La traversata

Forse qualcuno lo ha già letto, questo mio vecchio racconto. Comunque lo ripropongo, perché, quando non ho tempo per pubblicare qualcosa di nuovo, mi do al ripescaggio. D’altra parte anche le reti televisive utilizzano questo metodo, quando ritrasmettono sempre gli stessi film…
Le voila, alors!

La traversata

Nella tanica rimane forse un mezzo bicchiere d’acqua.
L’ho nascosta nel gavone che sta sotto la cuccetta di Alexandra.
Devo resistere, devo arrivare a sentire la lingua come sabbia,
devo conservarla, quell’acqua, per quando la sete mi farà  impazzire.
Quanto mi resta?
Forse un giorno…
Il vento, dove è finito il vento…

Sono saliti sull’Alexandra che già albeggiava silenziosi come belve in caccia. Erano in cinque o forse più. Hanno spaccato con mazze da baseball prima la barra del  timone e il motore poi tutti gli strumenti di navigazione. Hanno spalancato gli stipetti e riempito le sacche con il cibo. Hanno aperto le taniche e sparso l’acqua nel pozzetto. Solo una semivuota ne hanno lasciato.
Hanno agito in silenzio. Demoni senza voce agili corpi che salivano e scendevano dalla scaletta a mano a mano che svuotavano i gavoni dalle felpe dalle cerate dai costumi da bagno dalla busta con i soldi. Lui  semisvenuto i polsi dietro la schiena legati con una cimetta alla gamba del tavolo da carteggio una sottile riga rossa che da sotto i capelli prosegue lungo una guancia. Lui che non riesce neppure a gridare muto muto come se gli avessero tagliato le corde vocali avrebbe voluto dirle Alexandra amore mio resisti amore mio ma niente non esce niente dalle sue labbra e lei è lì  stesa a terra le gambe allargate il collo in una posizione innaturale gli occhi sbarrati. E una delle belve che si tira su i pantaloni e poi si china e le strappa gli orecchini che vengono via con rumore come di stoffa lacerata portandosi dietro lembi di carne. Gli orecchini che sembrano di diamanti ma sono da venti euro comprati a Porta Portese pochi giorni prima di partire per quella traversata dell’Atlantico che avrebbe dovuto portarli verso isole di paradiso. Pochi giorni prima di partire per quel viaggio studiato sognato nelle sere romane piene di fumo e blues per ore chini su carte e libri e lei che si alza e gli dice ti voglio e si toglie i vestiti e fanno l’amore lì sul parquet del soggiorno.
Prima di andarsene lo hanno slegato. Il coltello gli ha lasciato un piccolo taglio sul polso lui se lo è portato alla bocca e ha sentito il sapore selvatico del sangue. È rimasto seduto le gambe allungate i piedi nudi che sfioravano i capelli neri di Alexandra sparsi intorno al viso immobile lei così vivace e ora solo carne violata.

Devo essermi addormentato, ma non so per quanto tempo ho dormito. Non percepisco più lo scorrere del tempo. Dal pozzetto filtra la luce dell’alba. Non mi ricordo se ho spento la candela, prima di addormentarmi; il mozzicone è rotolato in fondo al tavolo e lo stoppino ha sbavato di nero la pagina aperta di questo diario di bordo su cui sto scrivendo. Le belve si sono portati via  le torce, si sono portati via ogni sorgente di luce, anche il sole è sparito dopo quell’alba, lasciando un cielo spento, dal colore plumbeo. Ma il caldo è ugualmente soffocante.
Impossibile tenere Alexandra con me.

Ti ho tolto la maglietta che indossavi quando andavi a dormire, ho bagnato la spugna con l’acqua di mare che avevo raccolto in un secchio, ho lavato il tuo corpo, passando la spugna più volte  sul  pube, per togliere ogni traccia di quel seme estraneo, per cancellare l’odore del terrore. Ti ho sfiorato i capezzoli, ti ho chiuso gli occhi e ho baciato le tue palpebre.
Ti ho presa in braccio, come si tiene un bambino, il tuo cuore silenzioso contro il mio, la tua bocca contro la mia guancia. Sono salito con te sul ponte. Fuori, l’oceano era una lastra di piombo, non dissimile dal cielo. Neanche un gabbiano, a rompere quel grigio.
So che non avresti voluto una preghiera. E mi è venuta in mente questa poesia.

 

Dal lamentoso vento e dal più freddo
mare grigio lo avvolgo al caldo,
ne tocco la spalla dall’osso sottile
e il suo braccio infantile.
Attorno a noi paura, calante
tenebra di paura
e nel mio cuore quale profonda
fitta d’amore senza fine! (*)

Venuta su da chissà quale ricordo, imparata a memoria chissà per quale motivo. Forse proprio perché, un giorno, potessi farne il mio addio a te, amore mio.
L’ho detta a voce alta, forse l’ho gridata.
L’impatto con l’acqua: un suono pesante, definitivo. Ha dato vita, per un attimo, a quell’ immobile, grigia distesa.
Poi sono ridisceso, ho aperto il diario di bordo e qualcosa ne è scivolato fuori. Il tuo viso,  le tue labbra, i tuoi occhi, il tuo corpo abbronzato e minuto: una fotografia dello scorso anno, in Croazia. Alexandra, amore mio. Una foto. Tutto quello che di te mi resta.

Un’altra alba.  La tanica è vuota. La testa mi pulsa. Vorrei la mano fresca di Alexandra a massaggiarmi la fronte.
Ma lei non c’è più.
I pesci, se la saranno già mangiata i pesci.
Sono davvero stanco, ora. Troppo, troppo stanco per proseguire a scrivere.  Voglio solo dormire.
Inutile che io aspetti il vento.

Senza Alexandra, il vento,  non si alzerà mai più.

La barca a vela di Roberto Nori fu avvistata da un mercantile olandese. I tre marinai che salirono sull’Alexandra trovarono un giovane uomo seduto al tavolo di carteggio, la testa appoggiata sul diario di bordo. Nella mano sinistra stringeva una fotografia. Gli uomini non riuscirono a schiudergli le dita per togliergliela.

Il ragazzo respirava ancora, quasi impercettibilmente, ma ancora respirava.

 (*) James Joyce: Sulla spiaggia a fontana

Una canzone d’amore, dolorosa e struggente:
Ahi mio amor 

L’immagine iniziale prelevata da questo sito

 

 

 

 

 

 

 

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12 risposte a La traversata

  1. margueritex ha detto:

    bravissima Milvia!
    che suggestione…

    • Milvia ha detto:

      Grazie, Margie! Buona domenica!
      Ah, mi spiace, ma domani non riesco a venire ad ascoltarti. È un periodo incasinato… In bocca al lupo, comunque e un abbraccio.

  2. Luca ha detto:

    Nell’immensità del mare la cultura che l’uomo ha prodotto negli ultimi 20.000 anni si disperde nel vuoto e nel silenzio. Resta l’istinto animale che a volte è una risorsa insostituibile.

    Nei film di fantascienza più riusciti ed evocativi, lo spazio è ancora più feroce nell’evocare una paradossale feroce mescolanza fra tecnologia postmoderna e una bestiale ma in fondo ecologica lotta di classe. L’alien(o) è immaginato quasi sempre come feroce e sanguinario, o in alternativa con tratti infantili e rassicuranti che ne garantiscono la sottomissione come animal(e.t.)to un po’ selvatico ma addomesticabile.

    Non so se anche tu, come John Lennon, potresti sostenere “Se non ci fossero i critici a spiegarmi le parole che ho scritto, forse da solo non le capirei”.

    Nel tuo racconto vedo due speci che si incontrano: cinque poveracci disperati e incattiviti che non attribuiscono più alcun valore alla lealtà e alla pietà e non si accontentano di redistribuire il reddito con la forza e/o l’inganno ma hanno un insopprimibile bisogno di violare la sacralità del corpo femminile, di distruggere anche dove non servirebbe, di umiliare per vendicarsi di chissà quante e quali umiliazioni vere o presunte; e due medio-borghesi sorpresi nel loro sogno di esploratori dalla crudele e inopinata irruzione di una scomoda realtà.

    Lo so, è un’interpretazione politicamente scorretta, o corretta solo in un seminario di internazionalisti proletari stalinisti fedeli alla linea anche quando non c’è. Ma è un’interpretazione che ci ricorda che la realtà non è lineare, è (a volte deliziosamente, molto più spesso perversamente) intrecciata e reiteratamente ritorta su se stessa fino ad impedirci di tirare le fila e capire chi fa che cosa a chi e tirare un bel colpo di machete fra vittime e colpevoli.

    • Milvia ha detto:

      Carissimo (e ricchissimo di parole) Luca, come sempre il tuo commento è colmo di
      rimandi, di citazioni, di semi per far spuntare, anche in un terreno non sempre fertile come è la mia mente, riflessioni che mi arricchiscono.
      Non faccio mie le parole di John Lennon, perché credo che molti critici (professionisti) scrivano non tanto quello che pensano, ma quello che conviene loro, NON indipendentemente dall’autore o dalla casa editrice di riferimento. Per lo meno per quanto riguarda la narrativa contemporanea. Penso, invece, ed è un pensiero che ho maturato abbastanza recentemente, questo: una volta che lo scrittore ha terminato la sua opera e decide di affidarla al mondo (più o meno piccolo), questa non gli appartiene più, e i lettori hanno il pieno diritto di interpretare come vogliono storie, personaggi, metafore più o meno celate, senza che l’autore intervenga per dire: «No, hai torto, perché io intendevo altro». Tutt’al più, come tenterò ora di fare io, potrà dire, l’autore: «Io la mia storia» (anzi, neppure più “mia”, deve dire), «io, la storia l’ho scritta perché…» e dare le sue motivazioni, quelle consce, almeno. «Ma è giusto che tu abbia visto altre cose», deve dire al lettore, «perché ora la storia appartiene a te».
      Le mie motivazioni, o ispirazioni, forse è meglio chiamarle, sono state più d’una: il mio amore (ormai frustrato, perché attualmente senza un futuro) per la barca a vela; un episodio di pirateria che mi è stato raccontato proprio mentre mi trovavo a bordo di una barca, veleggiando “verso isole di paradiso” (episodio ben lontano, però, dalla drammaticità di quanto ho descritto); e, per ultimo, o forse come prima cosa, direi, il voler riportare sulla carta un tema che ricorre spesso nelle mie narrazioni: la perdita della felicità, lo spezzarsi di un’illusione, l’annientamento che questa perdita comporta. Forse perché in parte, come tanti, ne sono stata pure io vittima.
      Nessuna lotta di classe, insomma, nessun risvolto psicologico nella mia visione. Ma la tua interpretazione non è assolutamente politicamente scorretta, perché ora, ripeto, la storia è tua. Per cui grazie, Luca, per aver gettato una nuova luce sul questa… nostra creatura.

      • Luca ha detto:

        Sulla vita da Pinocchio delle opere d’arte (o, se vuoi fare la modesta, delle opere dell’ingegno umano) che una volta create vivono di vita propria e si fanno gli affari loro indipendentemente dalla volontà dell’autore, ricordo con nostalgia delle ricche e prolungate elaborazioni ormai vecchie di alcuni anni con perduti amici di Leonardo quando questo oggi diroccato sito faceva onore al proprio impegnativo nome.

        In un momento di enfasi ero arrivato ad esprimere l’idea che l’artista quando crea non fa altro che lasciare scorrere il proprio inconscio sull’inconscio dei potenziali fruitori, e da questo scorrimento possono derivare tutte le possibilità previste dal calcolo combinatorio con moltiplicazioni esponenziali, fattoriali e progressioni geometriche.

        Quando il caustico Lennon disse la sua frase famosa, si riferiva a testi come “Tomorrow never knows”, “Strawberry fields forever” e “I am the walrus” che obiettivamente aveva scritto in stato di invasamento medianico senza curarsi troppo di considerazioni di coerenza semantica, non certo alle didascaliche “Give peace a chance” e “Imagine” che rientrano in una logica aristotelico-cartesiana piuttosto stringente.

        Il mio forse non era neppure un commento critico (anzi, SICURAMENTE non lo era) quanto piuttosto un vissuto emozionale alla De Andrè che scriveva canzoni per gli sconfitti e gli indifesi (zingari, pastori sardi, rapitori compresi i suoi, indiani sterminati da un generale di 20 anni figlio d’un temporale, alcolizzati, drogati, individui abietti che vendono la mamma ad un disabile fisico ecc. ecc.): pur ben sapendo che oggi sono i medio borghesi con barca a vela incorporata che votano a sinistra mentre i sottoproletari votano facilmente Lega o PdL e pensano che Marx sia il terzino destro del Bayern Monaco, non ne vogliono sapere di una tediosa strategica lotta di classe e si prendono quello che possono come possono.

        Anche questi sono i subdoli intollerabili prodotti di quello che (dopo soli 11 anni e un trimestre) con raffinata eleganza da Oltretorrente Pramzà ho drasticamente definito Millennio di Merda.

      • Milvia ha detto:

        (non so perché, ma non riesco a inserire la risposta al tuo ultimo commento: manca la scrittina “replica”, e allora “replico” qui)

        Mi piace la tua idea che la creazione dell’artista sia il fluire del suo inconscio verso l’inconscio del lettore. È un’idea piena di suggestione e credo che contenga una parte di verità. E poi sei tu lo specialista dell’inconscio…
        Mi sento, al contrario, di contestare quel “medio borghesi con barca a vela incorporata”, definizione che mi sembra indicare un tuo giudizio negativo generalizzato verso chi possiede, appunto, una barca a vela. Certo, soprattutto in questi tempi, in cui moltissime persone fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, la barca a vela costituisce senz’altro un lusso. Però, e sto parlando solo per mia esperienza personale, fare della barca a vela un simbolo di… lotta di classe, mi vien da dire, è qualcosa che mi ha sempre infastidito. Ma, ripeto, è un fastidio che viene dalla mia esperienza personale: per alcuni anni, infatti, mio marito e io abbiamo avuto una barca a vela, comprata usata al prezzo di una normale automobile, e pure in società con un amico. Non mi sentivo borghese, per questo possesso, né grande, né media, né piccola. E sì, è vero, io ho sempre votato a sinistra, anche la più estrema, non sentendomi, per questo, in contraddizione con il mio ruolo di velista. A differenza di tante persone che conoscevamo (e che magari pensavano che, il possedere una barca, facesse di noi una sorta di nababbi), non avevamo automobili di lusso, né una villa, né abiti firmati.
        La nostra era stata una scelta dettata dall’amore verso il mare (mai, ad esempio, avremmo acquistato un motoscafo che, del mare, non ha alcun rispetto). Eppure c’è questa abitudine di dire: oh… ha perfino una barca!… Mentre si dice più raramente: Oh… ha perfino la Mercedes!…
        Sono invece d’accordo con quello che dici sui sottoproletari (e se le cose stanno così, e così in effetti stanno, la colpa è di una sinistra viva e pura che non esiste da tempo), e con tutto il resto. E mi piace proprio la tua definizione di questo millennio. Spero che il mio apprezzamento vada a bilanciare la mia forse troppo articolata e noiosa contestazione.
        Ancora amici, spero! Ciao!

  3. mirella ha detto:

    Ho (ri)apprezzato il suggestivo racconto di Milvia. E ho trovato assai interessante il commento di Luca, anche se nel racconto non vedo traccia di lotta di classe (chissà se si dice ancora così), almeno non intenzionale. Qui, come in tutti i racconti di Milvia, che pure è donna coraggiosa, c’è la paura, e anche se la voce narrante è maschile, protagonista è sempre la paura che ogni donna ha dentro di sé, paura della violenza, dellla sopraffazione, della crudeltà cieca che irrompe all’improvviso a distruggere serenità, amori, vita.
    Oh, non dico che non ce l’abbiano anche gli uomini questa paura, ma nelle donne è più forte, non so se dovuta alla coscienza della propria maggior vulnerabilità fisica o a modelli educativi introiettati.

    • Luca ha detto:

      In effetti la lotta di classe è una formalizzazione, o un passaggio da processo a struttura, postulata da Marx e dai suoi numerosissimi seguaci (molti intelligentissimi ma privi di spirito pratico, molti dotati di ingente spirito pratico e contadinesca furbizia, molti nè intelligenti nè pratici come sembravano quasi tutti i gerarchi di partito sovietici e dei paesi cosiddetti “satelliti”) di quella che altrimenti sarebbe una belluina tensione tra chi ha e chi non ha, tra chi decide e chi non decide, tra chi conta e chi non conta.

      So che con Milvia mi posso permettere delle interpretazioni al limite del paradosso (se non oltre) che altrove mi procurerebbe controcommenti ferocemente ostili. E dire che Milvia scrive divinamente è come constatare che il sole sorge al mattino e tramonta la sera e che i sacrifici economici li faranno sempre per la maggior parte i meno abbienti: un banale ridondante truismo che non aggiunge informazione.

      Mi piace, quando posso e quando ne sono capace, dare di un fatto, di un evento, di un racconto, una descrizione/interpretazione da un punto di vista erratico e divergente ma pur sempre esistente.

      La cosa mi ha portato molti più inconvenienti che vantaggi (anzi, sinceramente di vantaggi proprio non ne ricordo) eppure ostinatamente persevero.

      • Milvia ha detto:

        “So che con Milvia mi posso permettere…” Mi fa piacere questa tua affermazione, perché sottende un sentimento di stima nei miei confronti. Inutile dire che la stima è ampiamente ricambiata…
        “E dire che Milvia scrive…” : anche questo giudizio mi fa piacere, ma mi sembra davvero esagerato… Ma un ringraziamento è inevitabile, anche per questo.
        “La cosa mi ha portato molti più inconvenienti… eppure ostinatamente persevero.” Essere onesti (perché di onestà, si tratta) in qualsiasi ambito, porta sempre più svantaggi che vantaggi, in questo mondo bacato. Ma perseverare non è certo diabolico… È… angelico, mi vien da dire.

        Per quanto riguarda la lotta di classe, termine portato alla luce dal commento della mia cara amica Mirella, credo che dovrebbe trovare altre modalità per esprimersi, rinnovare slogan e simboli. E ne sono ancor più convinta dopo la mia, seppur positiva, esperienza milanese di ieri.
        Buon aprile, Luca caro. Stai bene.

    • Milvia ha detto:

      Beh, grazie per definirmi una “donna coraggiosa”, Mirellina! So che sei sincera, naturalmente, ma forse l’immagine che hai di me non corrisponde alla realtà…
      Anche tu hai dato un’interpretazione personale del racconto, e vale quindi anche per te tutto quello che ho scritto nella mia risposta a Luca, compresa la gratitudine.

      Un abbraccio

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