E la speranza avrà ancora nuova luce

Domani, e per i due giorni successivi, sarò a Tredozio,il paese sull’appennino sopra Faenza, dove sono solita trascorrere le allegre festività del ferragosto. Questa volta, però, è un altro tipo di Festa
che mi porta su quei monti: una Festa che, per me, e, per fortuna ancora per molti altri, ha un significato profondo, una data, quella che si festeggia, che deve rimanere per sempre incisa nella memoria storica del nostro Paese.
Andrò, infatti,a Tredozio per partecipare, come spettatrice, a Il Vento contro – Rave Partigiano, ovvero un raduno letterario e non solo intorno ai temi della Resistenza (CLIC!)

RE-SI-STEN-ZA: mi viene da scandirla, questa parola, perché di Resistenza, ancora oggi, a distanza di sessantanove anni da “quella” Resistenza, c’è ancora necessità. Dobbiamo continuare a RESISTERE, a combattere, oggi più che mai: non più usando le armi, certo, ma utilizzando uno sguardo limpido e attento verso quello che accade intorno a noi, per evitare che l’indifferenza, che è uno dei peggiori nemici che l’uomo possa coltivare dentro di sé, uccida i valori assolutamente non negoziabili per cui i RESISTENTI di allora hanno dato la vita.E perché la luce della speranza non si spenga mai.

Buon 25 aprile a chi non smetterà mai di resistere, e a chi,anche attraverso questa nuova Resistenza, potrà riappropriarsi della propria dignità di uomo.
E ora lascio la parola alla Poesia:

25 Aprile
di
Giuseppe Bartoli

L’importante è non rompere lo stelo
della ginestra che protende
oltre la siepe dei giorni il suo fiore
C’é un fremito antico in noi
che credemmo nella voce del cuore
piantando alberi della libertà
sulle pietre arse e sulle croci
Oggi non osiamo alzare bandiere
alziamo solo stinti medaglieri
ricamati di timide stelle dorate
come il pudore delle primule:
noi che viviamo ancora di leggende
incise sulla pelle umiliata
dalla vigliaccheria degli immemori
Quando fummo nel sole
e la giovinezza fioriva
come il seme nella zolla
sfidammo cantando l’infinito
con un senso dell’Eterno
e con mani colme di storia
consapevoli del prezzo pagato
Sentivamo il domani sulle ferite
e un sogno impalpabile di pace
immenso come il profumo del pane
E sui monti che videro il nostro passo
colmo di lacrime e fatica
non resti dissecato
quel fiore che si nutrì di sangue
e di rugiada in un Aprile stupendo
quando il mondo trattenne il respiro
davanti al vento della libertà
portato dai figli della Resistenza.

Compagni fratelli Cervi
di Gianni Rodari
Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata:
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi:
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore?
Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d’Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.

La resistenza e la sua luce
Di Pier Paolo Pasolini

Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia:

non sapevo quale: la Giustizia.

La luce è sempre uguale ad altra luce. 

Poi variò: da luce diventò incerta alba, 

un’alba che cresceva, si allargava 

sopra i campi friulani, sulle rogge.. 

Illuminava i braccianti che lottavano.

Così l’alba nascente fu una luce

fuori dall’eternità dello stile…

Nella storia la giustizia fu coscienza

d’una umana divisione di ricchezza,

e la speranza ebbe nuova luce.

I Ribelli della Montagna

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4 risposte a E la speranza avrà ancora nuova luce

  1. mara ha detto:

    bellissima iniziativa, ho letto il programma! Dobbiamo sempre ricordare, mantenere viva la memoria! Grande Milvia, sarò con te con il cuore!

  2. Mirella Giordani ha detto:

    Sai che io c’ero. Così approfitto della tua ospitalità per trascrivere qui quanto ricordo. Avevo allora dieci anni e di Resistenza non ne sapevo un granché: avevo però imparato l’orrore della guerra.

    21 aprile 1945
    Mi sveglia una lama di luce che entra dall’uscio insieme alla voce del babbo che imita una fanfara militare.
    ” Pa-para-pa-pà! Pa-para-pa-pà! Giù dalle brande! ”
    Nel corridoio un pulviscolo di sole gira attorno ai manichini delle zie sarte.
    Il babbo adesso marcia avanti e indietro, sempre urlando:
    ” Pa-para-pa-pà! Pa-para-papà! Giù dalle brande!”
    Che sia diventato matto?
    “Pa-para-pa-pà, sveglia che la guerra è finita!”
    Mi tiro su a sedere.
    “C-cosa vuol dire fi-finita?”
    “Finita, kaput! Sono arrivati gli americani!”
    “A- arrivati dove?”
    “Qui, qui sotto! I tedeschi stanotte han tagliato la corda e stamattina sono arrivati gli americani, anche i polacchi e gli inglesi…belli come il sole!”
    “E la guerra è finita? Sei sicuro? Non bombardano più?”
    “Sicuro, sicurissimo.”
    “Non bomardano più più? Giura.”
    “Giuro giurin giurello che non bombardano più. Ti dico che gli alleati adesso son qui, cosa vuoi che si bombardino da soli?”
    Mi sembra convincente. Forse ce l’abbiamo fatta a salvar la pelle. Salto dal letto.

    Una vicina ci invita a vedere gli americani dalla sua finestra che affaccia sulla strada.
    Un fiume, un urlante fiume in piena, straripante di uomini in divisa sotto la luce d’oro del sole. Su camionette, autoblindo, carri armati che si muovono lentamente in colonna verso la piazza ci sono tanti, tantissimi soldati con la divisa di un altro colore ma con le stesse armi di tutti i soldati. Ridono, urlano come matti. Alcuni con l’elmetto sulla testa, i fucili o la mitraglia in pugno.
    Tanti soldati non li avevo mai visti. Mettono un po’ paura. Ma, di là dalla strada, le persone sotto il portico e sui bordi della San Vitale sembrano contente C’è chi saluta agitando le braccia, chi applaude e c’è una ragazza, che si vede che si è vestita dalla festa col tailleur blu e una camicetta bianca dal collo a punta, che getta dei fiori gialli agli americani.
    Però, quanti sono, quante armi ancora per strada! Che eccitazione paurosa e che frastuono terrificante, i motori, i cingoli dei carri armati, le urla…
    Per me la pace è un’altra cosa. Aspetterò prima di uscire di casa. Non vado più fuori da quella mattina che all’angolo di via Begatto abbiam visto per terra una cosa che sembrava un mucchio di stracci, un fagotto dal quale spuntavano da un lato due scarpe marroni e dall’altro una cosa terribile che era stata una faccia, la faccia di un partigiano ammazzato nella notte dai tedeschi. Aspetterò a uscire di casa. Aspetterò ancora un poco.

    • Milvia ha detto:

      Cara Mirella, grazie per aver condiviso questo bellissimo brano del tuo romanzo, purtroppo inedito. Quando ti deciderai a proporlo a qualche casa editrice?

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