Le strategie di Piccolo Teo

passegginoVi voglio raccontare una cosa di piccolo Teo. Eh, lo so che i miei pochissimi lettori superstiti diranno: Ma ancora? Ancora parli del tuo nipotino? Ormai i post di questo tuo blog, che qualcuno, una volta, aveva definito onnivoro, hanno cadenza semestrale, e poi, quando ne pubblichi uno, non scrivi più di politica, o di letteratura, o di attualità, come facevi un tempo. Ma sempre sempre sempre parli di questo Piccolo Teo! Uffa! Ebbene sì… Scrivere di politica e di attualità mi ha stancato, mi disgusta, mi rattrista. La letteratura continuo ad amarla, ma ci sono blogger molto più bravi di me in grado di parlarne.

E invece, raccontare di Teo mi dà gioia, e poi, se non ne parlo io, in Rete, chi ne parla di Piccolo Teo?

Devo premettere che Teo deve aver preso dalla sua nonna paterna, che sono poi io, per quanto riguarda il desiderio di stare all’aperto, di uscire di casa, di osservare il mondo. Ancora non parla, o meglio, parla, ma siamo noi a non capire il suo linguaggio e per rimediare alla inettitudine di noi adulti, si esprime molto bene a gesti. Quando vuole andare a passeggio per prima cosa va alla porta di casa, tende il ditino e indica la porta. porta

Poi, se non c’è una risposta positiva da parte degli adulti che sono con lui in quel momento, corre in camera sua e si ripresenta con in mano le scarpine da passeggio. sandalini E fin qui, va be’, niente di eccezionale, direte.
Ma sentite cosa è accaduto sabato scorso: eravamo in casa lui e io, e Teo, dopo avermi indicato la porta (eravamo rientrati da poco, ma lui, nonostante avesse la febbre, voleva uscire di nuovo) e non avendo avuto da me un segnale di approvazione, corre nella sua cameretta. Lo seguo e vedo che apre un cassetto del suo comò; guarda dentro e lo richiude. Ne apre un altro e sorride: è quello giusto!, sembra dire. Tira fuori una maglietta e me la dà. Io non capisco: Vuoi che mi metta io la tua maglietta? gli dico. E mi metto la maglietta in testa. Avreste dovuto essere lì per vedere il suo sguardo… Mi ha guardato come per dire: Nonna, ma sei proprio tonta… Mi toglie la maglietta dalla testa e me la ridà. Ah, gli dico, vuoi cambiarti la maglietta, allora. Sguardo di Teo che dice: Oh, hai capito, finalmente!, accompagnato da uno dei suoi meravigliosi, dolcissimi sorrisi. Così gli cambio la maglietta e lui si precipita verso la porta di uscita. E io capisco tutto. Teo, le scarpette, le indossava già, e si sarà detto: Sono andato alla porta e lei non ha capito; l’altro segnale che indica la mia voglia di uscire, quello delle scarpine, non posso utilizzarlo, perché le scarpine ce le ho già nei piedi… Cosa posso fare perché questa nonna tontolona capisca? La maglietta! Quando mi portano a passeggio, mi mettono spesso una maglietta pulita. Spero che la nonna capisca, altrimenti non mi rimane che mettermi a strepitare, e a me, strepitare non piace per niente. SAB0017556001S008_det_1 Capito, le strategie di Piccolo Teo?
Lo so che i propri animali, i propri figli, i propri nipotini, sono per ognuno di noi, il meglio del meglio che esista. Però, dai, non sembra anche a voi che Piccolo Teo, sia un ragazzino proprio in gamba, a soli quindici mesi?
P.S. Uno: naturalmente l’ho accontentato, prima che mi ripudiasse come nonna, e siamo andati a passeggio.
P.S.Due: la pediatra ha detto che si può portare a passeggio un bimbo anche se ha la febbre.
P.S. Tre: spero che la pediatra abbia ragione.

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Buon compleanno, Piccolo Teo!

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Un anno! È già passato un anno, mio Piccolo Teo, da quando mi hai fatto diventare nonna felice.
Un anno fa ti scrissi una letterina: ti avevo appena conosciuto, ma mi avevi già stregata.
E hai continuato a stregarmi, con il tuo sguardo curioso, con i tuoi sorrisi, e le tue risate, e i tuoi primi passi, e la dolcezza infinita che provo ogni volta che ti addormenti in braccio a me, con la testina abbandonata sulla mia spalla. Ti voglio tutto il bene del mondo, piccolino. Anche se non ti vedo spesso, ogni giorno guardo le tue foto, e quei video buffi e tenerissimi che mi manda il tuo papà.

Buon compleanno, mio piccolo tesoro! Per quanti regali io ti potrò fare, il regalo più bello lo hai fatto tu a me: sei entrato nella mia vita, arricchendola e rendendola più gioiosa.

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Porrajmos

porrajmos

Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.
Ci possono calpestare,
ci possono sradicare, gassare,
ci possono bruciare,
ci possono ammazzare –
ma come i fiori noi torniamo comunque sempre… 
Karl Stojka)

C’è una data che accomuna due tragedie che ci riguardano (e sottolineo quel “ci”). L’anno è diverso, ma il giorno e il mese sono gli stessi: quella data è il due agosto. E se non c’è bisogno di spiegare quanto è avvenuto il due agosto 1980, in Italia, sarà bene soffermarsi sull’altro, dimenticato, due agosto: quello del 1944, quando 3.000 Rom vennero rinchiusi e uccisi nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz. Una data che l’intera etnia zingara non potrà mai dimenticare, e che non dovremmo dimenticare neppure noi, perché anche quella tragedia, “ci” riguarda, in quanto appartenenti a quella moltitudine di donne e uomini che va sotto il nome di Umanità.  Il due agosto di sessantanove anni fa si compiva l’ultimo atto dell’atroce operazione di sterminio della “razza zingara” da parte dei nazisti. Uno sterminio minore, come dimensioni, di quello subito dal popolo ebraico, ma l’orrore, minore, non deve essere. Nel corso della Seconda guerra mondiale fra Rom e Sinti, per lo più nei Lager, ne furono uccisi circa 500.000. Eppure, ancora oggi, non è che se ne parli molto.

C’è un termine, di lingua Romanì, con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale: Porrajmos o Porajmos.
Il termine può essere tradotto come “grande divoramento” o “devastazione”. Questo disegno genocida è definito da Rom e Sinti anche con il termine Samudaripen, che significa letteralmente “tutti morti” (da Wikipedia).
Ma quanti lo conoscono?
Sì, ormai tutti conosciamo (e per fortuna!) il termine ebraico Shoah, sul cui significato l’enciclopedia Treccani scrive:
Shoah:«tempesta devastante», dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11, con il quale si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale; è vocabolo preferito a olocausto in quanto non richiama, come quest’ultimo, l’idea di un sacrificio inevitabile.
E se tremo per l’orrore, quando il mio pensiero va ai sei milioni di ebrei sterminati dai criminali nazisti, e provo un dolore infinito quando penso alla “tempesta devastante” che ha reso l’umanità tutta più povera, perché messa davanti alla sua… disumanità, così, non posso fare a meno di tremare per l’orrore e provare un dolore infinito quando penso al “grande divoramento” subito dagli zingari.
E se piango leggendo e ascoltando testimonianze degli ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, come non piangere mentre leggo che:
Gli zingari ad Auschwitz, occupavano una sezione riservata esclusivamente a loro: il Campo BIIe. Qui furono completamente abbandonati a se stessi. Un testimone racconta, riferendosi a neonati zingari: «Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lì accanto ci sono le madri; occhi esausti e ardenti di febbre (…). Al muro sul retro è annessa una baracchetta di legno: è la stanza dei cadaveri. Ho già visto molti cadaveri nel Campo di concentramento, ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta più di due metri. Quasi tutti bambini, neonati, adolescenti. In cima scorrazzano i topi». Ma i morti non finiscono qui. Bisogna menzionare anche le 30.000 vittime dei Campi in territorio polacco di Sobibor, Treblinka e Maydanek. Anche l’Italia fascista non fu da meno. Nei Lager di Tossicia (Teramo) e Agnone (Campobasso) molti zingari morirono di fame e di sete. Un orrore che per troppi anni ha subito la sorte maledetta dell’oblio. Gli Zingari, un popolo antico e pieno di vitalità, hanno cercato di resistere alla morte, ma la crudeltà e la superiorità dei nazisti ha avuto il sopravvento. Talvolta, nel loro martirio, hanno trovato nella musica una qualche consolazione: affamati e laceri si radunavano fuori dalle loro baracche ad Auschwitz per suonare e incoraggiavano i bambini a danzare

Allora, oggi, 27 gennaio, giorno che dal 2005 è stato dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Giornata della Memoria (come si sa il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz), oggi, dicevo, insieme a tutte le vittime dei campi di sterminio nazisti (omosessuali, malati di mente, testimoni di Geova, dissidenti politici) ho voluto, in particolare, ricordare loro: gli zingari. Vittime dimenticate, o quasi.
Basta infatti pensare che solo nel 1980 il governo tedesco ha ammesso ufficialmente che gli zingari nel periodo tra il 1936 e il 1944 hanno subito una “persecuzione razziale”. A tutt’oggi il popolo Rom non ha ancora ricevuto alcun risarcimento per i beni confiscatigli dai nazisti. Neanche la consolazione della giustizia. Nei vari processi contro i nazisti responsabili di crimini contro l’umanità, primo tra tutti quello di Norimberga, mai nessuno si preoccupò di sentire la testimonianza di uno zingaro. Al processo di Gerusalemme, nonostante Eichmann si fosse dimostrato consapevole delle pratiche di deportazione degli zingari, il capo di imputazione che riguardava questo argomento venne annullato. Nessun responsabile fu chiamato a rendere conto dello sterminio degli zingari e dopo la guerra personaggi come Eva Justin o il dottor Ritter continuarono indisturbati la loro attività di ricerca.

Già, soffermiamoci su questi due nomi di criminali: la ricercatrice Eva Justin e il dottor Ritter, che dovrebbero suscitare lo stesso raccapriccio di quello suscitato quando sentiamo il nome del dottor Josef Mengele. Ecco, qui si parla i loro:

Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama «Zigeuner», gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.
I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l’inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.
Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l’arrivo al campo di concentramento. Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.

Questa storia, insieme a molte altre, è riportata da Carla Osella nel suo libro Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore nel 2013.
Concludendo questo lungo post, mi viene da dire, ancora una volta, che un giorno non basta, che ricordare e stare all’erta, dobbiamo sempre, anzi, oggi più che mai: se ho, se molti di noi hanno esultato per la vittoria di Tsipras in Grecia, con sgomento devo prendere nota che un partito neo-nazista come Alba Dorata, non solo esiste, ma, in Grecia, è il terzo partito. E che anche in Italia esistono politici, di cui mi rifiuto di fare il nome (ma ci siamo capiti, no?), che basando la loro sempre aperta campagna elettorale sul razzismo, stanno guadagnando consensi. Molti dicono che l’orrore che ha attraversato gli anni del nazismo non potrà più tornare: ma io mi chiedo su cosa si basa questa sicurezza. A volte, quando mi guardo intorno, quando ascolto certe affermazioni, quando leggo le dichiarazioni di certi politici, penso che questa sicurezza abbia, alla fine, i piedi di fragile argilla. Se la memoria si assopirà, se non porremo attenzione, tutti si potrà ripetere.

Vi lascio con uno spezzone di un film bellissimo, dove zingari ed ebrei suonano insieme:
Train de vie

Notizie estratte da:

Zingari

Rom e Sinti

Racconti e testimonianze

Il Fatto quotidiano

Immagine tratta da:

Vita da donna

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Grandi e piccoli orrori di inizio anno

nebbie

Mi verrebbe da dire: Ah, cominciamo bene! Ma mi rendo conto che sarebbe un commento troppo superficiale, leggero, di quelli che vengono detti con un mezzo sorrisetto fra l’ironico e il serio.
E non c’è proprio niente di leggero in quello che è accaduto in questi giorni, in questi primissimi giorni di un nuovo anno, all’inizio del quale tutti ci siamo scambiati auguri, auspicando una vita migliore per le persone che amiamo, per noi stessi e per il mondo intero. A soli nove giorni di età, il 2015 è un neonato già affetto da malattie forse incurabili, che si guarda intorno smarrito e non trova nessuno che si prenda cura di lui.

Veniamo ai fatti, dunque. Veniamo a questi orrori grandi e piccoli, che poi, a pensarci bene, gli orrori possono mai essere piccoli? Forse sì, ma senza dubbio non sono mai innocui. In questi ultimi giorni, infatti, mi sono resa conto, ancora una volta, che orrore genera orrore, che il male può generare solo altro male, che anche un “piccolo” orrore può avere la forza rigeneratrice di crearne uno grande. E vale poi anche il contrario: grandi orrori generano sempre piccoli orrori, come vedremo.
Ma veniamo ai fatti, dicevo. Mi affiderò, per raccontarli, alle parole che ho trovato in rete, per cui, nel testo che segue, ci saranno molti link.

Parigi, 7 gennaio 2015: non metto il link alla notizia del massacro nella redazione della rivista satirica Charlie Hebdo. Tutti sappiamo quello che è accaduto. Il racconto di questo mercoledì, senz’altro nero, senz’altro orrendo, è su tutti i media,  e su tutti i media, compresi i social network, si trovano articoli, dichiarazioni, commenti, che vanno dalle analisi più obbiettive dei fatti, a quelle che grondano retorica (e che quindi, alla fine, non possono essere definite analisi). Per non parlare delle affermazioni di beceri individui che strumentalmente cavalcano la loro battaglia di sempre, che, ahimè, sta diventando sempre  meno sterile, e ha iniziato a produrre  frutti velenosi che in troppi giudicano allettanti. Individui beceri come Gasparri e Salvini, per esempio, che rispettivamente dicono:
“Basta ai barconi carichi di clandestini”
E “Il nemico ormai ce l’abbiamo in casa”.
O Marine Le Pen (vedi QUI). O, ancora, il super becero Giuliano Ferrara (QUI). L’impressione che ho è che questi individui gioiscano di certi avvenimenti perché danno loro la possibilità di influenzare l’opinione pubblica con le loro idee razziste e oscurantiste.
Di seguito ecco alcuni link, attraverso i quali potrete accedere a parole diverse:
WuMing Foundation.
L’articolo è lunghissimo, ma è, secondo me, indispensabile leggerlo, come sempre lo sono, indispensabili, le parole dei Wu Ming. Se proprio dovete fare una scelta e non volete leggere altro, non lasciatevi sfuggire questo articolo.

Gassid Mohammed, mio amico e poeta iracheno, che vive a Bologna.

Igiaba Scego, scrittrice italo-somala.

La lettera che Tiziano Terzani scrisse a Oriana Fallaci dopo l’11 settembre (Davvero grazie a Fiorella Mannoia che ha condiviso l’articolo sulla sua pagina).

E andiamo avanti, con un altro orrore:
ieri pomeriggio ascoltavo distrattamente il giornale radio tre, e mi è sembrato di sentire una notizia che mi ha lasciato esterrefatta, E subito ho pensato: ma com’è possibile che non sia stata data come prima notizia? Parigi sì, ma la Nigeria no? Ho fatto una ricerca in rete ma non ho trovato niente, così ho pensato di aver capito male e ho tirato un sospiro di sollievo. Ma poi, in serata, leggendo un post di Igiaba Scego, ho capito che no, non avevo capito male e che anche QUESTA era una notizia orrenda e orrendo era che, per i media, compresi i social network, non fosse una notizia da mettere in primo piano. Differenze, quindi, fra morti e morti. Una diversa bilancia, una diversa considerazione. Per fortuna, questa mattina, Tutta la città ne parla, in seguito alla telefonata di un ascoltatore di Prima Pagina, ha affrontato l’argomento.

E ora i piccoli orrori.
Prima del 7 gennaio, prima, cioè, che tutti noi riempissimo le nostre social-bacheche con parole e immagini sul e del massacro di Parigi, i social pullulavano di parole e immagini riguardanti la morte di Pino Daniele. Ci sarebbe da dire qualcosa anche su questa invasione, che mi ha riportato alla mente i termini di micro-fama e di necro-fama, trovati nel bel libro Morti di fama, di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino, uscito lo scorso anno edito da Corbaccio. Ma non è questo l’aspetto, che voglio sottolineare, perché l’orrore non è questo, questo, semmai è un fenomeno sociale dei nostri giorni un po’stupido. L’orrore, il piccolo orrore, riguarda quello che è successo l’altro ieri davanti alla camera ardente dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma. Quel coro che scandiva “Vergogna, vergogna”, quella donna che, con arroganza rabbiosa, diceva davanti ai microfoni dei Tg: “Noi siamo andati a tutti i suoi concerti, è grazie a noi che è diventato ricco”. Tutto perché la famiglia dell’artista aveva deciso di dare uno stop alle visite alla salma, per motivi che possono essere stati quelli poi pubblicati dai giornali, o forse no, ma non importa. Una decisione sbagliata? Non lo so, io non mi sento di giudicare, ma so che quel coro, quella frase, quella rabbia ingiustificata a me ha fatto orrore. E QUESTO articolo firmato da Daniela Ranieri e pubblicato ieri sul Fatto quotidiano, trovo che esprima molto bene il mio pensiero.
L’ultimo, piccolo orrore. A dir la verità era già iniziato nell’anno vecchio: mi riferisco alle reazioni che si sono lette, viste, ascoltate sulla vicenda dell’uccisione del piccolo Loris Stival. Tutti quei giudizi privi di senso, e, soprattutto privi di ogni barlume di pietas, che sono stati vomitati dalla stampa, da “addetti ai lavori”, da gente comune, sulla madre presunta omicida. Fra la gente comune, c’è anche la sorella della madre del piccolo, che, invece di starsene lontana dai riflettori, per dignità, per correttezza, per un senso (e ritorna la parola) di pietas verso il bambino, ma anche verso quella donna che le è sorella, a quanto ho capito viene intervistata ovunque, e, con un’ombra di sorriso sulla faccia e con un tono spavaldo della voce, fa uscire un odio e una rabbia accumulata da anni. E accusa, e pontifica, e dice cose che mai dovrebbe dire. Proprio l’altra sera mi è capitato di sentire questo: a un giornalista che le chiede quali fossero i rapporti con la sorella durante l’infanzia, lei dice che la sorella era il cigno, e lei il brutto anatroccolo, che la sorella era bionda e con i boccoli, e lei mora… non accorgendosi del livore e dell’invidia mai sopiti che queste affermazioni rilasciano e che vanno ad inficiare la validità di altre affermazioni fatte.
Ecco, anche davanti a tutto questo io provo orrore. E non so se è più grande l’orrore che provo ascoltando certe risposte, o quello che provo davanti alle domande e all’accanimento dei giornalisti, o, anche, se non sia più grande ancora l’orrore che provo davanti alla morbosità dei tanti che si bevono tutto questo orrore con il piacere che può provare un assetato nel deserto. Perché dell’orrore che contiene non se ne accorgono.
Abbiamo antidoti, contro l’orrore? Non so, faccio fatica a formulare una risposta. Se voi ne avete una sarò molto contenta di ascoltarla.
E se siete arrivati alla fine di questo lunghissimo post vi ringrazio. Alla prossima (spero con un post più leggero)

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Un anno di riflessioni

sogni-doro Sono tre le cose che hanno caratterizzato il mio 2014: prima fra tutte, la nascita del mio nipotino, una gioia immensa. Poi due pubblicazioni in e-book che mi riguardano, un mio entrare a far parte, per la prima volta, di un mondo che io, amante fedelissima dei libri di carta, sentivo estraneo, e che invece, da quando l’ho incontrato, ho cominciato ad apprezzare. Le pubblicazioni sono queste:

Squilibri  squilibri-600x800-01

Il nostro due agosto nero 2 agosto Io non amo sfinire amici e conoscenti pubblicizzando le cose che faccio, però, ecco, sarei contenta che, per esempio, andaste a mettere un “mi piace” alla pagina facebook di Squilibri, che di “mi piace” ne ha davvero pochini. E se poi decidete di scaricare i due e-book (il secondo è gratuito) beh, mica mi dispiacerebbe… Ma già, mentre scrivo questo, mi sento in imbarazzo… Quindi potete anche fate finta che io non lo abbia scritto…

Comunque, è stato, questo, un anno che , più degli altri, mi ha fatto riflettere sul tempo che passa.

Ho cominciato a pensare, con una lucidità dolorosa, che quando il mio nipotino avrà vent’anni, io, probabilmente, non ci sarò più, o, se ci sarò ancora, chissà in che stato sarò: una vecchia demente, forse (già, a volte, penso di esserlo già ora, una vecchia demente🙂 )

Ho cominciato a pensare che sono così vicina allo striscione del traguardo dove c’è scritta la parola fine che mi sembra di toccarlo.

Ho cominciato a pensare alle cose che non ho fatto, a quelle a cui più non credo, e che (ieri?, no, mille anni fa!) mi sembravano certezze. Alle illusioni, alle delusioni, ai fallimenti.
Chi lo avrebbe mai detto, per esempio che la frase che spesso si legge nella biografia di gente famosa: “un matrimonio fallito alle spalle”, mi avrebbe un giorno riguardato (senza, peraltro, essere famosa🙂 )?

Per la prima volta, insomma, ho avuto la consapevolezza della mia vecchiezza, e dentro, ho sentito come un moto di ribellione: com’è possibile, mi sono chiesta, che il gioco della vita stia per terminare? Io voglio continuare a giocare, e ancora e ancora.
Ma sarò deficiente, a pensare a queste cose?

Che strano post, che sta venendo fuori. Butto giù parole così come mi vengono, e forse vi sto annoiando. Va beh, perdonatemi, se potete.
Però, e finisco, non posso dire che sia stato un anno cupo, tutt’altro.
Quando guardo Piccolo Teo, quando lo stringo fra le braccia e le sue manine mi toccano il viso, la tenerezza che provo è immensa. E le riflessioni tristi e le illusioni, le delusioni, i fallimenti, si sciolgono in quella tenerezza.

Il mio augurio è quindi questo: che per ognuno ci sia qualcuno, o qualcosa, nell’anno che verrà, che spenga ogni pensiero nero, e accenda di luci gioiose la vostra vita.
Buon 2015, amiche e amici cari! E, mi raccomando, continuiamo tutti a sognare. Chi sogna continua a vivere, e l’età per sognare non è legata all’anagrafe.
Vi lascio una poesia di Pablo Neruda, e due canzoni: la prima canzone, forse, è una scelta fin troppo ovvia, ma la voce di Guccini fa parte della mia vita, quindi va bene che ci sia, in questa riflessione di fine anno. La seconda spero che dia a tutti allegria, come la dà a me, e che sia di buon auspicio: che una banda risuoni sempre nei nostri cuori e li faccia lieti, Al prossimo anno (cioè, a fra poco)!

Il giorno di Capodanno di Pablo Neruda


l primo giorno dell’anno
Lo distinguiamo dagli altri

come se fosse un cavallino       cavallino
diverso da tutti i cavalli
Gli adorniamo la fronte
con un nastro gli posiamo sul collo
sonagli colorati, e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse un esploratore
che scende da una stella.
Come il pane,
assomiglia al pane di ieri
Come un anello
a tutti gli anelli.
La terra accoglierà
questo giorno dorato,
grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline,
lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia
e poi, lo avvolgerà nell’ombra.
Eppure, piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.

La canzone dei dodici mesi

La Banda

A presto!

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Il risveglio

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Sette mesi di letargo. Non era mai accaduto nei sette anni di vita del mio Blogghino.
Ma qualche minuto fa ho sentito come un sospiro, poi uno sbadiglio, poi un colpo di tosse. E poi quella specie di schiocco che fa un corpo quando si stira dopo essere rimasto immobile a lungo, accompagnato da un mmmhhh… prolungato. Ho guardato lo schermo del mio computer (era da lì, che venivano tutti quei suoni) e… eccolo. Nell’angolo in basso a sinistra c’era lui, il mio Blogghino unico, che mi faceva ciao ciao con la manina.  E allora mi sono sentita in colpa, perché avrei dovuto svegliarla io, la mia creaturina telematica, avrei dovuto farlo nei mesi scorsi, invece di occuparmi solo del fratellastro, quel Faccialibro che è più superficiale e frettoloso di lui.  E allora eccoci qui, il mio Blogghino e io, di nuovo insieme. Per ora solo per fare a tutti i nostri lettori (tutti? uno o due, forse..)  gli auguri per un gioioso, sereno, dolcissimo Natale (ah, questo è un Natale moooolto speciale, per me: è il primo Natale del mio nipotino Teo, che già rivela una propensione alla lettura, come potete vedere).  IMG_0158 Ma torneremo presto, ve lo promettiamo. E risponderemo anche ai commenti lasciati in sospeso. Prima della fine dell’anno saremo qui, di nuovo.  Promesso.
Come? Ah, scusate il mio Blogghino mi sta dicendo che non possiamo cavarcela così, dopo tanta assenza. Una poesia, dici? Va bene…

vera-amicizia

Natale
(di Roberto Piumini)

Quest’anno Natale
mi ha fatto un bel dono
un dono speciale.
Mi ha dato allegria
canzoni cantate
in gran compagnia.
Mi ha dato pensieri
parole e sorrisi
di amici sinceri.
Dei vecchi regali
non voglio più niente
ad ogni Natale
io voglio la gente.

E poi la foto del menù? Ma dai, Blogghino caro, a chi voi che interessi? Va beh, se lo dici tu…
La Vigilia da Nonna Milvia 2014Anche la musica? Hai ragione, era la nostra vecchia abitudine di concludere i post con un po’ di musica. D’accordo, allora:  ti accontento in tutto. Contento?

http://youtu.be/l7SWVlz7juM

E a voi, nostri cari lettori (e non ha importanza che siate uno o cento) gli auguri per giorni di festa splendenti. Alla prossima!

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Un susseguirsi di lampi cerebrali

aforismi definitiva copertina(1)

Aforisma: Massima, sentenza, definizione che in brevi e succose parole riassume e racchiude il risultato di precedenti definizioni, osservazioni, esperienze.
Ecco cosa leggo, se ricerco la parola aforisma sul vocabolario Devoto-Oli.
Devo dire che a me sembra molto più calzante quella che leggo sul retro di copertina di Sinapsi in strass (Zona 2014), libro pubblicato da Graziella Poluzzi: un susseguirsi di lampi cerebrali.
Ecco, questa definizione mi sembra l’ideale se riferita agli aforismi creati da questa autrice che ha fatto dell’ironia un mezzo per comprendere e farci comprendere meglio le asperità, le contraddizioni, le follie della vita.
Di Graziella Poluzzi aveva già parlato qui, in occasione dell’uscita di un altro suo libro. Ed è ora per me un piacere annunciare la nascita di questa sua nuova e brillante creatura.
Gli aforismi spaziano e toccano, mi vien da dire con profonda leggerezza, argomenti che riguardano ognuno di noi: si parte da Il tempo e l’età, si finisce con Sexual-mente, e il percorso intermedio attraversa temi come Guerra e pace, La nostra società, Lei,lui e la famiglia, La Televisione, la Solitudine e molti altri ancora.
Ma se volete avere un assaggio più stuzzicante di questi lampi cerebrali e sapere qualcosa di più dell’autrice, cliccate qui e qui.
Io credo che l’ironia (di cui molte donne sono dotate, anche se poche, a dire il vero, la rendono pubblica), sia un bene prezioso, perché attraverso essa si riesce a sdrammatizzare (ma non a sminuire) situazioni che, se viste con uno sguardo privo di… lampi cerebrali, possono fare della vita un insostenibile fardello.

A Bologna,il libro di Graziella Poluzzi si trova in vendita da ieri,31 maggio,alla Libreria delle Donne (via San Felice 16/a) e anche presso la libreria Trame (Via Goito 3/c). Chi non è di Bologna, potrà acquistarlo attraverso Internet.
Inutile dire che ve ne consiglio vivamente la lettura.
Graziella Poluzzi cura anche un Blog

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Una storia come un’altra

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Oggi,17 maggio,è la giornata mondiale contro l’omotransfobia, una giornata che non dovrebbe esistere, perché non dovrebbe esistere,nel mondo, l’omotransfobia, che è uno dei più stupidi atteggiamenti che l’umanità possa avere. Stupido credo sia l’aggettivo più adatto per definire chi offende, chi sentenzia, chi ironizza su persone che non sono né diverse, né malate, né immorali. Potrei scrivere tutto un post sulla stupidità di questi sputa-sentenze, loro sì, malati, malati di moralismo, di machismo, di mentalità bigotta. Ma ho deciso invece di ripubblicare un racconto che mi è caro, un racconto che parla di amore, l’amore fra una coppia. Non un amore particolare, un amore e basta, come tutti noi, almeno una volta, abbiamo provato. Una storia come un’altra, insomma. Il racconto è molto lungo, spero che abbiate la pazienza di leggerlo tutto.

Una storia come un’altra

Prima che salisse sul treno l’ho abbracciato forte.Ho preso il suo viso fra le mani e l’ho baciato sulle labbra.
Si è lasciato andare contro di me, per un attimo.
Ho sentito quanto fosse fragile il suo corpo, in quel momento,quasi inconsistente.
L’ho guardato salire in vettura, la valigetta che gli sbatteva nelle gambe, una scarpa slacciata. “Ricordati, sono con te…”, gli ho detto. “Stai tranquillo, io ci sono sempre”, ho aggiunto.
Si è girato e mi ha sorriso, un sorriso appannato. Le porte della carrozza si sono chiuse.
Il piazzale della stazione è già tutto imbiancato da questa precoce neve di fine autunno. Alle fermate degli autobus la gente batte i piedi sul selciato per riscaldarsi e guarda impaziente l’orologio. Forse nevicherà anche a Milano:i giardini di Piazza Bibiena impolverati di bianco dalla neve sottile, che imbiancherà anche la bara, portata a braccia verso l’auto funebre. E con il suo gelo avvolgerà lo smarrimento di Adriano.
Guido lentamente, tornando verso casa, smarrito anch’io, nei miei pensieri.

Adriano l’ho conosciuto nel sole: il primo ricordo è di un ragazzino pallido che si aggirava incerto nel giardino di casa mia, gli occhi socchiusi al riverbero della luce di una giornata ischitana di piena estate. I miei, allora, affittavano alcune stanze ai “forestieri”, come li chiamavamo, che scendevano dal nord ogni stagione a turbare la nostra tranquillità, il nostro vivere lento, a toccare i nostri oggetti, a dormire nelle nostre camere. A ogni estate, mi sentivo defraudato, pensavo che quei “forestieri” ci stavano rubando una stagione della nostra vita, e non riuscivo mai a fare amicizia con nessuno dei loro bambini. Ma così era, e di quei soldi avevamo bisogno.
Con Adriano era stato diverso già dal primo momento. Mi piacquero subito anche i suoi genitori: il padre, alto, magro come il figlio, la madre un po’ rotondetta come la mia, un cespuglio di capelli rossi che le finivano sempre davanti agli occhi nerissimi, gli stessi occhi di Adriano. Tutti e due gentilissimi, cordiali, non arroganti come tanti altri villeggianti che li avevano preceduti.
Lui era professore universitario, lei era giornalista. Io già allora avevo mille domande nella testa, mille dubbi su ciò che era giusto, su ciò che giusto non era; ero una personcina seria, mi dicono i miei, in una casa piena di allegria e risate. Le risposte alle mie domande che la mia famiglia non riusciva a darmi erano compensate da un abbraccio, da un sorriso, da una visione del mondo positiva, anche quando le cose sembravano farsi difficili. Le domande, i dubbi, rimanevano però irrisolti:continuavo a chiedermi perché il mio compagno di banco non portava mai la merenda, a scuola, e vedevo poi sempre sua madre fare la fila davanti all’ufficio di assistenza pubblica del comune; perché il padre di Ciro era dovuto partire per la Germania, dopo il licenziamento dallo stabilimento di Napoli dove lavorava, lasciando a casa quattro bambini piccoli; perché Salvatore Russo era sempre ubriaco e si diceva che picchiasse la moglie; perché i signori che avevano le belle ville arrampicate sulla montagna avevano anche belle barche ormeggiate al porto; perché i “forestieri” venivano da noi in villeggiatura, ma noi non andavamo in villeggiatura da nessuna parte.
Non ricordo come cominciai a parlare di tutto questo con Adriano. Ricordo però quello che lui mi disse: anche a Milano succedevano molte di queste cose,mi disse, ma il suo papà e la sua mamma cercavano di cambiarle: scrivendo articoli, andando a manifestazioni, tirandosi in casa, a volte, persone che avevano bisogno di un alloggio. Madri con bambini, ragazzi giovani, vecchi abbandonati. Lui mi confessò che all’inizio aveva avuto paura di tutta quella gente che spesso piangeva, o lo guardava con sguardi che lui non riusciva a decifrare, o emanava uno strano odore. Poi i suoi lo avevano tranquillizzato: gli avevano detto che con il loro comportamento cercavano di rendere il mondo un po’più giusto e che lui poteva aiutarli non avendo paura.
Quell’estate i giorni passarono velocemente fra bagni in mare, corse sulla spiaggia di Citara, partitelle di calcio nel campetto vicino a casa mia con i miei compagni, cui avevo imposto da subito la presenza di Adriano. La sera mangiavamo in giardino: il cibo profumato preparato da mia madre si miscelava all’intenso odore del gelsomino. La domenica, a finire la cena, c’era sempre la pastiera di cui Adriano e suo padre erano ghiotti. Sembravamo tutti una famiglia: spesso mia sorella piccola si addormentava fra le braccia di Monica, e mio padre e Vittorio si scambiavano sigarette –forti e dal pungente aroma quelle di mio padre, più raffinate quelle di Vittorio- e i discorsi erano pacati e tutti potevamo intervenire e dire il nostro pensiero. Il padre di Adriano parlava di scioperi, su al nord, e di ingiustizie, mio padre parlava della fatica della pesca, di fame. E di ingiustizie. Io ascoltavo con attenzione, finchè gli occhi non riuscivano più a stare aperti. Allora, con Adriano, mi trascinavo a letto: per la prima volta dividevo la mia camera con un “forestiero” senza dovergliela cedere completamente come le estati precedenti a quella, e dover andare a dormire fra mia sorella e i miei, nel loro letto.
Quando arrivò il momento della partenza eravamo tutti un poco tristi, ma ci lasciammo con la promessa di rivederci l’anno successivo e di scriverci. Sia io che Adriano avremmo cominciato a frequentare la prima media, ed eravamo impazienti di scambiarci le impressioni su quella nuova esperienza.

Mi fermo al rosso; penso che devo andare assolutamente a fare la spesa. Ieri, quando è arrivata la telefonata da Milano, stavo scendendo al negozio, ma poi chi ci ha più pensato…
Mentre riparto, l’immagine di Monica mi appare nitidissima, così,come l’ho vista l’ultima volta: i capelli ancora rossi, sempre un po’ arruffati, leggermente appesantita dagli anni, una maschera di sgomento e di rifiuto nel volto, mentre retrocede davanti a noi, nel lungo corridoio della redazione del giornale. No, non era andato bene quell’incontro, anzi, non c’era stato alcun incontro. Ricordo l’espressione livida di Adriano, quel giorno, la stessa di ieri, mentre ascoltava al telefono la notizia della morte improvvisa della madre.
Così, in un certo senso, Monica se ne è andata vittoriosa, senza alzare una bandiera di resa.
Parcheggio sotto casa. Non nevica più, e il freddo è aumentato. Mi infilo nel negozio di alimentari, non so neppure esattamente cosa comprare: quando tornerà Adriano?
“Ciao, Mauro!” Mi saluta allegramente Rosa, mentre finisce di pulire l’affettatrice.
“Ciao, Rosa! Allora… dammi… Sai, non so cosa comprare… Adriano è partito, è andato a Milano, è morta… è morta sua madre, all’improvviso, e non so quando lui torna, sai, le pratiche…”
“Oh, mi dispiace”, dice Rosa, un po’ imbarazzata. Rosa è anche una grande amica e anni fa le abbiamo raccontato la nostra storia. Irruente e genuina aveva espresso pesanti giudizi sui genitori di Adriano e sul loro modo di agire.
“Già”, dico mentre mi guardo intorno. Sul banco sono esposti diversi dolci casarecci: ciambelle, crostate, tortine alla frutta.
“E se gli preparassi la pastiera?” penso fra me. “La pastiera gli piace tanto. Ci riporta all’infanzia, alla casa odorosa dei miei, al calore del sole e dell’abbraccio. La pastiera è consolatoria”.
Sono anni che non la faccio, ma gli ingredienti li so a memoria per aver visto tante volte mia madre misurare tutte le dosi.
Dopo aver richiesto a Rosa gli alimenti che mi servono per la quotidianità, comincio a pensare agli ingredienti che mi serviranno per preparare la pastiera: dunque, zucchero e farina li abbiamo, la cannella pure e anche i limoni…Quindi, vediamo un po’…
“Rosa, mi è venuta voglia di preparare la pastiera. Dammi un barattolo da due etti di grano precotto, un panetto di burro da due etti e mezzo, due confezioni di uova, un litro di latte, ottanta grammi di cedro e arancia canditi e mezzo chilo di ricotta.”
Mentre Rosa mi prepara tutto, entra nel negozio la signora Olivieri, quella del quinto piano. Ho smesso da anni di salutarla, visto che lei non ricambiava mai il mio saluto, e quando mi incontra, e ancor di più quando incontra me e Adriano insieme, storce quella sua vecchia faccia, come se sentisse un terribile cattivo odore. Adriano continua a salutarla, dice che bisogna cercare di capirla. Io invece la odio. Troppe volte ho visto quegli sguardi, quando la gente intuiva che io ed Adriano non eravamo soltanto amici.
Pago, saluto Rosa, oltrepasso la signora Olivieri, che si allontana di scatto, ed esco dal negozio.
Mi sento stanco. Decido di stendermi sul divano, prima di cominciare a preparare la pastiera. Metto un cd nel lettore. Le note della Moldava di Smetana mi hanno sempre rilassato.

* * *

Il treno si è fermato in aperta campagna. Ha ripreso a nevicare, grossi fiocchi che sbattono contro il finestrino, come insetti bianchi. Miei compagni di viaggio una vecchia signora calabrese e suo figlio.
Mia madre non è mai stata vecchia, a dispetto dell’età anagrafica: energica, combattiva, piena di passione. E di contraddizioni.
Quando mi avvertì della morte di mio padre mi disse: “Non sognarti di portare quello, al funerale…”. Lo disse con voce dura e spietata, benché io sapessi quanto fosse lacerata dal dolore per la perdita del compagno e quanto dovesse sentirsi fragile in quei momenti.
“L’Irriducibile” l’aveva soprannominata Mauro. “L’Irriducibile” ora se ne è andata, senza capire, lei che capiva tutti, senza accettare, lei che accettava tutti. Tolleranza zero verso me, verso Mauro, verso la nostra storia. La pena, ma anche il rancore, mi dilaniano.
Il treno riprende il suo cammino, lentamente.
La morte rende tutto irreversibile. Non ci sarà mai una cena a tre: Mauro che le versa un bicchiere di vino, lei che si scosta i capelli dal viso, io che sorrido. O una serata con i suoi colleghi giornalisti, Mauro silenzioso e sereno, lei e io animati e concordi su tutto, sempre pronti a disfare il mondo e a rifarlo, gli amici divertiti dalla rara sintonia fra madre e figlio. O la camera preparata per me e per Mauro da lei, nella sua casa.
Tutto questo, in effetti, c’è stato prima. Prima che le dicessi che io, suo figlio, ero innamorato dell’amico d’infanzia e che avevo deciso di vivere con lui, e che lo avrei anche sposato, se questo fosse stato possibile in futuro.
Avevamo quattordici anni quando ce ne siamo accorti. Uno sfioramento delle mani, casuale, mentre riponevamo le biciclette nello scantinato. Gli occhi negli occhi, un attimo, il cuore che è andato a mille. Niente parole, ma nessun imbarazzo. Solo un grande stupore e finalmente la risposta al nostro stare così bene insieme. Tacitamente abbiamo deciso di ignorare quel lampo che ci aveva attraversato il corpo e lo spirito. Per anni non ci siamo detti nulla. Ognuno di noi ha avuto delle ragazze, ci scambiavamo le impressioni, ma non le emozioni su queste storie, perché emozioni non c’erano.
Abbiamo fatto sempre le stesse scelte, più per stare insieme, che per convinzione. I genitori di Mauro sognavano un figlio avvocato, e neppure a lui questa scelta dispiaceva. E così ci siamo iscritti a Legge tutti e due.
Una volta laureati, una sera, ci siamo guardati bene in faccia e ci siamo detti tutto quello che c’era da dire.
Non mi pentirò mai della scelta che ho fatto. Non vorrei mai scambiarmi con nessun altro. Conosco tante coppie eterosessuali che non hanno niente di quello che noi abbiamo: il capirci con uno sguardo, la gioia con cui ancora apprezziamo lo stare insieme, ancora dopo tanto tempo. Abbiamo cinquant’anni e ci sentiamo veramente una coppia, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, o forse, chissà, anche grazie a quelle. L’unico strappo nero sono stati, inaspettatamente, i miei. Solo mio padre, verso la fine della sua vita, ha cercato di capire, si è finalmente arreso. Ma mia madre no, lei non si è mai arresa alla realtà.

Quel giorno, dopo aver incontrato mio padre, un padre finalmente acquietato, o rassegnato, forse, eravamo andati al giornale, io e Mauro. Lei, quando le avevo detto di noi, mi aveva fatto promettere che non avrei mai portato Mauro con me, ai nostri appuntamenti. Così uscì dalla porta dell’ufficio in fondo al corridoio, e stava sorridendo, convinta che io fossi solo. Penso che ogni volta che ci incontravamo sperasse che le dicessi che la storia era finita, che era stato uno sbaglio, un capriccio, e che io, dopotutto, ero “normale”. Poi lo vide
Si fermò di botto, il volto irrigidito dalla rabbia e dal disgusto. Si voltò di scatto e rientrò nel suo ufficio sbattendo la porta.

È stata l’ultima volta che Mauro l’ha vista, e io l’ho incontrata poi solo al funerale di papà. Forse Mauro è quello che ha sofferto di più, in tutta questa vicenda: ha sofferto per me, per il mio dolore di figlio ripudiato; si è sentito responsabile di una scelta che avevamo fatto insieme e che era comunque fin dall’inizio destinata a compiersi.
Il figlio della signora calabrese si è addormentato, la testa appoggiata sulla spalla della madre.
“È stanco”, mi dice lei sussurrando “Ha lavorato fino a ieri sera tardi nella nostra campagna, e ora stiamo tornando su, perché domattina deve andare in fabbrica. Sa, è caporeparto!”
L’orgoglio le fa brillare gli occhi. Passano storie di sacrifici, di rinunce, di speranze, nel suo sguardo. Le sorrido e penso ancora una volta a mia madre.

Quando Raffaele ci telefonò per dirci che si era ammalato di artrosi, e che non poteva più continuare a fare il pescatore, fu lei a lanciare l’idea che venissero tutti su a Milano, lui, la moglie, Mauro e la sorellina: il portiere del nostro stabile era andato in pensione, e il posto era ancora vacante. Un buon lavoro, l’appartamento a disposizione, più possibilità per tutti loro. Che ironia che proprio mia madre sia stata l’artefice del nostro ritrovarci. Forse, se la sua famiglia non fosse venuta a vivere a Milano, le cose fra me e Mauro sarebbero andate diversamente.
Avevamo tredici anni, ci iscrivemmo allo stesso liceo, e si rafforzò anche l’amicizia fra le nostre famiglie. Passavamo quasi tutte le sere insieme, ancora a parlare, a ridere, a giocare a carte, fregandocene altamente se altri condomini guardavano sprezzanti il professore e la giornalista, tanto amici del portiere, per di più meridionale.

Ci siamo: il treno sta entrando nella buia stazione di Milano. Rientro nel presente. Con angoscia mi rendo conto che fra poco mi troverò davanti il corpo senza vita di mia madre, la sua vitalità che ho sempre conosciuto, di cui per anni mi sono cibato, spenta.
La madre calabrese sveglia dolcemente il figlio.
“Sa”, mi viene da dirle “mia madre è morta ieri, sto andando da lei”.
Mi guarda con dolore e mi stringe le mani con le sue vecchie ruvide dita.
“Le mamme non muoiono mai”, mi dice “ti proteggerà dal cielo”.
Non riesco a risponderle niente, un nodo mi stringe la gola. Prendo la valigetta e mi incammino per scendere.

* * *

Il telefono sta suonando. Mi devo essere addormentato. Per un attimo penso che andrà a rispondere Adriano, poi mi ricordo tutto e mi alzo.
“La casa è piena di gente”, mi dice “Io sono appena arrivato”.
Ha quella voce come di metallo, che sempre gli viene fuori quando c’è qualche cosa che lo fa stare male.
“Ci sono tutti. Sono venuti anche dalla redazione di Roma. C’è Luciano, il suo ultimo editore. Sono tutti sbigottiti. Ancora io non l’ho vista. È in camera sua, ma devo trovare il coraggio per entrare. Mi manca, mia madre, sai, Mauro. Mi manchi. Ti vorrei qui”.
Quando abbasso il ricevitore mi trovo a piangere come un bambino. Anch’io l’amavo, quella donna. Mi ha deluso e mi ha fatto star male. Soprattutto non posso perdonarle di aver fatto soffrire Adriano. Comunque l’amavo, o l’ho amata, ed è stata per me, fino ad un certo giorno, come una seconda madre.

La decisione di parlare ai nostri genitori dei sentimenti che legavano me e Adriano mi intimoriva parecchio. I miei non erano come Monica e Vittorio, me ne resi conto in quel momento. Era gente semplice, gli anni vissuti a Milano non li avevano resi diversi da quello che erano: buoni, generosi, pieni di amore, ma sapere che il loro figlio era… Con quante orribili parole la gente aveva cominciato a definirci: finocchio, invertito, orecchione, frocio, checca… Una ricca gamma di espressioni per irridere una affettività che era comunque onesta e limpida più di tante altre. Come l’avrebbero presa, i miei?
Avevamo deciso di parlare loro separatamente. La mia famiglia era da poco rientrata definitivamente ad Ischia: il calore, il profumo di casa le mancava troppo; nonostante l’amicizia con i genitori di Adriano, non erano mai riusciti ad amare il Nord, il suo grigiore, lo smog, l’odore bagnato dei cappotti in metropolitana, la fretta di tutti.
Così da Bologna, dove eravamo andati a vivere, partimmo: lui per Milano e io per Napoli. Sicuro della reazione positiva dei suoi, Adriano, molto meno sicuro io dei miei. Ma tutti e due sicurissimi del nostro sentimento, e decisi a non mollare per nessuna ragione.
Ricordo ancora il viaggio in traghetto che mi portava all’isola, troppo breve per allentare il tumulto che sentivo dentro. Dall’oblò guardavo le onde del mare, e Capri e Procida che incontravo lungo il tragitto, e mi chiedevo se sarei mai tornato in quei posti, o se i miei mi avrebbero allontanato per sempre.
Invece tutto andò inaspettatamente in modo diverso.
Dopo due giorni arrivò a Ischia, senza preavviso, un Adriano smunto, ancora più magro, gli occhi ancora più grandi nel viso bianco.
“I tuoi?” chiese
“Tutto bene. Sai, hanno detto che l’hanno sempre saputo, che l’avevano intuito da anni; ci sono stati male perché capivano che per noi sarà sempre difficile, ma che è la nostra scelta, e hanno detto che ci vogliono un gran bene”.
Non gli chiesi dei suoi. Bastava guardarlo in faccia. Aspettai che fosse lui a parlarmene. Scendemmo lentamente verso la spiaggia, passammo davanti al campo da calcetto dove da ragazzini avevamo fatto le nostre partite. Era il tramonto, un tramonto che sgocciolava arancio sul mare. Piccoli pipistrelli volavano bassi, in spiaggia due bambini stavano ripiegando i teli da bagno. Si fermò e mi mise una mano sul braccio.
“Non hanno capito. Non capiscono. Sono orripilati. Questo mi hanno detto: Siamo orripilati, ha detto mia madre. Con tutta la loro cultura, con tutta la loro comprensione verso tutti, a noi non ci capiscono proprio. Hanno parlato di schifo, di anormalità. È stato orribile, Mauro”.
È andato avanti per mesi a ripetere tutte le loro frasi, ad analizzarle, a chiedersi come era possibile. Andava su a Milano, e ogni volta che tornava era sempre peggio. Poi, col tempo, ha cominciato a convivere con questo rifiuto, ma troppe volte l’ho sorpreso con un libro o un articolo della madre fra le mani, lo sguardo tormentato.
Alla fine abbiamo cominciato a scherzarci sopra a questa cosa, battute un po’ amare. L’Irriducibile, abbiamo cominciato a chiamarla, lei, sua madre, soprattutto dopo che il padre si era finalmente rassegnato alla realtà.

Andiamo spesso dai miei, giù all’isola. Sono vecchi, mio padre ormai non si muove più, ma il calore con cui ci accolgono è sempre quello di tanti anni fa. Anche noi andremo a invecchiare là, insieme, come hanno fatto mio padre e mia madre, legati come loro, e non c’è nulla di diverso, da un affetto che si fa sempre più profondo.
Mi sciacquo il viso. Mi guardo allo specchio: i capelli sono tutti bianchi, le rughe segnano la storia del tempo che è passato, gli occhi sono arrossati per il pianto, eppure il mio viso mi piace, perché piace ad Adriano, perché mi sento amato. E ho la certezza che sarà veramente “finché morte non vi separi”. Senza cerimonie, senza giuramenti davanti a una qualsivoglia autorità.
Dal bagno sento il campanello di casa squillare.
Rosa ha due pizze e un sacchetto con due bottiglie di birra.
“Stavo troppo male a pensarti qui da solo. Il mio è un atto di puro egoismo”.
Si è ricordata qual è la mia pizza preferita, velocemente prepara la tavola. E io penso che Rosa è veramente un’amica e che è un tesoro. E che non c’è differenza di qualità fra uomini e donne, la differenza è fra le persone, a prescindere dal loro sesso.
“Posso aiutarti a fare la pastiera? La prepariamo domani, che nel pomeriggio il negozio è chiuso”, dice.

* * *

I funerali hanno una funzione catartica, purificano il dolore, lo adattano all’anima.
È finita. La funzione civile è stata breve. Nel piccolo cimitero fuori Milano, dove mia madre ha raggiunto mio padre, la gente arrivava fin nella strada. Non ci sono stati fiori, ma qualche piccola bandiera rossa, e un ragazzo del centro sociale che ha cantato Paolo Conte, per l’ultima volta, per lei.

“Un’altra vita per noi
oltre il basilico e la sua fragranza
……………
un’altra vita verrà
e un’altra vita sarà
oltre le lune e gli uragani”

Mamma, non ci sarà un’altra vita per poter capire. Non solo io, non solo Mauro, ma anche tu hai perduto tanto, anche tu. Te ne sei mai resa conto?
I funerali hanno una funzione catartica. Chiudono un periodo. Dopo un funerale è come se si cominciasse ad intravedere una strada, davanti, anche se piena di buche, di ostacoli, di filo spinato. Ho sempre pensato così, anche dopo il funerale di mio padre; ma in questo momento, seduto qui sul letto di mia madre, non vedo nessuna strada davanti a me. Il periodo non può essere concluso, senza la comprensione, senza l’accettazione.
C’è ancora un’ombra del suo profumo, i suoi post it sparsi dappertutto, appunti scritti a mano a mano che un pensiero le veniva alla mente. Ne era sempre piena la casa. Solo sul comodino ora ce ne saranno una decina. Comincio a leggerli. Alcuni sono incomprensibili, per me: frasi spezzettate, parole isolate. Poi: “Adriano, leggi fra i miei documenti nel computer”. La calligrafia è tremolante, le tre righe che compongono la frase sono tutte di sghimbescio: di solito lei è, era, ordinatissima, con una grafia arrotondata e ferma. È certamente l’ultima cosa che ha scritto, l’ultimo suo appunto. L’hanno trovata morta nel suo letto.

* * *

Ha telefonato Adriano. Arriverà questa sera, con l’Eurostar delle 20. Mi è sembrato più tranquillo, più sereno.
Oggi è meno freddo, c’è un sole opaco che cerca di scaldare i vetri delle finestre.
Mentre aspetto Rosa comincio a preparare sul tavolo di cucina tutti gli ingredienti per la torta.
Apro la scatoletta di grano, misuro due decilitri di latte, peso duecento grammi di zucchero, e trenta grammi di burro. Questo per il ripieno. Per la pastafrolla preparo due etti di farina, un etto di zucchero, un etto di burro. Poi ripongo in frigorifero le dosi di burro, perché non si sciolga nell’attesa.
Quando Rosa arriva ci suddividiamo i compiti: lei preparerà il ripieno e io la pastafrolla. Mi dice di mettere su un cd di canzoni napoletane, per sentirsi più ispirata. Così cominciamo a lavorare con il sottofondo di “Reginella” e “Core ingrato”.
Verso i due etti di farina sul ripiano di marmo del tavolo, con un cucchiaio di legno lavoro il burro per ammorbidirlo. Intanto Rosa ha messo in un tegamino il grano, il latte, la scorza grattugiata di un mezzo limone e i trenta grammi di burro.
“Ora fai cuocere tutto per dieci minuti”, le dico, “e mescola sempre. Deve venirne fuori una specie di crema. Sai, mia mamma adopera ancora il grano crudo, e lo fa ammorbidire per giorni nell’acqua. Ma per fortuna con questo precotto si fa molto prima”.
“O.K., Chef, ricevuto! Anche se credo che ci sarà una bella differenza con la pastiera di tua mamma!” E mi fa una piccola carezza sui capelli.
Rosa ha il corpo forte e massiccio e sembra occupare tutta la minuscola cucina, ma penso che siano soprattutto il suo cuore e la sua generosità a riempire gli spazi.
Verso il burro sulla farina, insieme con tre tuorli d’uovo, lo zucchero e un pizzico di sale. Comincio a impastare con delicatezza, la pasta dovrà risultare alla fine soda e omogenea, e mi ci vorrà un po’ di tempo e un po’ di pazienza.
Rosa ha messo a raffreddare la crema di grano sul balcone. Ora sta amalgamando la ricotta con lo zucchero, la scorza grattugiata del rimanente mezzo limone, un pizzico di cannella e un po’ di sale. Ogni tanto interrompe il suo mescolare e mi chiede, mostrandomi la ciotola:
“Va bene, così?”
Ma l’impasto è ancora granuloso e non cremoso come deve diventare.
La mia pastafrolla sembra invece ormai a buon punto. Ne faccio una palla, la infarino e la metto in frigo, avvolta in un tovagliolo. Fra circa mezz’ora dovrò toglierla.
Rosa, continuando a mescolare, ha cominciato a cantarellare seguendo le canzoni del cd. Ha una voce fresca e piacevole. La vita non è stata facile, per lei: varie tristi storie d’amore finite male, poi finalmente il matrimonio, stroncato dopo pochi mesi da un incidente stradale. Eppure è una donna che trasmette allegria e calore, che non cade, che aiuta. Una donna e un’amica vera.
L’impasto che ha preparato Rosa è ora cremoso e liscio. Tolgo quattro uova dal frigorifero, separo i tuorli dagli albumi, e mentre Rosa aggiunge tre rossi alla crema, io monto a neve gli albumi.
“Adesso devi anche aggiungere i canditi tritati, la crema di frumento e continuare a mescolare. Poi ti darò gli albumi appena avrò finito di montarli”, le dico.
Il ripieno è pronto, è ora di passare al compito più difficile, almeno per me: stendere la pastafrolla. Non ho mai capito perché a mia madre riesca così bene. A me si spezzetta tutta, e finisco sempre con il riempire la tortiera con un puzzle di pasta. Però, miracolosamente, cuocendo sta tutto insieme, così non mi faccio troppi problemi.
Fodero dunque lo stampo imburrato con i pezzettini di pasta (dopo averne messo un po’ da parte per le striscioline che ricopriranno la torta), mentre Rosa mi guarda con aria decisamente scettica.
“Dai, versa il ripieno nella tortiera! È o non è un lavoro di squadra, il nostro?”, le dico. Le do un buffetto sulla guancia, e una traccia di farina le rimane sul viso.
Spennello con il tuorlo d’uovo rimasto le striscioline di pasta adagiate a grata sul dolce.
Rosa apre lo sportello del forno, io introduco la torta, predispongo il timer da lì a un’ora e sistemo la temperatura sui 180 gradi.
“Ecco fatto! Pensi che ora non ci meritiamo un caffé? Lo faccio io, Rosa, tu siediti qui. Mi piace la tua compagnia, lo sai, vero…”
Mentre il caffé si sta preparando, riordino in fretta la cucina. Anche nel menage della casa non ci sono stati mai problemi fra me e Adriano. Ognuno fa quello che più gli piace o che gli riesce meglio, e la suddivisione dei compiti è facile e scorrevole.
Adriano.
“Dovrebbe già essere sul treno”, dico “Vuoi cenare con noi, stasera, Rosa?”
“No, penso che è meglio che stiate da soli. Semmai domani sera. E lasciami un pezzo di pastiera, sai!”

* * *

Ci sono pochi viaggiatori sul treno. Il mio posto è vicino al finestrino. Mi siedo e appoggio la fronte al vetro. Mi sento frastornato. Questa notte non ho dormito molto. Ma non è solo la mancanza di sonno che mi fa sentire come sospeso e leggero. Mi tocco la tasca interna della giacca. Sento frusciare la carta. Tre fogli, l’eredità di mia madre.
Il treno si mette in moto, lascia la stazione. Le luci della città mi scorrono davanti agli occhi sempre più velocemente. Una ragazza si siede davanti a me e mi sorride. Mi viene in mente la madre calabrese, mia compagna di viaggio l’altro ieri: “Le mamme non muoiono mai, ti proteggono dal cielo.”
Non so se c’è un cielo da dove le madri ti proteggano, ma so che mia madre è vivissima in me, è vicina quasi a toccarmi. Da ieri sera.

Il documento è di quattro giorni fa. La luce azzurrina del computer si fonde con la vecchia lampada dalla calda luce dorata che lei ha avuto da sempre sulla scrivania.
Il titolo del documento è “Per Adriano e Mauro”.
Il cuore comincia a battermi più in fretta. Un leggero sudore mi inumidisce la fronte. Le mani hanno un lieve tremito. Con il mouse vado all’icona “apri”, ma non clicco. Può esserci di tutto, lì dentro: resa, comprensione, maledizione, di tutto. E senza aver più la possibilità di controbattere, di confutare. Per un attimo penso che sarebbe saggio spegnere il computer e andarmene a dormire.
Ma il dito preme, il documento si apre e leggo in fretta:
Adriano, Mauro, da qualche giorno non mi sento bene. Mi sento molto stanca, mi duole lo stomaco e ho come un peso sul cuore. Non voglio andare dal medico, spero che passerà così. O forse, sapete, la verità è che non mi interessa molto più vivere. Ma una cosa, se dovessi morire fra poco, ve la voglio, ve la devo dire.
Mi fermo. Impedisco allo sguardo di andare oltre. Penso a quella frase: non mi interessa più vivere…
Mi alzo. In cucina mi verso un bicchier d’acqua. Scosto le tende della finestra. Fuori è buio. Solo la pallidissima luce dei lampioni della piazza piove sulle cime dei platani, nudi delle loro foglie.
Mamma, se tu avessi accettato la mia relazione con Mauro, una gran parte della tua vita sarebbe stata differente… Noi non potevamo essere diversi da come siamo: perché non lo hai capito?
Ritorno nello studio. Il salvaschermo mostra una mia fotografia scattata tanti anni fa durante una vacanza. Di certo non me lo aspettavo, questo, e mi soffermo a guardare un “io” molto più giovane.
Non sapevo neppure che mia madre l’avesse, quella foto, e mi stupisce veramente che l’abbia messa lì, e che l’abbia tenuta chissà da quanto tempo sotto gli occhi. Ed è come se si aprisse uno spiraglio, un canale di comunicazione fra me e mia madre. Ho meno paura, ora, di proseguire la lettura.

L’ho letta una volta sola, poi l’ho stampata e me la sono messa in tasca. La notte è passata lentamente; a occhi aperti ho rivissuto tanti episodi, tanti flash di vita, così come sono stati e come potevano essere. Ma importante è che ieri sera è stato come se mia madre mi parlasse, e io parlassi con lei, senza ostacoli. E così, alla fine, il rammarico ha piano piano fatto posto alla consolazione, a una sorta di liberazione.
Ho pensato a Mauro. A come avrebbe reagito.
Quando stamattina gli ho telefonato non ho voluto parlargliene. Voglio leggergli questa lettera seduto sul divano vicino a lui, in casa nostra, tenendogli la mano. Voglio guardarlo in viso dopo che avrò letto:
In questi ultimi tempi ho capito quanto avevo sbagliato. Non mi sono più riconosciuta in quell’atteggiamento che avevo avuto per anni nei vostri confronti. Proprio io, che mi era battuta per tutte le cause, che avevo sempre lottato contro la gente piena di pregiudizi. Proprio io. Proprio io, con mio figlio, con i miei figli, mi sono comportata in maniera ignobile. La ragione? Non so spiegarvela. Forse perché mi sono sentita colpita direttamente; forse anch’io, piccola povera donna, sognavo nipoti che mi rendessero immortale. Ma so che ogni volta che vi pensavo insieme mi sentivo torcere lo stomaco. Solo dopo la morte di Vittorio ho cominciato a riflettere. Lui, prima di morire, mi aveva parlato a lungo; mi aveva pregato di accettarvi. Così, come eravate. Così, come siete. Persone non diverse da me, anzi, probabilmente migliori di me.

Molte altre parole ha scritto mia madre. Traspare dolore, rabbia verso se stessa per non averci detto prima tutto questo. Ma ha scritto che si sentiva come bloccata, non per orgoglio, o altro, ma perché pensava che fosse assolutamente troppo tardi per ricostruire qualcosa.
Mi sento come se avessi perso una guerra e intorno vedo solo macerie, e il tempo della ricostruzione è vago, e tutto sembra ormai inutile.

* * *

Lo vedo scendere dal treno e guardarsi intorno. Gli faccio un cenno con la mano e gli vado incontro. Il suo viso si illumina, ci abbracciamo, per un momento le nostre parole si accavallano. Poi stiamo in silenzio, mentre ci avviamo verso l’auto. Lo sento rilassato, seduto accanto a me, mi infonde un senso di serenità che non mi aspettavo, al suo ritorno.
“Ho qualcosa da farti vedere”, mi dice. “È una specie di regalo, un bel regalo. Ma dopo, a casa”.
Sono incuriosito, ma so che Adriano ha i suoi tempi: non bisogna insistere per farsi dire le cose che ha dentro, non bisogna aggredirlo con domande. Inutile anche chiedergli come è andato il funerale, chiedergli delle sue emozioni. Quando vorrà raccontarmi mi dirà tutto, come succede sempre.

I tre fogli sono appoggiati sul ripiano del tavolino, vicino alla pastiera ancora intatta. Nelle ultime righe che Monica ha scritto per noi la sua tensione, la sua disperazione si è come allentata.
Ma forse non è troppo tardi. Qualunque cosa mi succeda ho finalmente scritto quello che volevo dirvi da tempo. Mi sembra che il peso sul cuore si sia alleggerito. Forse ho ancora mille anni da vivere, mille anni per vederci, per ridere e discutere, per amarvi tutti e due e gioire del fatto che mio figlio ha uno splendido compagno. E se non sarà così, pazienza. Sarò da qualche parte (ci sarà una sorta di paradiso per gli atei?…) e vi proteggerò. Sapete, ragazzi, penso che questa sia la cosa migliore che io abbia mai scritto. Senz’altro la più giusta. Ciao. Vi abbraccio.

Alla fine della lettura la voce di Adriano è diventata roca, i nostri occhi lucidi. Ci guardiamo e ci rendiamo conto che solo ora possiamo essere finalmente in pace.
Stiamo in silenzio, la mano nella mano. Poi:
“Sentiamo la tua pastiera?”, mi chiede.

(Da Donne, ricette, ritorni e abbandoni, Pendragon 2005)

Discorso di un deputato argentino (alla faccia dei nostri miserevoli e stupidi Giovanardi & C.)

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Qui la gente va a dormire presto, la sera

Un racconto appena terminato. Lo dedico a tutte le donne che hanno il coraggio di cambiare il loro percorso di vita, e a tutti gli uomini che sono capaci di stare loro accanto.

Qui la gente va a dormire presto, la sera

Sai, qui la gente va a dormire presto.
Ecco perché già alle dieci di sera si vedono tutte quelle finestre buie, sulle facciate dei palazzi.
Qui, in questo quartiere, la gente va a dormire presto, la sera, perché presto, poi, deve andare al lavoro, la mattina, e il lavoro, il lavoro che fa la gente di questo quartiere, è un lavoro che prosciuga i polmoni, e le braccia le fa di piombo, e la schiena come fuoco. E così la testa, quando è sera, cerca solo il cuscino, dove affondare tutta la stanchezza e i pensieri che sono dentro la testa, pesanti come le braccia.
E quelli che un lavoro non ce l’hanno, anche loro, sai, vanno a dormire presto, la sera, in questo quartiere. Cercano il sonno per dimenticare che sono degli sconfitti, che sono dei derubati. E anche loro, quelli che il lavoro non ce l’hanno, si alzano presto. Perché il sonno non lo trovano mai, per tutta la notte lo inseguono, a volte è così vicino e sembra girarsi verso di loro per stringerli in un abbraccio, ma poi, in un batter di ciglia, il sonno si allontana. E così, non appena l’esangue luce dell’alba trapela dalle stecche delle tapparelle, gli sconfitti abbandonano le lenzuola che la notte insonne ha attorcigliato.
Poi ci sono i vecchi, che vanno a dormire presto. I vecchi hanno sogni che sono fatti di ricordi, e ci stanno dentro, in quei sogni, i figli ancora piccoli, i ventri delle donne che hanno amato, i viaggi in treno che li hanno portati lontano, il vigore del corpo che non sentiva stanchezza. E vanno a dormire presto, i vecchi, per ritrovare il tempo e le voci perdute. E si alzano presto, i vecchi, per l’abitudine che avevano quando vecchi non erano, e li aspettava il lavoro.
Ogni tanto, sulle facciate buie della case, si vede una luce azzurrata, che sembra danzare nel riquadro di una finestra. Qualcuno è ancora sveglio, anche se ormai la notte è arrivata a metà del suo cammino. Un televisore è acceso, sintonizzato su una di quelle reti bordello, dove il sesso delle donne e i loro seni, e le loro natiche, e le loro mani languide e invitanti riempiono lo schermo.
Dietro quelle finestre, ci sono uomini resi insonni da amori catodici, e che si porteranno a letto, ormai all’alba, pezzi anatomici di donne, senza aver memoria dei volti.

È un quartiere, questo, dove non ci sono donne, né bambini. Un quartiere di uomini, o forse dovrei dire di morti, perché, l’ho imparato troppo tardi, senza donne non ci può essere vita. Lo senti che silenzio, c’è tutt’intorno? Ci fossero donne si sentirebbero bisbigli, e risate, e suoni di pianto, e forse, a volte, sboccerebbe una canzone dai davanzali delle finestre.

Non era così, una volta. C’erano donne, e bambini, e piccoli giardini che mutavano colore ai cambi di stagione, e negozietti che vendevano generi alimentari, con la licenza passata di generazione in generazione, e c’era la donna che aggiustava le biciclette, nella piccola officina all’angolo della piazza, e le case erano più basse, e chissà come mai, allora, il cielo, visto da quelle case basse, sembrava più vicino che a guardarlo ora, da questi palazzi alti più di dieci piani.
E le finestre rimanevano accese, e potevi vedere ombre di donne che rigovernavano le stanze sporcate dagli uomini, che preparavano cibo che gli uomini avrebbero mangiato il giorno dopo, che cullavano figli avuti dagli uomini, ma di cui gli uomini non si prendevano cura.
Poi, in un mattina di maggio che era così splendente che sembrava la prima mattina del mondo, le donne sono uscite dai portoni delle case, tenendo i bambini per mano. E si sono ritrovate nella piazza del quartiere. Una di loro ha bussato contro la serranda della donna che aggiustava le biciclette, e lei ha tirato su la serranda, si è pulita le mani nere per il grasso di catena sulla tuta e ha preso per mano la donna che aveva bussato alla sua serranda, che era il suo amore nascosto. E poi tutte hanno cominciato ad andare, con indosso i loro vestiti variopinti e allegri e le più giovani sostenevano quelle anziane che facevano fatica a camminare. Ma tutte avevano le schiene diritte, e sulle labbra un canto represso pronto a sbocciare in un altro luogo, in un tempo a venire. Quando le donne hanno abbandonato la piazza, anche il sole ha abbandonato il cielo sopra questo quartiere, e tutto si è oscurato, come se quella fosse l’ultima mattina del mondo. Anche se, guardando lontano, verso gli altri quartieri, si vedevano brillare i vetri delle finestre, e il cielo era azzurro come mai lo si era visto.
Fra quelle donne c’era anche la mia donna, ed era mia, la bambina che lei teneva per mano, ed era la mia vita che con lei si stava allontanando. Ma questo l’ho capito solo più tardi.

I negozietti hanno chiuso di lì a qualche mese: a fare la spesa non ci andava più nessuno. Anche gli uomini avevano cominciato ad andarsene, ma non tutti insieme. Gli uomini se ne andavano uno alla volta, sgusciando dai portoni quando era notte, le schiene curve, gli abiti in disordine, perché nessuna donna se ne prendeva più cura.
Alla fine sono rimasto solo io, e non chiedermi la ragione, perché non te la saprei spiegare.
Quando sono arrivate le ruspe, per abbattere le case basse, per distruggere i giardinetti che mutavano colore ad ogni cambio di stagione, mi sono rifugiato nei sotterranei della metropolitana, quelli della fermata che avevano soppresso per mancanza di passeggeri. Vivevo fra i topi, ero diventato un topo io stesso, come un topo mi nutrivo di rifiuti. Il lavoro lo avevo perduto, i capi non sopportavano più la trascuratezza degli abiti e dei pensieri. Lo so cosa vorresti chiedermi: Ma le donne avevano importanza solo perché si prendevano cura di voi, della vostra casa, dei vostri figli?, vorresti chiedermi. E io, ti risponderei, se tu mi facessi questa domanda, che sì, era così che allora la pensavamo. Era questo che ci avevano insegnato nei secoli dei secoli.
Quando le ruspe se ne sono andate, e ciò che restava delle case basse e dei giardinetti è stato portato altrove, sono arrivate le imprese di costruzione: i palazzi alti e grigi, i parcheggi, il centro commerciale, e la grande fabbrica, quella che prosciuga i polmoni, e rende le braccia pesanti come piombo, e la schiena ardente come fuoco, hanno preso il posto delle case basse e dei giardinetti. Dove c’era l’officina della donna che amava un’altra donna, adesso c’è un locale con quattro macchinette, di quelle con cui puoi giocarci per ore, quelle che ti risucchiano soldi e cervello. Ed è lì che passano i giorni gli uomini che il lavoro non l’hanno, buttando via monete e quel che rimane della loro vita derubata.
Così gli uomini, che per la trascuratezza dei loro abiti e dei loro pensieri, avevano perduto il lavoro che svolgevano negli altri quartieri, sono ritornati a vivere qui, per trovare lavoro nella fabbrica mangia-anime.
Le donne no, non sono tornate le donne, e neppure i bambini, sono tornati. E alla sera, gli uomini che sono tornati a vivere in questo quartiere, vanno a dormire presto, perché stare svegli e ripensare a tutte le cose che non avevano capito, gli dà un tormento che gli fa arricciare il cuore.
E alla sera, io, che ho abbandonato i sotterranei della metropolitana e ora vivo in un palazzo grigio alto più di dieci piani, uguale a tanti altri di questo quartiere, vado a dormire presto, perché stare sveglio e ripensare a tutte le cose che non avevo capito, dà anche a me un tormento che mi fa arricciare il cuore. E alla mattina mi alzo presto, anche se la stanchezza mi consuma le ossa, perché adesso in quella fabbrica ci lavoro anch’io.
Eravamo un quartiere di uomini ciechi, e ora, ora che l’abbandono ci ha reso la vista, e delle donne abbiamo capito il coraggio, la forza, la ribellione ai ruoli che solo noi avevamo stabilito, ora siamo un quartiere di morti. Mi stai dicendo che dovremmo andare a cercare le nostre donne? Sono troppo lontane, ormai, e poi non abbiamo più niente da offrire, ti rispondo. Che nulla i morti possono dare.
Ma è ora che io inizi a tacere. Si è fatto tardi, sono quasi le dieci. E io, sai, vado a dormire presto, la sera. Così come fanno tutti gli uomini, in questo quartiere.

Bologna, 2-4 maggio 2014

Primavera, simbolo di rinnovamento

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E la speranza avrà ancora nuova luce

Domani, e per i due giorni successivi, sarò a Tredozio,il paese sull’appennino sopra Faenza, dove sono solita trascorrere le allegre festività del ferragosto. Questa volta, però, è un altro tipo di Festa
che mi porta su quei monti: una Festa che, per me, e, per fortuna ancora per molti altri, ha un significato profondo, una data, quella che si festeggia, che deve rimanere per sempre incisa nella memoria storica del nostro Paese.
Andrò, infatti,a Tredozio per partecipare, come spettatrice, a Il Vento contro – Rave Partigiano, ovvero un raduno letterario e non solo intorno ai temi della Resistenza (CLIC!)

RE-SI-STEN-ZA: mi viene da scandirla, questa parola, perché di Resistenza, ancora oggi, a distanza di sessantanove anni da “quella” Resistenza, c’è ancora necessità. Dobbiamo continuare a RESISTERE, a combattere, oggi più che mai: non più usando le armi, certo, ma utilizzando uno sguardo limpido e attento verso quello che accade intorno a noi, per evitare che l’indifferenza, che è uno dei peggiori nemici che l’uomo possa coltivare dentro di sé, uccida i valori assolutamente non negoziabili per cui i RESISTENTI di allora hanno dato la vita.E perché la luce della speranza non si spenga mai.

Buon 25 aprile a chi non smetterà mai di resistere, e a chi,anche attraverso questa nuova Resistenza, potrà riappropriarsi della propria dignità di uomo.
E ora lascio la parola alla Poesia:

25 Aprile
di
Giuseppe Bartoli

L’importante è non rompere lo stelo
della ginestra che protende
oltre la siepe dei giorni il suo fiore
C’é un fremito antico in noi
che credemmo nella voce del cuore
piantando alberi della libertà
sulle pietre arse e sulle croci
Oggi non osiamo alzare bandiere
alziamo solo stinti medaglieri
ricamati di timide stelle dorate
come il pudore delle primule:
noi che viviamo ancora di leggende
incise sulla pelle umiliata
dalla vigliaccheria degli immemori
Quando fummo nel sole
e la giovinezza fioriva
come il seme nella zolla
sfidammo cantando l’infinito
con un senso dell’Eterno
e con mani colme di storia
consapevoli del prezzo pagato
Sentivamo il domani sulle ferite
e un sogno impalpabile di pace
immenso come il profumo del pane
E sui monti che videro il nostro passo
colmo di lacrime e fatica
non resti dissecato
quel fiore che si nutrì di sangue
e di rugiada in un Aprile stupendo
quando il mondo trattenne il respiro
davanti al vento della libertà
portato dai figli della Resistenza.

Compagni fratelli Cervi
di Gianni Rodari
Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata:
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi:
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore?
Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.

La resistenza e la sua luce
Di Pier Paolo Pasolini

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia:

non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce. 

Poi variò: da luce diventò incerta alba, 

un’alba che cresceva, si allargava 

sopra i campi friulani, sulle rogge.. 

Illuminava i braccianti che lottavano.

Così l’alba nascente fu una luce

fuori dall’eternità dello stile…

Nella storia la giustizia fu coscienza

d’una umana divisione di ricchezza,

e la speranza ebbe nuova luce.

I Ribelli della Montagna

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