E poi, che resterà?…

È sempre un azzardo pubblicare in un blog un racconto lungo. Il rischio è che chi entra nel post, non appena si rende conto  che la sua consistenza supera le 20 righe, passi immediatamente ad altro.  Ma rischiare mi piace.  Così ho pensato a un racconto che scrissi anni fa, lungo, proprio lungo. Per alleviare la fatica dei miei sempre meno numerosi, ma affezionati lettori (mi vien da chiamarli “resistenti”) inizio oggi a pubblicarlo. Un racconto a puntate, sì. Ogni giorno un pezzetto. E chissà come andrà a finire (non il racconto, ma la vostra resistenza)? Forse mi dovrò fare una domanda, alla fine: che cosa resta del mio blog? E la mia risposta sarà: nulla. L’immagine iniziale potrebbe (ma non lo è) essere emblematica.

Que reste-t-il

 Que reste-t-il de nos amours
que reste-t-il de ces beaux jours
Un photo, vieille photo
De ma jeunesse
Que reste-t-il des billets doux
Des mois d’avril, des rendez-vous…

Ogni casa ha un proprio odore, come un codice di riconoscimento. L’odore rivela consuetudini quotidiane, preferenze di cibi, piccoli vizi.  Ricordi sedimentati lasciano una traccia indelebile sui muri, dando a chi abita fra quelle pareti un senso di appartenenza.

L’odore di quella casa è del tutto estraneo a Nicola. Così come il portachiavi con il delfino di gomma blu, che tiene ancora in mano.  Sta fermo sulla soglia dell’appartamento. La luce nel vano scale si è spenta, e davanti a lui tutto è buio. Sente qualcosa che gli si struscia contro una gamba e sobbalza. Cerca freneticamente  l’interruttore sulla parete. La stanza si illumina e lui socchiude gli occhi, fa qualche passo,  appoggia il sacco a terra. Poi torna indietro e chiude la porta.
Il gatto è tutto bianco, solo un orecchio è nero. Sta fermo e lo guarda, la testolina inclinata, come a dire: e tu chi sei?
Al centro della stanza c’è un divano rosso arancio. I cuscini trattengono le impronte di corpi. Il pianoforte, sulla sinistra della finestra, ha il coperchio sollevato.
Nicola posa le chiavi sul tavolo, vicino a un vaso ricolmo di fiori viola.
Si toglie il soprabito e lo lascia cadere sul divano, proprio lì, dove i cuscini si infossano.

****

La telefonata era arrivata verso le sette. Era buio da ore, ormai. Solo la luce del televisore acceso immergeva la stanza in un vago chiarore lattiginoso. Doveva essersi addormentato sulla poltrona, gli capitava spesso, ultimamente di addormentarsi davanti alla tv. Ancora confuso, non aveva capito subito: la voce, dall’altra parte, aveva dovuto ripetere per due volte quelle poche parole.
Nicola aveva abbassato lentamente il microfono sulla forcella del telefono; aveva avuto la sensazione che tutto si fosse cristallizzato nello spazio temporale della telefonata.  E, al tempo stesso, era stato come se le facoltà uditive  gli si fossero amplificate: il ticchettio dell’orologio, lo strusciare del vento contro gli infissi, uno sgocciolio d’acqua dall’appartamento vicino, la voce allegra del  conduttore del quiz, lo sbattere di una porta, da qualche parte.
Ogni suono ben incasellato, distinto, netto. Come se lui avesse avuto improvvisamente  tante orecchie, ognuna ricettiva a ogni singolo rumore.
Aveva spento il televisore, aveva attraversato lentamente il soggiorno, aveva percorso il corridoio, sbandando un poco,  ed era entrato in camera. Da un cassetto del comò aveva tolto due paia di mutande, le aveva appoggiate sul letto. Aveva aperto le ante dell’armadio. Aveva tolto una camicia da una gruccia, l’aveva posata vicino alle mutande. Era tornato all’armadio: i vestiti della moglie occupavano uno spazio esiguo. Ne aveva sfilato uno, lo aveva lisciato con le mani dalle spalle giù fino all’orlo, percependone tutto il vuoto, sotto la morbidezza della seta.  Poi lo aveva rimesso  a posto.
Si era seduto sul bordo del letto, la posizione ingobbita, gli occhi fermi sulle punte delle pantofole di Valeria che si affacciavano sul tappetino. Era rimasto lì, un poco, deglutendo piano, massaggiandosi la fronte, la mente vuota.
Poi il tempo era rientrato nei consueti ingranaggi. Nicola aveva guardato l’orologio, aveva calcolato quante ore gli sarebbero occorse per raggiungere l’altra città, aveva recuperato la borsa da viaggio dal ripostiglio, vi aveva gettato dentro il necessario –spazzolino, il dentifricio no, lo trovo là, biancheria, le camice due o una? meglio due-  ed era partito.

****

Ancora in piedi, accanto al divano, riesce a individuare gli odori che aleggiano nell’appartamento. Di agrumi, forse arance, e un altro, come di cannella. E una traccia di fumo di sigarette. E anche un vago sentore di selvatico. Già, il gatto.
Da un arco aperto nella parete di fondo si intravede la cucina. Trova una fila di scatolette di cibo per animali in uno scaffale vicino al frigorifero. Il gatto trotterella non appena sente lo scatto del coperchio. Nicola si guarda intorno, poi rovescia il pasto a terra, su un foglio di scottex.
Tornato in soggiorno inciampa nel sacco di plastica nera. Non sa bene che farne. Lo prende e cerca la stanza da bagno.
Seduto sull’orlo della vasca infila la mano nel sacco.
Le scarpe da tennis sono bianche, con rifiniture rosse.
Il giubbotto rosso è attraversato da una larga striscia di fango e ha un lungo strappo sulla manica.
I jeans sono stati tagliati verticalmente, dalla vita  in giù.
La borsetta ha un manico rotto. È di stoffa intessuta di perline variopinte.
Il contenuto della borsetta è pesante; ci infila una mano e comincia a tirare fuori gli oggetti, uno alla volta. Li appoggia con delicatezza sul pavimento del bagno: un pacchetto azzurro legato da un nastrino blu, un accendino giallo, un cellulare, una confezione di fazzoletti di carta, un pacchetto di Camel, una  tavoletta di cioccolato fondente già iniziata, una piccola trousse  che contiene  un rossetto rosso vivo, un fard, una matita per le labbra.  Un portafogli di plastica color lavanda.
Lo apre: tre pezzi da cinquanta di euro, qualche spicciolo nel reparto delle monete, tre biglietti dell’autobus, uno scontrino di un bar, vecchio di due giorni. Lo scomparto dei documenti con la patente, la tessera sanitaria, la carta di identità. E una piccola foto,  il volto sorridente di un ragazzo.

****

 La pioggia picchiava con violenza sul parabrezza. La radio, che si era accesa nel momento in cui aveva messo in moto la vettura, stava trasmettendo una vecchia canzone francese: Que reste-t-il de nos amour.  Quella musica gli aveva scatenato un’ulteriore sensazione di angoscia. Si era sentito come se avesse, fra il cuore e lo stomaco, un palloncino di gomma che si gonfiava, si gonfiava.
Aveva spento la radio, e si era concentrato sulla guida. Non doveva pensare che a guidare. A nient’altro.
Ma i pensieri lo sfidavano, stracciavano le barriere che lui stava cercando di costruire dentro la testa per tenerli in ostaggio e  ammutolirli.
Immagini danzavano sulle spazzole dei tergicristalli: l’ultimo sguardo che Valeria gli ha lanciato prima di sparire nell’atrio della stazione e lui che non ha neppure alzato un braccio in segno di saluto, ma ha messo in moto in fretta, impaziente di tornare a casa e starsene tranquillo; quel gesto della moglie di continuare a mordersi la parte interna della guancia, come faceva tanti anni prima quando era agitata; il pianto subito mascherato da un sorriso tirato, l’altra notte, quando lui si è alzato per prendere un bicchier d’acqua e l’ha sorpresa in cucina, seduta al buio. E lui ha fatto finta di niente, ha pensato… cosa aveva pensato? cose di  donne, aveva pensato, sarà l’inizio della menopausa. Non vieni a letto? le aveva detto, e senza aspettare risposta era tornato a dormire.

****

La foto tessera termina con l’inquadratura dello scollo di una maglietta rossa.

“Non tema,” gli ha detto il medico del pronto soccorso, nel suo stanco camice verde, lo sguardo distaccato ma cortese, “ sua moglie almeno non ha sofferto. L’auto l’ha presa in pieno mentre stava attraversando la strada, e la morte è stata istantanea”.
La ceramica della vasca da bagno è fredda sotto i pantaloni di lana sottile. Si alza, la fotografia ancora in  mano. Non tema, gli ha detto il medico. E invece ora, nella casa in cui è entrato questa sera per la prima volta, lui teme.
Ma non è solo per l’incidente. È perché non capisce.  E le cose, Nicola,  le vuole sempre capire, anche se a volte non chiede spiegazioni. Come per le lacrime dell’altra notte.
Gli oggetti stanno lì a terra.
Indicazioni incoerenti nel disegno della loro vita.
Il gatto, gli odori, i colori, le sigarette. Cosa hanno a che fare, con Valeria? Lei è diversa.  Di un’eleganza sobria, fatta di grigi perla, di  sfumature,  di trucchi invisibili.
Non ha mai desiderato di avere un gatto, Valeria. Non gli ha mai detto di  possedere un gatto.
La fotografia.
La gira, sperando di trovare una traccia che lo aiuti a capire. Ma non c’è nulla, dietro.  Solo il grigio azzurrato del cartoncino.

(continua domani…)

Que reste-t-il

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5 risposte a E poi, che resterà?…

  1. TADS ha detto:

    non so se sia un effetto voluto…
    lo stile è più vicino ad un soggetto cinematografico che non a un romanzo,
    è un metodo che apprezzo molto, soprattutto nella blogsfera.
    Chapeau!

    TADS

    • Milvia ha detto:

      Sai, TADS, ho riletto questa prima parte del mio racconto alla luce del tuo commento, e sì, forse è vero quello che dici: ci sono piccole azioni descritte in sequenza, come se io stessi dicendo ai miei personaggi (gatto compreso), come si devono muovere nel set. Ma non è stato un effetto voluto.
      A questo punto non sono molto sicura che vada bene per un racconto, ma mi fa molto piacere che tu apprezzi questo stile, E anche se mi ha suscitato dubbi, al tempo stesso mi conforta. Grazie della visita, e delle parole, TADS! E buon fine settimana.

  2. lucarinaldoni ha detto:

    Che cosa resta quando una persona non c’è più? Si sarebbe quasi tentati di dire che resta il meglio di lui o di lei: tutta l’energia che si è accumulata nel corso della vita si disperde verso gli angoli dell’Universo ma non tutta va veramente persa: una parte più o meno grande si trasmette a chi a colui o colei che non c’è più ha voluto veramente bene, e questa è l’unica forma di sopravvivenza post-mortem della quale sono assolutamente sicuro; secondariamente, e su questo non c’è bisogno di speculazioni parafilosofiche, la sua storia smette di evolvere e si ipostatizza in qualcosa che, da un secondo dopo il passaggio di fase, tende impercettibilmente al mito (e per qualcuno può anche raggiungerlo abbastanza in fretta).

    Poi c’è da fare i conti con gli spazi fisici occupati da quella persona: come le stelle curvano lo spazio-tempo (una delle implicazioni più affascinanti ed evocative della teoria della relatività di Einstein) anche le persone, nel loro piccolo, influiscono sullo spazio e sul tempo. E quando vengono a mancare, chi ha elaborato su quella presenza la sua visione di spazio, tempo e ritmi vitali subisce un lutto che non è solo e forse neanche principalmente un trauma interno, è l’esigenza di riorganizzare tutto il proprio microcosmo personale su dei parametri sconosciuti.

    Tutto questo si respira leggendo la tua (veramente) cinematografica descrizione. Ci sono sequenze cinematografiche del tutto mute (penso a 2001 Odissea nello Spazio dalla scarna criptica colonna sonora; Dillinger è morto di Marco Ferreri totalmente senza dialoghi) che parlano più di un romanzo.

    E racconti in cui la parola non si sbrodola addosso e ridiventa immagine evocativa, più che cinematografica addirittura pittorica.

    • Milvia ha detto:

      Caro Luca, ho sempre l’impressione, anzi la certezza, che i tuoi commenti superino sempre la qualità dei miei testi, come profondità, lessico e apporto culturale. Per tutto questo non posso che esserti grata, perché arricchisci la mia casa virtuale, come se mi regalassi preziosi pezzi di arredamento con cui abbellirla. E arricchisci anche la mia anima.

      • lucarinaldoni ha detto:

        Diciamo che i miei commenti si arrampicano sui tuoi post sperando di esserne all’altezza e sempre con un po’ di vertigini e l’ansia di precipitare nel vuoto. Che possano superarli in qualità mi sembrerebbe improbabile ma alla fine i complimenti sono come i regali e credo che Caval Donato non abbia nulla da dire in proposito.

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