: Vivere e sopravvivere   Gruppo Ugo Mursia Editore- 2001
Paolo Nori: Si sente?   MarcosYMarcos 2014
Eric Maria Remarque: L’ultima scintilla  Traduzione di Ervino Pocar   Mondadori- 1952
Lucille Eichengreen: Le donne e l’Olocausto: Ricordi dell’inferno dei lager   Traduzione di Errico Buonanno  Marsilio -2012
E ancora molti altri, le cui autrici sono tutte donne.

Ascoltare, ricordando

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Salam shalom

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Un post pubblicato l’8 aprile 2007

Salam Shalom!

Ecco, vi saluto così, oggi. Con queste due parole tanto simili, che hanno, credo, la stessa radice, pur appartenendo a due popoli diversi, e, purtroppo, ancora oggi nemici (o forse no, non sono i popoli, ad essere nemici).
Voglio iniziare con queste due parole di saluto augurale, quelle che più frequentemente ho ascoltato nel mio soggiorno in Israele. Con queste due parole che significano PACE.
Non mi soffermerò a raccontare dei luoghi specifici, dei villaggi con le loro case sparse sulle colline come greggi, delle chiese, delle sinagoghe, delle moschee… Senza dubbio vale anche per tutto questo visitare Israele.
Non cercherò neppure di fare un’analisi politica della situazione che incombe in quella nazione: non ne sono davvero in grado. Tutto sommato non ne so di più di quando sono partita dall’Italia.
Vorrei parlare di alberi, e di pietre. E di cemento.

Gli alberi della Foresta dei Giusti, sparsi intorno al Yad Vashem, il Memoriale della Sohah in Gerusalemme: ogni albero piantato per ricordare i non ebrei che hanno rischiato la loro vita per salvare fratelli ebrei durante l’aberrante periodo dell’olocausto. Tanti alberi, tanti nomi. Ma l’orrore per la ingiusta fine dei sei milioni di ebrei che nessuno è riuscito a salvare, non riesce a essere mitigato del tutto da questa area che pur sembra serena.
Altri alberi. Gli alberi della Foresta di Gerusalemme, che svettano  su una collina dove sorgeva un villaggio palestinese di agricoltori: di quel villaggio, ora, rimangono solo i segni delle coltivazioni a terrazza. Gli abitanti o sono stati massacrati, o sono stati costretti a fuggire dagli israeliani. Alberi, quindi, che sorgono su un terreno che gronda sangue.
Le pietre, labirinti di lapidi con incisi nomi e nomi e nomi, e ancora nomi: quelli degli ebrei morti nei campi di concentramento. Ci si aggira in Yad Vashem e ci si sente soffocare, sprofondare, ci si sente morire, sì, proprio morire, a scorrerli, a leggerne le date di nascita, a immaginarne i volti, le voci, la loro vita. La loro morte.
Altre pietre: quelle delle case di famiglie palestinesi, pietre che forse ancora sono impregnate dallo speziato profumo del cibo arabo: molte, troppe di queste pietre, ora, circondano la vita di famiglie israeliane, dopo che i legittimi proprietari sono stati costretti ad andarsene.
E poi.
Il  cemento: quello del “muro”, quello del muro di separazione, che è altissimo, orribile, che sembra davvero cancellare ogni speranza non solo di riconciliazione, ma ogni speranza di vita. Da una parte e dall’altra. Perché credo che sia per i Palestinesi, che non possono uscire dai villaggi segregati –i permessi vengono negati in maniera vergognosamente frequente- sia per gli Ebrei, questo sia il vero muro della vergogna. Perché penso, e in parte ho constatato, che anche tantissimi Israeliani ne siano sdegnati. Quello che ho provato trovandomici davanti non riesco neppure a raccontarlo.
Ah, anche di libri, vorrei parlare: quelli del periodo nazista, esposti al Yad Vashem. Libri per l’infanzia, libri scolastici dove l’ebreo era raffigurato in atteggiamenti ridicoli, lascivi, attraverso immagini caricaturali, in cui venivano portate all’eccesso e deformate le caratteristiche dei volti giudei. Ebbene, la stessa cosa si può notare ora nei testi adottati nelle scuole d’Israele: naturalmente è la caricatura dell’arabo, che vi compare.
E ora vorrei parlare di voci, e ancora di case. Le voci di amiche e amici israeliani e palestinesi che le mie due compagne di viaggio e io abbiamo incontrato. Certo, persone di cultura, insegnanti universitari, registi cinematografici, medici, traduttori. Ma non solo. Ci siamo imbattuti in taxisti, camerieri, mercanti dei souk,  e in  gente comune incontrata per la strada. Abbiamo parlato anche con loro, e non abbiamo mai trovato voci contrapposte, ma un’unica voce, un’unica domanda: perché ci deve essere una differenza che porta all’odio? si chiedono tutti. Che importanza ha se tu credi in un Dio, in un Profeta, e io in un altro? E in tutti, una perentoria affermazione: anche se del conflitto non si vede la fine, se sembra regnare solo la desolazione, non bisogna mai, in maniera assoluta, rinunciare alla speranza. Rinunciare a sperare vorrebbe dire morire.
E le case, poi: case di Palestinesi dove amici Ebrei sono invitati a cena, o per un the. E viceversa. I legami fra alcuni di loro sono nati in seguito a un lutto: famiglie ebree che hanno perduto una figlia in seguito a un attentato di un kamikaze (ricordate Nurit Peled, di cui ho scritto più volte?) e palestinesi che hanno avuto un figlio ucciso dall’esercito israeliano, o un parente ucciso da un colono. Esiste a questo proposito una bellissima associazione: Parent´s Circle, che accomuna  persone che hanno subito perdite a causa di una o dell’altra parte. E non mi sembra, questa, una cosa da sottovalutare.
Ho scoperto che ci sono molte altre associazioni, in Israele, che si battono per la convivenza pacifica dei due popili. Ho scoperto che non sono pochi i costruttori di Pace, anche se, spesso, devono pagare prezzi alti per questo loro atteggiamento.
E allora: nonostante i tanti soldati che si aggirano nelle città, nelle stazioni degli autobus, ovunque,  soldati che sembrano quasi adolescenti,  con le ragazze che portano fucili che paiono più grandi di loro; nonostante i controlli da parte della polizia ( a Haifa il primo giorno di Pesah, all’entrata di un parco per bambini controllavano tutti, dai neonati ai loro nonni);  nonostante le indubbie sopraffazioni dello stato di Israele nei confronti dei Palestinesi, nonostante i tanti accadimenti che non sembrano lasciare speranza, io sono felice di essere stata in Israele: forse ho capito che la stragrande parte della  popolazione, Ebrei e Palestinesi, non vogliono distruggersi a vicenda. Questo, ho capito. Forse mi sbaglio. Spero di no.

Corollari:
Un frate francescano originario di Treviso, ma  che vive a Gerusalemme, incontrato al Santo Sepolcro la domenica delle Palme, ha detto che Israele ha troppo memoria: non può continuare a crescere continuando a ricordare perennemente la Sohah. Questa sorta di celebrazione continua dell’olocausto impedisce una buona crescita, mantiene la paura, non permette una visione non offuscata dall’odio della Storia attuale. Non so se abbia ragione. Dimenticare quell’atrocità mi parrebbe blasfemo. Forse, però, trarre lezione da ciò che gli Ebrei hanno subito, per cercare di non essere a loro volta soprafattori e aguzzini, questo, sì, forse sarebbe giusto.
Altri hanno affermato che Israele è uno stato malato, uno Stato con un virus.

All’aeroporto di Tel Aviv, mi hanno bloccato a un controllo: avevano individuato dei libri che avevo in valigia: hanno voluto sapere che libri erano e dove li avevo acquistati. Francamente sono rimasta allibita: mi è sembrato un atteggiamento, quello delle guardie, più simile a quello di integralisti mussulmani.

Conversazione fra un signore italiano (Italia del nord) e una signora straniera (forse dell’Europa dell’Est) in fila in attesa dell’imbarco sul volo Vienna- Bologna
Lei: Ho visto molte cose, in Italia, ma più di tutte mi è piaciuta la Sicilia. La Sicilia è bellissima
Lui (con espressione un po’ schifata): sì, sì, sarà anche bella. Ma a me- (espressione schifata in aumento)- non interessa.
Ecco: avevo appena lasciato uno dei paesi più intolleranti del mondo, avendo ancora nel cuore e nelle orecchie parole di pace e tolleranza….Ma stavo tornando in Italia…
Ringrazio tutti coloro che mi hanno augurato buon viaggio. A chi ha parlato di coraggio da parte mia, posso solo dire che non ci vuole nessun coraggio, per andare là come turista. Il coraggio ci vuole per vivere in quella terra e continuare a sperare.

La foto che apre il post l’ho fatta davanti a a un pezzo di quel malefico muro. Per fortuna non è solo grigio, quello scempio. Ci sono tanti graffiti, lasciati da Palestinesi, e, spero, anche da Ebrei. L’immagine che ho scelto mi piace molto.  Sono contenta anche che rappresenti una donna, e spero che una donna l’abbia immortalata su quel cemento. Se riesco ne farò un poster. (*)

(*) Cosa che poi ho fatto, e da allora la riproduzione di quella foto, da me scattata in quell’ormai lontano aprile, sta sulla parete del mio studio.

Shalom Auschwitz

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