Nodi

Forse dovrei parlare di cose attuali: di cambiamenti che si stanno verificando nella mia vita o, ancor meglio, dei non cambiamenti, anzi dei peggioramenti che ogni giorno… allietano il nostro paese. Ma non ho  né il tempo, né la capacità di attenzione necessari per scrivere di queste cose, tempo e attenzione li sto dedicando ad altro.
Così, per non far languire troppo il blog, vado a pescare in qualche cartella vecchi scritti, limitandomi a modificarne un po’ non la veridicità, ma lo stile.

Nodi

In una sera di nebbia (così almeno, a distanza di tanti anni, lei se la ricorda) una ragazzina di otto anni attraversa il ponte sul fiume Reno che unisce Casalecchio alla sua frazione Croce. La donna che la tiene per mano è sua madre. Se ne stanno in silenzio, mentre si dirigono verso casa. Sono uscite dal cinema, la mamma e la ragazzina. Al Comunale, quella sera, hanno appena visto “La nemica”, film tratto dall’omonimo dramma di Dario Niccodemi: parla di una madre, dei suoi due figli, uno amato, l’altro rifiutato. Scoppia la guerra, i ragazzi partono per il fronte. Poi la terribile notizia, portata da un militare: uno dei due figli è morto. E, prima che il messaggero faccia il nome del caduto, la madre lancia un grido terribile e chiede: Quale?

È in quel momento che la ragazzina, lì, nel buio della sala cinematografica, si è sentita la gola  stretta da un nodo, una sensazione dolorosa mai provata prima di allora, non così intensamente, almeno. E ha sentito le lacrime che spingevano per uscire dagli occhi, e il respiro che faceva fatica a salire, e ha provato vergogna, per quel nodo, per quelle lacrime, per il respiro bloccato. Non devo mostrarmi, ha pensato la ragazzina, io non devo  piangere per queste cose, ha pensato. O forse non l’ha pensato,  ma lo ha solo fatto.
E adesso, con quel magone, con quel ferro piantato lì, nella gola, con quel sasso di fiume più pesante di lei, scarna bambina di otto anni, che le opprime il respiro, con le lacrime che ancora premono per essere liberate, il tragitto sul ponte le sembra un lungo, interminabile calvario. Vorrebbe già essere nella sua cameretta per sciogliere, attraverso il pianto, quel laccio doloroso. Sta in silenzio, toglie la mano dalla mano calda e  protettiva della madre, se la infila in tasca e la chiude a pugno, per farsi forza.

Sono passati diversi decenni, e la ragazzina non è più una ragazzina, è diventata una vecchia donna. Del film si ricorda solo quella scena, si ricorda solo la domanda gridata. Eppure, il dolore che le stringeva la gola mentre camminava sul ponte di Casalecchio,  ogni volta che  pensa a quella sera di nebbia, quello se lo ricorda bene, e ogni volta le sembra di provarlo di nuovo. E ogni volta si chiede perché quella scena l’abbia sconvolta tanto (forse un innato senso di uguaglianza, che rendeva quella domanda incomprensibile?). Ma soprattutto si chiede perché quella ragazzina avesse così paura di svelare la sua vulnerabilità, la sua fragilità verso le emozioni.
Ma, a ben pensarci, qualcosa di quella ragazzina è rimasta dentro la vecchia donna.  Le lacrime sono ancora un atto solitario, per lei. Sempre, o quasi sempre. Soprattutto se è insieme a persone che conosce e che ama. Perché ancora, a mostrare le sue fragilità, prova vergogna.

La canzone che conclude il post niente ha a che fare con il suo contenuto. Ma mi è venuto in mente questo cantante, che anni fa mi piaceva. E, riascoltando qualche suo brano, ho scoperto che mi piace ancora. Lui è Fabio Concato, e la canzone che ho scelto è questa:
Guido piano  

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2 risposte a Nodi

  1. lucarinaldoni ha detto:

    Forse ognuno di noi potrebbe scrivere una storia della propria vita costituita da una sequenza di immagini di sè stessi nel buio accogliente e un po’ uterino delle diverse sale cinematografiche che ci hanno ospitati. E se il film ha quel quid ineffabile e soggettivo, lo scorrere della pellicola fa scorrere un flusso di coscienza ancora più interessante.

    E’ un po’ la teoria (tutta mia e come tale fra il delirante, il demenziale e l’irrilevante) secondo la quale un’opera d’ingegno (la parola Arte la nomino con assoluta parsimonia) permette di far scorrere l’inconscio dell’autore sull’inconscio dei fruitori, e da questa rete di incontri nascono significati che l’autore non può più controllare. Lo status estremo di questa teoria equipara un film (o un romanzo, o un’opera figurativa, o una sinfonia fino a una semplice canzone da Hit Parade) a una creatura biologica simile a un figlio curioso e ribelle, che delle volte va dove non dovrebbe ma tanto è inutile corrergli dietro.

    Da questo potrei trarre infiniti corollari ma è sabato e lo spirito del vichènd mi rende pigro.

    Buonavita..

    • Milvia ha detto:

      Attraverso la fruizione (brutta parola, ma altre non mi vengono in mente), di opere di ingegno, come tu le chiami, come se salissimo su una mai inventata macchina del tempo, riviviamo pezzi della nostra vita reale o anche solo immaginaria. E, quasi sempre, è la nostalgia o la malinconia a fare da sottofondo al nostro viaggio. Ma non è detto che questo sia un male. E, se lo è, poi passa.
      Bel commento, come sempre, caro Luca. E come sempre, e come è evidente leggendola, la mia risposta è inadeguata.

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