Double post

Perché double post? si chiederanno i miei amabili lettori. Perché è un post diviso in due: una parte  dedicata a un incontro della settimana scorsa in libreria, e una parte per riprendere, in base ai vostri commenti, l’argomento del mio post precedente: Paloma e  l’eleganza del linguaggio

Senza titolo-9

Senza titolo-9

Natàlia Molebatsi: una voce che danza

Circa due settimane fa Michela Murgia, la settimana scorsa Natàlia Molebatsi: due begli incontri, la scoperta di belle persone. Lo scenario sempre lo stesso: la calda e accogliente libreria  InfoModoShop, in via Mascarella. E anche il conduttore è sempre lo stesso: Alberto
Masala. Un nome che è una garanzia, insomma. Garanzia di incontri piacevoli, di parole che scorrono diritte al cuore e, per quanto mi riguarda, anche di scoperte su realtà che ignoravo.
Allora giovedì 17 aprile in libreria si presentava l’antologia poetica “I nostri semi-Peo tsa rona (poeti sudafricani del post apartheid)": ulteriori dettagli
QUI

A parlarne, insieme a Alberto Masala e al giornalista Daniele Barbieri, il curatore dell’opera Raphael D’Abdon, sua moglie Natàlia Molebatsi (una delle poetesse presenti nella raccolta) e la loro figlioletta, una deliziosa frugolina di pochi mesi. Che in realtà non parlava, ma gorgheggiava amabilmente.
Della realtà del Sudafrica dopo l’apartheid io non sapevo molto. Forse non se ne parla, qui in Europa, o forse la mia ignoranza era dovuta  a disattenzione. Quindi è stato illuminante ascoltare le parole di Natàlia Molebatsi mentre raccontava del suo paese.
Se è vero che non esiste più un apartheid politico, dice la poetessa, l’apartheid economico è invece quasi totale. I neri abitano ancora nelle township, zone dove non c’è nulla,  lontane dai centri delle città, perché non possono permettersi di sostenere l’elevato  costo che comporterebbe vivere in un centro urbano. A parte una minoranza, i cosiddetti “neri colorati di bianco”, la popolazione autoctona del Sudafrica continua a svolgere lavori subordinati e umili, del tutto rifiutati dai bianchi. Natàlia Molebatsi aggiunge che, arrivando la prima volta in Italia, vedere che le addette alla pulizia delle toilette dell’aeroporto  erano donne bianche, le era sembrata una cosa stranissima..
Lo standard di vita dei bianchi in Sudafrica  è fra i più alti al mondo, e  normalmente in ogni casa ci sono almeno tre domestici.
 Un 10% della popolazione nera ambisce ad avere questo status symbol, e la conseguenza è un ulteriore impoverimento dell’altro 90%, perché dai loro fratelli di colore i domestici ricevono un salario molto basso.
Non crediamo, perciò,  ai vecchi scrittori sudafricani che, quando vengono in Europa dicono che va tutto bene, perché bene non va affatto, conclude la poetessa.
E infatti,ho trovato questo piccolo brano di Hugh Masekela nella prima pagina di I nostri semi, che rende l’idea di quanto ho riportato prima:
"Una volta ci ribellavamo per ogni cosa, ti ricordi? Uno sbirro schiaffeggiava qualcuno giù in città e ci ribellavamo. Oggi i bambini vengono stuprati e nessuno apre bocca. Neanche una parola da parte del governo, di nessuno. Siamo solo capaci di sospirare “eh, ma siamo liberi, almeno siamo liberi”.

Però c’è chi continua a parlare: sono i Poeti.
E esiste ancora, in Sudafrica, un concetto di poesia che da noi è sparito ormai da secoli, con qualche fortunata sopravvivenza in Sardegna e in una
parte della Toscana: poesia da ascoltare insieme, e non da leggere da soli  nel chiuso di una stanza. Poesia da danzare, sottesa da ritmi scanditi, scritta da autori che sono ben lontani dalla  ormai proverbiale solitudine del poeta.
Nel Paese africano le performance dei poeti sono seguite da migliaia di persone, come da noi accade per un concerto di una rock star. Ed è il pubblico che nomina Poeta chi gli si presenta davanti.  Le uniche voci libere e ascoltate dalle comunità sono i poeti. Dove c’è disarmonia il poeta interviene a sanare la frattura ed è in tal modo che egli diventa soggetto politico. Perché parla “in nome di
E “in nome di” parlano i poeti dell’antologia I nostri semi-Peo tsa rona. Poeti che parlano in nome di: quartieri, di piazze, di piccoli e grandi paesi, ma anche di famiglie o di individui schiacciati da problemi.  Poeti che per essere eletti tali devono saper “cantare”, attrarre, mantenere l’attenzione di chi li ascolta fino in fondo e poi metterci il senso in quello che dicono. Una poesia, la loro, essenzialmente orale, dove il testo stampato diventa una cornice di riferimento.
Tutto questo lo sento, lo capisco molto bene quando Natàlia Molebatsi ci presenta alcune sue poesie: la sua voce danza, ha un ritmo incalzante,  e anche se non capisco completamente il testo inglese (che verrà poi letto in italiano da Alberto Masala) quella sua voce  avvince e commuove. Mi sembra quasi di entrare in una centrifuga,  la sensazione è emotivamente forte, ma non certo sgradevole.
Una bella esperienza, davvero. Spero di poter avere ancora l’occasione di sentire le voci danzanti di poeti sudafricani.
Non mi rimane ora che riportare una delle poesie di Natàlia, dal titolo che è un imperativo valido non solo per il popolo sudafricano, ma per noi tutti.

Do not forget


Do no forget to co-and interexist
In your exsitence
Do not forget to desist this our penitentiary solidarity

Do not forget to  remember our mothers’ struggle
Do not forget
Madres de la Plaza de Mayo, Mothers of Beslan, Mama
Emily Lengolo
Qana, Sabra, and Chatila shatter my nights into
shredded glass

A luta  continua
Our struggle continues
Find at the depths of your soul
An opportunity to remember Hiroshima,
Falluja, Rwanda, Boipatong, Bhopal,
Pain still blinks into my Wounded Knee
Those skulls were robbed off the skin
That delocately wraps our faces
Leaving no trace of life
Do not forget
To remember!

Non dimenticarti

Non dimenticarti di co- e inter-esistere
Nella tua esistenza
Non dimenticarti di desistere da questa solidarietà da
penitenziario

Non dimenticarti di ricordare la lotta delle nostre
madri
Non dimenticarti
Las Madres de la Plaza de Majo, le Madri di Beslan,
Mama Emily Lengolo
Qana, Sabra e Chatila frantumano le mie notti
in mille pezzi di vetro

A luta continua
La nostra lotta continua
Trova nella profondità della tua anima
Una ragione per ricordare Hiroshima,
Falluja, Ruanda, Boipatong, Bhopal
Il dolore ancora pulsa dentro il mio Ginocchio Ferito
La pelle che avvolge delicatamente i nostri volti
Venne strappata da questi teschi
Senza lasciare alcuna traccia di vita

Non dimenticarti
Di ricordare!

Prima di passare alla seconda parte del post ecco la bellissima voce di:
Miriam Makeba

Paloma e la (sempre più mortalmente noiosa) eleganza del linguaggio

copertina L

Ragazze (e ragazzi) meno male che mi sono arrivati i vostri commenti…e che altre cosette mi tengono occupata. Altrimenti a quest’ora sarei morta di noia…Anzi, no, non è esatto. Perché questo libro qui, questo romanzo dal titolo raffinato e accattivante al tempo stesso, non mi sta solo annoiando, ma mi sta facendo anche arrabbiare. Vi trovo una supponenza, una presunzione che tracima da ogni riga. Non sarò io all’altezza? Mah…Non so.

Se ho deciso di rispondere ai commenti con un post è perché volevo dare più rilevanza a ciò che mi avete scritto.

Ringrazio prima di tutto Cri, che partecipa sempre con calore e affetto a questo blog. Cri, se quel “qualcosa che ti urge più della lettura” è lo scrivere poesie…benedetta questa urgenza!

Poi do il benvenuto a Massimo. Quando scrivi, Massimo, che la narrativa offre allo scrittore la possibilità di fare quello che vuole con i suoi personaggi, in parte ti do ragione. Però io credo che un autore, nel momento in cui comincia a scrivere, debba stipulare una sorta di patto di lealtà con il lettore. Un impegno a non  raccontargli frottole, insomma, pur inventando.
Può inventare, certo, immaginare. Anzi, è anche questa l’arte dello scrivere. Ma non deve ingannare. E secondo me in questo libro più che invenzione c’è inganno.

Come spesso mi capita leggendoti, Annalisa, mi hai strappato un sorriso…
Quelle frasi che io ho riportato ti sembravano incredibili? Guarda, questo post sta diventando veramente troppo lungo perché io ne riporti altre, ma ti assicuro che, a mano a mano che proseguo nella lettura, è tutta un’escalation. Giustamente dici che l’autore dovrebbe far dimenticare la sua presenza al lettore. Quella di Muriel Barbery è sempre lì, sgomita, si affaccia, esce dalla pagina non per andarsene ma per abbracciarla tutta fino a soffocarla.  Ho l’impressione che voglia dire a tutti quanto lei sia brava e colta e saggia ecc.ecc.  Dimostrando invece quanto lei sia…pedante…

Oh, sì, Giadanila: a pag.160 (lì, sono) pure Renèe mi sta dando il tormento. Anche se, senza dubbio, è più credibile della ragazzina sotuttoio. E’ vero che c’erano state quelle premesse che presentavano Paloma come una ragazzina superdotata…ma, come tu dici, l’autrice ha calcato troppo la mano (ma molto molto molto, l’ha calcata…) Forse se avesse esposto le stesse teorie, le stesse riflessioni che Paloma esprime e che possono essere condivisibili o non condivisibili (non è questo il problema) con un linguaggio più semplice (cose complicatissime si possono esprimere con semplicità) forse il risultato sarebbe stato migliore.

Ondina, ho riflettuto su quanto hai scritto. E’ vero che nelle favole gli animali parlano, e quel linguaggio non mi sembra assurdo. Ma sono favole, le prendiamo come tali, non ci sentiamo ingannati. Però forse a me è sfuggita quella chiave di lettura che ha permesso a te di apprezzare, di intuire “la vicenda nascosta, interiore”, come tu dici. Io, come ho già scritto rispondendo ad altri commenti, trovo tutto forzato e funzionale solo a gratificare l’ego dell’autrice. Posso sbagliarmi, certo. Ma è bello confrontarci e avere idee dissimili, altrimenti, oltre che questo libro, sarebbe noiosa anche la vita.

Francesco non scriverebbe MAI così, Sabrina, ne sono (quasi?) certa. Mi hai fatto ridere, e poi, sai, l’avevo pensata pure io questa cosa…Francesco Giubilei, con un intelligenza e una cultura di gran lunga superiore alla maggior parte dei suoi coetanei è comunque (spero) un normalissimo ragazzo che non ammorberebbe mai le pagine del suo diario in tal modo…

Leggilo, leggilo, Barbara! Sono curiosa di sapere il tuo giudizio…Il commento di Ondina (che è riuscita a leggere il romanzo in un solo giorno!!!) mi ha messo in crisi.  Però di una cosa sono certa: non è che sia strano, che una ragazzina di dodici anni parli così, ma è assolutamente impossibile!!!!

Non mi ricordavo, Cinzia di questo tuo post. Magari me lo fossi ricordato!  Ci avrei pensato bene prima di indicarlo come libro del mese al gruppo di lettura…Il bello è che ci riuniamo l’8 maggio, e io mi ero dimenticata che quel giorno sarò a Torino…Beh, quasi quasi è meglio: evito le botte… Vedo che i nostri giudizi collimano. E è anche vero quello che tu scrivi in un commento al tuo post: non c’è differenza fra lo stile espressivo di Renèe e di Paloma. E questo è un errore davvero grosso!

Grazie a tutte e tutti. Mi sono proprio divertita, con questo post.
Se poi il libro non l’ho capito…beh, mi butterò su Armony…

Ancora un po’ di musica? O.K.! Va bene,
Sinatra?

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3 risposte a Double post

  1. cristinabove ha detto:

    Lo sai, Milvia, che tu e Renzo siete i
    miei primi amori del blog…non posso dimenticarvi.
    Quello che mi scrivi mi commuove, sento la tua amicizia a sorreggermi, comprensiva e benevola.
    Allora mi sento sollevata perchè so che anche scrivendo poesie, faccio qualcosa di buono.
    Grazie, carissima, per ogni cosa.
    ti abbraccio
    cri

  2. RenzoMontagnoli ha detto:

    Ho notato che quando uno scrive in modo criptico o con una banalità sconcertante, si levano gli applausi, gli osanna si sprecano e anche i critici si sprofondano in litanie ed elogi.
    Io dico sempre che uno deve scrivere quello che sente dentro e, di riflesso, ciò che vede intorno a lui, ma in modo semplice, perchè il mondo ha bisogno di chiarezza e non di tromboni che suonano improbabili sinfonie.
    Ora su questo libro non posso dire nulla, non avendolo letto, ma malauguratamente sono incappato nelle follie narrative di alcuni autori che ora vanno per la maggiore e devo dirvi che è stata un’esperienza traumatizzante. C’è gente che scrive senza sapere la sintassi, altri che ricamano sul niente, altri ancora che fanno scendere dall’alto il loro stiracchiato pensiero.
    I loro sono prodotti usa e getta, peccato che i fogli di questi libri siano piccoli per l’utilizzo migliore…

  3. cochina63 ha detto:

    eh ma non è criptico… è palloso!

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